chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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domenica 28 ottobre 2012

Noi docenti, che eravamo poveri, ma onesti



Noi insegnanti (anche se ora io sono a riposo lo sono comunque) abbiamo sempre ricevuto stipendi modesti quando non miseri; spesso tuttavia avevamo e sapevamo esprimere una dignità che potremmo definire inversamente proporzionale al reddito.
Nell’ultimo trentennio, invece, la scuola e l’università sono invece sempre caduti più in basso, tanto che comincio a pensare che ci sia stato un disegno preordinato, realizzato e voluto ad arte.
Non a caso la decadenza, innegabile, della scuola inizia proprio insieme alla scuola media obbligatoria; pare quasi che si sia pensato: “tutti studieranno? Pericolo! Allora facciamo in modo che imparino poco e male” .
Il reclutamento dei docenti è stato quello che vediamo nei fatti che ha prodotto e, come esattamente sostiene Anna Lombroso, nel suo articolo dove commenta egregiamente il ritorno di Penati al lavoro di docente, l’insegnamento è diventato occupare “un posto dove si va in mancanza di meglio, dove non si guarda troppo per il sottile”.
E’ purtroppo vero. Ho visto decadere via via la scuola e insieme ho visto ottimi insegnanti sopravvissuti e sempre più emarginati dalla corrente paludosa che tutto vorrebbe appiattire a sé.
La scelta di Penati è dunque l’ennesima riprova.
Ci mancano solo, ormai, Fiorito dirigente scolastico e Polverini all’Istruzione. Ma sarà solo una brutta conferma.

mercoledì 28 marzo 2012

Palmira, mia zia. Una maestra, anche di vita


Io mi ricordo
Lei era alta e ben formata, io me la ricordo coi capelli grigi, ma nei suoi occhi brillavano intuizioni, ironia ed interesse per l’interlocutore. Mi piaceva molto e le volevo bene. Nella grande famiglia veneta, di mio padre, lei era la figlia maggiore: un riferimento importante per tutti. Ma per me era anche la zia maestra: un modello, un’autorità. Una che aveva sempre la risposta giusta, a volte una sentenza affilata a volte una dolcissima esortazione.
Come si diventa insegnanti? Anche così: con una zia maestra capace di che trasmettere, quasi emanandola, la dignità di un mestiere che vuoi diventi anche il tuo.
E capisci che quel mestiere dà un senso non solo a una vita, la tua; ma dona anche ad una intera comunità una presenza di stile e sapere, senti che può arricchire il comune patrimonio di tradizioni, di scoperte quotidiane, di saperi.
Palmira ha insegnato quarant’anni nelle scuole del vicentino; quarant’anni che hanno compreso il fascismo, la seconda guerra mondiale e quella che adesso si chiama anche “guerra civile” ma che noi a casa chiamavamo la Resistenza.
Allora e negli anni seguenti la zia Mira ha fatto la maestra elementare.
Erano tempi in cui a un’insegnante si dava solo del lei.
Chi si era seduto nella sua classe, tra quei banchi che lei voleva allineati ed ordinati, si sentiva scolaro della Maestra Frison (*) per sempre; e lei era “la signora maestra” per tutta la vita, anche per le famiglie.
Non è un eufemismo ricordare quanto duri siano stati quei tempi, ma nessuno l’ha mai sentita lamentarsi.
Tanti i suoi insegnamenti, ma il più importante per me è stato ricordarmi che ogni pomeriggio lei preparava le sue lezioni per il giorno dopo.
Ogni pomeriggio di tutta la settimana, di sei giorni su sette.
Non diamolo per scontato.


Preparare ogni giorno la lezione per l'indomani, poi entrare in classe, sentire la situazione, percepire l'elettrica trasmissione di stati d'animo, rendersi conto che c'è qualcosa di diverso. È allora che ci si accorge se si è, o no, davvero insegnanti, quando ci si ridiscute e si mette in pratica che l'essersi preparati significa anche a ricominciare da lì, da loro, dal cortocircuito con la classe. Con la meta chiara, e le nostre vele della mente e del cuore che ascoltano il fruscio del vento. Il loro vento.

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(*) E' il cognome da sposata, come allora si usava.

mercoledì 21 marzo 2012

Profumo di Liceo Sportivo e... Classico allarme

Recentemente il Ministro Profumo ha annunciato che il "Liceo Sportivo", di gelminiana ideazione, si farà entro il 2013.
Pare sarà una ramificazione dello scientifico. Si sono subito azionati i classici allarmi  poiché è stato chiarito che sarà caratterizzato da " un incremento delle ore di educazione fisica e delle discipline connesse alla gestione del fenomeno sportivo " e siccome il monte ore non è elastico è molto probabile che diminuiranno quelle di Latino, di Arte o Filosofia, per tacere dell' Italiano. Insomma qualcuno ha paventato un liceo con il culto dell'efficienza muscolare e dello splendore del fisico a scapito della mente col bel risultato che le future generazioni non conosceranno Catullo o Botticelli, ma saranno in grado di gareggiare ai campionati.
Chi conosce bene la realtà giovanile, quella quotidiana e concreta, quella che si può osservare da lontano ma è meglio tener d’occhio da vicino, sa già che per molti adolescenti il mito dello splendore muscolare è già qui. Sa che per loro il corpo è tutto, l’immagine è religione. E sa già anche che per nutrire questi giovani cervelli e attivarli occorre andare alla ricerca di percorsi difficili. A volte potrebbero funzionare anche i miti o Botticelli e Catullo o la lauda medievale, ma molte altre volte, riproporre sic et simpliciter la scuola classica sarebbe come parlare “una lingua che più non si sa”, sarebbe come voler far viaggiare una diligenza in autostrada. E noi che ci siamo nutriti di classici ne siamo parecchio sgomenti e un tantino incavolati.
Gelmini ha già fatto abbastanza danni e, al tempo, è apparso chiaro che cercava di sviluppare un modello di istruzione che le assomigliasse, compreso una divisa da motoria tutto rigida e formale, possibilmente indossata sotto al grembiulino.
L’accademico Profumo, soavemente, sorvola la scuola (non l’accademia) e si libra su una sconosciuta realtà giovanile ben diversa da quella di ben allevati rampolli di famiglie selezionate. Sembra infatti abbia tirato le sue conclusioni: questi giovani sono scarti di produzione, vogliono muscoli? e muscoli siano. Vogliono non studiare, e allora facciamone dei bestioni pronti all’uso fisico.
Ma non funziona così. 
Anzi la scuola e lo sport non funzionano così.
Spetterebbe alle centinaia di migliaia di docenti in servizio ribellarsi (il loro numero si stima intorno al milione).
Perché non lo facciamo? Forse un po' di  motoria ci  ri-metterebbe in azione?

venerdì 9 marzo 2012

Facebook, Twitter, Pinterest: con o senza la scuola?

ANATHEMA sono una band alternative di rock inglese, recita Wikipedia; non parlo qui di loro, ma ho scoperto che esistono proprio googlando casualmente la parola anatema che mi ronza puntuale nella testa quando leggo battute negative-acidine sui social forum, su fB, twitter e simili diavolerie temute più della peste dagli insegnanti che il mondo ci invidia.

Diversamente da loro, invece, penso che se esiste un sistema di comunicare online attraverso parole e scrittura allora anche la scuola se ne potrebbe occupare. E, leggendo il post scritto ieri da Gianni Marconato, tra il serio e l'ironico, nonchè i commenti che ne sono seguiti anche su fB ho capito che la questione non è marginale anche perchè ne avevo i miei riscontri.
Un paio di giorni fa ho inserito in fB la funzione “Fai la domanda”
La domanda era: “Insegnare TWITTER e non solo il tema a Scuola .Sei favorevole ai 140 caratteri per condensare pensieri, riflessioni, argomentazioni?” Le risposte previste erano le più semplici… si/no/non so.
Ho invitato, speranzosa, a rispondere centinaia di amici.
Sono arrivate, credo, meno di una trentina risposte (abbondando)… di cui 17 sì, 5 no, 4 “non c’è bisogno l’imparano da soli” e spiccioli.
Tra i 17 prodi molti non sono insegnanti.
Ecco io non capisco come si faccia a pensare di interagire coi ragazzi e non porsi il problema. Twitter non è la mia aspirazione. Nasco letterata e tale voglio rimanere. Questo è certo. Ma chi insegna, per l'appunto lettere, non dovrebbe ritrarsi davanti a un potente mezzo che, a quanto si dice, ha influenzato la prima elezione del Pres.Obama, che viene quotidianamente ascoltato dai media televisivi e di stampa, che può essere usato per trovar lavoro ecc.

I nostri ragazzi sono smanettoni migliori e più efficienti di noi; non c’è dubbio: ma i contenuti, la capacità di sintesi, l’efficacia di alcune parole rispetto ad altre, la tecnica di asciugare frasi, l'attenzione a come ci si espone in rete anche scrivendo dovremmo essere capaci di trasmetterla.
La stessa cosa vale per fB, ovviamente mutatis mutandis…
E adesso come la mettiamo con Pinterest?
Io mi iscrivo. Poi vi so dire.
Nessuna comunicazione può sostituire lo scambio interpersonale, la presenza, la stretta di mano, lo sguardo.
Ma l’anatema verso i nuovi media e social forum… che c’azzecca?

mercoledì 31 agosto 2011

eBook - I miei Lucignoli


INTERPRETAZIONI DI SCUOLA E DIDATTICA

Rulfo, un mio lontanissimo alunno, scrisse in un tema “La scuola non dovrebbe essere materiale, ma sentimentale.” Concetto che, pur espresso con una certa primitiva ingenuità, è però ancor oggi vicino ai pensieri di molti ragazzi.
Le discussioni sulla scuola possono essere molto serie e pervase di intenzioni scientifiche. Ma io non mi sento scientifica.
Ciò che risponde alla ricerca di sentimento da parte dell'alunno Rulfo, che oggi ha una piccola galleria d'arte moderna, è in realtà la ricerca di un rapporto non fondato tanto sullo scambio di prestazioni io insegno- tu impari- io verifico, quanto invece su una interrelazione utile e corretta di interessi, di pensieri, di considerazioni critiche, di espressione di ciò che si pensa. In questa interrelazione troverà spazio anche la pratica didatticamente necessaria del io insegno- tu impari- io verifico.
Inoltre il confronto, tra studenti e insegnante non è necessariamente generatore di emozione: ma è una disposizione serena e razionale dell'anima al confronto stesso; da questa disposizione dell’anima le emozioni non sono escluse, ma l'insegnante deve controllarle e tenerle a freno con la ragione.
Altrimenti scatta in lui la ricerca della popolarità presso gli studenti, della
soddisfazione professionale, del gradimento, del successo scolastico e si rischia di non tener conto dei tempi e delle percezioni dei ragazzi.
Alcuni affermano che la didattica è trasmettere conoscenza. Il punto è, però: come?
Tutto è didattica a scuola: compreso come ti vesti, come entri dal portone, come cammini, come li saluti. Io mi imponevo di entrare in classe sempre in classe sorridendo (anche con l'emicrania, il collare per l'incidente stradale ecc) e di guardarli negli occhi.
E se non sorridevo, si preoccupavano. Che cià oggi pressorè? Non è che ce l'ha con noi, vero?
Ero solennemente arcigna solo in occasione di feroci rimproveri (che non sono mancati), ma non ho mai "chiuso" con nessuno. Tutto è didattica: anche il colore della matita per le correzioni, il modo di passare tra i loro banchi, il caffè mandato a prendere dall'alunno affidabile. E tuttavia ho certamente sbagliato molte cose ed è tardi per le giustificazioni.
Sono certa, però, che la scuola non mi ha reso peggiore. Anzi.
Per questo, la … rifarei e quando leggo le e mail che mi arrivano dei miei ex (di più vent’anni fa...) confermo le mie scelte e le mie idee.


puoi continuare a leggere sul mio eBook
nel link c'è un'anteprima del testo


lunedì 25 aprile 2011

Liberare l'apprendimento

Scuola prescrittiva/senza alternativa?

Le proposizioni interrogative J espresse da Andreas Formiconi  (e a cui risponde anche …affamati,curiosi,folli… “Ma che cosa vi hanno fatto da piccini? Che cosa ci hanno fatto? Quando eravamo bambini facevamo tante domande. Usciti da scuola siamo terrorizzati di fare domande. Sicuro che vada tutto bene? Come facciamo a produrre poeti mirabili, esploratori coraggiosi, ricercatori brillanti, diagnosti acuti, in queste condizioni? E non stanno forse spiegando a tutto il mondo, i guru dell’economia e della tecnologia, che il futuro della società sta tutto nella capacità innovativa? Come facciamo a innovare se siamo terrorizzati di uscire dal seminato proprio negli anni che dovrebbero essere caratterizzati dal massimo ardimento?”

Proprio così, i piccini fanno tante domande: domande insistenti, curiose, sorprendenti, singolari, destabilizzanti. A volte sono gli stessi genitori a trovarle fastidiose e a  provvedere, tra tv e nintendo a sedare il piccino rompino. Poi completa l’opera proprio la scuola che toglie per sempre, al troppo curioso, il vizio perché il ragazzino domandoso è fastidioso non solo all’insegnante ma anche ai compagnucci perbene (e ai loro genitori prontamente informati). Se lui poi interloquisce è maleducato. Se addirittura interrompe o contesta l’insegnante ed insiste a voler essere preso in considerazione lo si classifica come ipercinetico o affetto da altra patologia e … si chiede il sostegno. No, certamente non si deve generalizzare. Ma a me è capitato che un collega di chimica abbia detto ad una mamma che suo figlio era handicappato perché “non sapeva stare fermo” e “disturbava la lezione”. Lo stesso collega si vantava in consiglio di classe del perfetto silenzio che riusciva ad ottenere in classe e delle “domande a raffica” che lui rivolgeva durante le interrogazioni. Insomma da piccini, e non solo, si perde il vizio di chiedere. A me, tanti anni fa, hanno insegnato a “non far domande chè potresti fare brutta figura…”
Però devo dire che non possiamo crogiolarci nel sangue delle ferite del passato. C’è un pericolo molto spiacevole in agguato ed è quello dell’autocommiserazione. Se da piccini ci hanno condizionato è pur vero che, giunti ad età adulta, e soprattutto giunti nell’età del massimo ardimento si deve reagire e imparare a vedere il mondo e i rapporti umani con i propri occhi. E quindi l’invito ad “uscire dal seminato” è un insegnamento da prendere molto sul serio. Abbandoniamo il signorsì e i bavagli mentali; liberiamo l'istruzione e abbandoniamo le caserme.

mercoledì 29 settembre 2010

Una storia (vera e) sbagliata di Mariaserena Peterlin



Lezione di … (strippamento) 

prof (scorre il registro) - Venga… venga … venga – (i due indici scorrono i meridiani-paralleli del registro cercando il nome x) – Venga Peterlin!
alunna Peterlin : (tachicardia, mal di stomaco, mani tremanti si alza e va alla cattedra)
prof : Hai studiato?
alunna Peterlin : Sì professoressa, e ho ripassato tutto
prof : vabbè. ti credo. Vai a posto chiamo un altro. (Scorre il registro) - Venga… venga … venga – (i due indici scorrono i meridiani-paralleli del registro cercando il nome x)
alunna Peterlin (va a posto tremando, e desiderando di volare via di là, per sempre)

...(e la storia continua, ma a voi non è mai successo??)

venerdì 17 settembre 2010

Insegnante, nonostante la scuola - di Mariaserena Peterlin




L'insegnante che percorre i lunghi corridoi di qualche istituto e si chiede, ma di chi è questa scuola, si sente rispondere, è tua. E se entrando in un'aula rumorosa e grigia, umida di stillicidi incontrollati e di afrori che vincono l'azione antimicrobico-antibatterico dei più frizzanti deodoranti si chiede, di chi è quest’aria, si sente rispondere, è tua, quella che respiri anche tu. E se nota in quell’aula sorda e grigia e umida la presenza di esseri stratificati e come incistati nei banchi e si chiede chi sono costoro, deve rispondersi e insultarsi da solo: sono i miei alunni. Idiota.

Perché nella scuola tutto è dell’insegnante: anche le mura istoriate di scritte per i malpensanti, anche l’aria impregnata di secrezioni delle ghiandole sudoripare e dell’ultima imitazione D&G, anche la porta della classe fatta di plastica sbilenca, anche gli amorfi o ipercinetici adolescenti incupiti da ore ed ore di strepitose lezioni di materie-che-non-gliene-può-importare-di-meno.
Perfino il Diesse (dirigente scolastico di belle pretese funzionali e gestionali) è suo. E sa che può ignorarlo o incenerirlo con una nota al verbale se vuole. Può infilzarlo rifiutando una delle tante firme messe per quieto campare.

Però quando la campanella suona, allora l’insegnante sente rimescolarsi il sangue arterioso, e pensa stavolta faccio scuola come so farla io; e le circolari e le note e i decreti me li appiccico sul frigorifero con il magnete tanto me ne sbatto.
Perché tutto nella scuola è suo.
E di tutto la scuola può fare a meno; tranne che di lui e dei suoi adolescenti stratificati e come incistati nei banchi. L’insegnante allora fa la sua lezione ed il suo dire inizia a circolare riscaldandogli il cuore pulsante.

E quando finalmente arriva il giorno in cui l’insegnante si stanca di piegare la testa ed annuire, ed arriva anche il giorno in cui il suo sangue arterioso gli zampilla nel cuore, fontana dell’amore e dell’odio, allora finalmente la spalanca quella la porta fatta di plastica sbilenca, raduna i suoi adolescenti e li trascina per le strade della città e comincia a correre con loro gridando e cantando: scuola! Scuola! SCUOLA!!
Eccoci nella vita ragazzi, eccoci! Respirate, guardate, toccate, abbracciatevi: questa è la vita! Afferratela forte e portatela con voi ADESSO! Abbasso il vecchio, viva il domani. Viva la scuola viva, viva la scuola che si interroga, viva la scuola che vola come una creatura lucente e guizzante. Quel giorno corridoi e mura, aule e ragazzi, insegnante e città tutto si fonde e il cuore si dilata come una rete che non si spezza nonostante il peso degli innumerevoli esseri che adesso contiene. 
VIVI.


PS: QUESTO TESTO è una ri_SCRITTURA da Giovanni Verga. Se siete arrivati in fondo e non vi piace non c'è niente di male. Anzi! Bella è la critica e vivo il pensiero di chi dice no.
Però se vi piace tutto ha una sua spiegazione

sabato 21 agosto 2010

L'INFORMAZIONE IN PILLOLE di Loretta Bertoni



http://www.flickr.com/photos/samyii/with/466217354/


“The specialist is one who never makes small mistakes while moving toward the grand fallacy.” (“Lo specialista è colui che non compie mai piccoli errori mentre si dirige verso l’errore supremo.”)
“The trouble with a cheap, specialized education is that you never stop paying for it.” (“Il guaio di una educazione specialistica e scadente è che non si finisce mai di pagarne le conseguenze.”)
Parto da queste riflessioni del sociologo canadese Marshall McLuhan, che condivido in pieno, per denunciare uno dei tanti aspetti malati della nostra scuola tradizionalista. Quanti sono i docenti che siedono in cattedra e sciorinano il loro sapere in pillole da assumere durante e dopo la scuola (il lavoro domestico), pensando che il loro unico compito sia quello di trasmettere nozioni facendo sfoggio delle loro conoscenze? Quanti entrano in classe limitandosi a imporre informazioni che versano a caraffate nei bicchieri-mente dei loro studenti, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se tali informazioni risultino minimamente interessanti per loro? Quanti insegnanti sezionano la cultura in maniera più o meno inconsapevole? E il buffo (o triste?) è che ho spesso sentito colleghi criticare i ragazzi perché hanno il cervello diviso in compartimenti. Ma non sono forse loro stessi il primo esempio di “compartimentismo”?
Tutto questo mi fa ricordare anche una stupenda riflessione che la scrittrice e amica Susanna Garavaglia ci ha regalato. L’autrice definisce “spicchismo” questa malsana tendenza alla conoscenza settoriale. Riporto un passo del suo scritto:

“…Il vecchio mondo, quello della specializzazione, si è comportato da brutta bestia creando false padronanze e un’immagine di sé spesso sopra le righe; la suddivisione particellare dell’analisi del reale ha lasciato l’amaro in bocca di uno spicchio di pompelmo andato di traverso, trangugiato intero senza assaporarne il succo. Diciamo addio alla vecchia incapacità di bere spremute, cogliendo l’essenza dell’intero. (…) Per accogliere la vita nella sua totalità…”

Giustissimo Susanna. Accogliamo la Vita intera, diciamo addio al vuoto "spicchismo", guidiamo i nostri ragazzi sulla via del sapere critico, globale e consapevole. Aiutiamoli a proiettarsi verso la libertà.


giovedì 5 agosto 2010

Eco-arte o arte ecologica? di Loretta Bertoni


Davide Sarchioni


Si parla tanto di ecologia, e gli ambientalisti inventano mille maniere per portare avanti le loro proteste. Si arriva a denunciare con ogni mezzo, si pensi alle campagne non violente ma spettacolari di Greenpeace.
Da un po' di tempo qualcuno ha deciso di protestare anche usando la creatività e il genio artistico. Sto parlando di Paul "Moose" Curtis, l'inventore del REVERSE GRAFFITI, una tecnica usata per creare graffiti semplicemente rimuovendo sporco e polveri sottili dai muri che arredano cupamente le nostre città. Con questo metodo ( ritenuto legale in quanto, non utilizzando vernici tossiche, non inquina e non danneggia le superfici) l'artista crea un'opera d'arte facendo anche un favore all'ambiente. Doppio vantaggio quindi. Paul Curtis, infatti, adopera soltanto grosse pompe ad acqua e detergenti che "spara" su stampi giganteschi (che lui stesso crea) appoggiati alle pareti da decorare: un gigantesco stencil insomma.


Il signor Curtis non rende semplicemente più belli i muri che decora, ma li lascia anche più puliti di come li ha trovati! Quindi non è solo un artista, è anche un ambientalista davvero originale. Con i suoi graffiti al contrario, infatti, ha trovato un modo artistico di denunciare lo stato di pesante inquinamento che ci circonda. Più si fa chiaro il contrasto, più la denuncia è palese. Ne è un chiaro esempio la serie di figure e quadri da lui impressi sulle pareti dei tunnel di San Francisco, in cui ha dato vita a enormi "tele in galleria" semplicemente pulendo lo sporco che li riveste! Nel video Curtis racconta che l'idea gli venne anni fa nella cucina di un ristorante in cui lavorava, un giorno che vedendo una macchia sul muro cercò di pulirla con uno straccio...rimase una specie di disegno sullo sporco del muro e gli piacque, così decise di decorare in quella maniera prima tutta la cucina, poi l'intero ristorante! Altra curiosità: le piante che lui "imprime" sulle pareti del Broadway Tunnel, la galleria ripresa nel video, sono le stesse che componevano la vegetazione presente in California, circa 500 anni fa, nella stessa area in cui il tunnel venne costruito...
Come tutti i graffiti, che ci regalano scorci di luce e colore nel grigiore metropolitano, rappresentando un'espressione spontanea e non pre-confezionata del pensiero, anche questi graffiti al contrario illuminano il nostro mondo opaco, rendendolo anche più pulito.

Davvero geniale, Mr Curtis! Ecco la genialità che servirebbe nelle scuole oggi. Perché non proviamo anche noi a prendere un enorme idrante per ripulire tutto lo sporco che le incrosta da secoli? Dove lo possiamo prendere? Ma è ovvio: nella nostra mente, nella nostra forza di volontà, nella creatività e nel coraggio che ci dovrebbero sempre accompagnare.

mercoledì 3 febbraio 2010

SERVE UNA SCUOLA CHE NON CAMBIA? Di Mariaserena Peterlin

Durante un compito in classe di italiano, qualche tempo fa, ho osservato e descritto i miei studenti alle prese con il tema, esercizio indispensabile per loro, visto che avrebbero affrontato il tema d’esame di Stato.
Gli studenti di Mariaserena Peterlin aspettano il tema all'esame di Stato



... "In quinta, ore 9. La luce entra, chiara e trasversale, dalle finestre.
Infissi metallici sovrappongono e specchiano un bagliore freddo, falsamente argentato; cornice stonata verso l’esterno dove c’è il cortile abitato da obliqui e alti pini e abeti diritti fino quasi a toccare le pareti dell’edificio allungandosi verso le finestre.
Fuori l’aria è mossa: azzurra e verde di foglie riflettenti e diverse. […]
Qui, dentro, righe nere si innervano su carte svogliate: sono insofferenti pensieri, intermittenti tensioni che producono odori su maglie e felpe di tessuti sintetici male lavati dalla chimica.
Il testo del tema è una poesia di Vittorio Sereni già assegnato all’esame di stato:
Italiano in Grecia

Prima sera d'Atene, esteso addio
dei convogli che filano ai tuoi lembi
colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
ho lasciato l’estate sulle curve
e mare e deserto è il domani
senza più stagioni.

……………………….

Trascrivono parole solo amate da me, da loro incorniciate, subite, violate, stravolte con impazienza.
Inutili ai più (comunque sordi anche alla primavera).
Li guardo, li vedo, li sento quasi captandoli; vorrebbero non essere qui.
Ma, anche se, non per scrivere di letteratura.

Ore 13,10. Il sole adesso batte sulle vetrate opache rivelando graffiti spenti, strappi di nastro adesivo, ombre secche formate da grumi di polvere stratificati: segni nel tempo.
Indifferente, brutale, la luce batte più forte sulle superfici dei banchi disuguali. Colori acidi, plastiche logore bordate di legno bruciacchiato, intagliato, scheggiato.
Fa caldo e il riflesso è abbagliante.
"Sto scrivendo un capolavoro" ironizza, più o meno persuaso Enrico; le guance accese sotto un mezzo millimetro di barba nera, i capelli crestati e incollati che degradano in basette puntute.
Le posizioni scomposte, oblique; le teste inclinate disposte in curve sghembe ondulate: si stanno impegnando, quasi presi dal lavoro e convinti di sé.
Entrati nel gioco la forma diventa vincolo, tanto che: - ho sbagliato a copiare, ho saltato una colonna, che faccio adesso?-
Un altro sbuffa un po’ roco - Dovrei ricominciare e scendere al bar a ricomprare un foglio, ma non ho più tempo-.
Quando fanno così sono insopportabili, cosa dovrei rispondere? Che sono imbranati (vero), che in tanti anni di scuola non si può non sapere ancora usare un normale sciocco foglio protocollo a righe (ovvio), che se mai nella vita … nel lavoro… che le proprie responsabilità (ancora?)… che chi se ne importa tanto quello che conta non è la forma soltanto ma… (ma non lo sanno già?).
Proseguono disuguali e difformi in tutto, tranne nel fatalismo più inutile - Ormai quel che è fatto è fatto.
Storpiano il senso della paziente costruzione della parola e della frase. "Professoressa qui non capisco, che significa -sono un tuo figlio in fuga che non sa/ nemico se non a propria tristezza- ?"
Rispondo un esasperata, "Adesso ci pensi? Ma se hai soltanto venti minuti per finire…-,
-Ma se non me ne sono accorto prima…-
Finalmente tutti ricopiano, piegati sui fogli.
"Rileggere? e perché? sono stanco e non mi serve"

Vogliono solo finire, e comunque uscire di qui.
Per questo si affrettano impazienti di liberarsi da un incubo: dal compito di letteratura." (*)
Scriveva ieri Antonio Saccoccio parlando della contestazione di un suo studente nel Ning La scuola che funziona fondato da Gianni Marconato:

“Semplicemente per lui la scuola è inutile, perché non si apprende nulla di importante. Con grande lucidità mi ha citato la sua seguente esperienza di vita. Frequenta ragazzi più grandi di lui, ventenni che sono già all'università. Ebbene, nei giorni passati ha "interrogato" 10 di questi amici, tutti ex-studenti del nostro liceo, sulle loro conoscenze filosofiche. Le risposte gli hanno confermato che questa scuola per lui non serve a nulla: 8 su 10 a malapena ricordavano i nomi dei principali filosofi. Ha quindi pensato: "I professori mi valutano su queste informazioni che poi dimenticheremo, a cosa serve quindi studiare queste cose?".

Ma allora che fare? Potrebbe chiedere, perentorio, qualcuno. Fare? Fare subito, pensare di corsa? E’ possibile? Queste situazioni si sono formate e determinate in decenni e non sempre si può agire ribattendo come in una partita di ping-pong.
Nel frattempo, tuttavia, verso il fare ci si può avviare (ri)cominciando a pensare criticamente.

Se è vero che la scuola moderna ha sempre avuto la virtuosa pretesa enciclopedica di accumulare quanto più possibile nelle teste dei nostri studenti è anche vero che quella contemporanea non dovrebbe più esercitare questa pratica.
La sterilità ne è resa più evidente dall'anacronismo; l'accesso alla cultura non è certo agevolato da un accumulo di informazioni (credo che questo concetto sia ampiamente già stato dimostrato) ma dalla capacità di, appunto, organizzare, elaborare, trarre sintesi critiche rispetto alle informazioni medesime. Le informazioni non si ottengono solo dal verbo scolastico, anzi!
E’ evidente che la scuola, anche grazie ai molti stagionati libri di testo, può trovarsi, su questo punto, meno sul tema di altre fonti.
Invece è il flusso e l'aggiornamento multimediale, vasto e continuo, delle informazioni che ha sempre più spesso bisogno di riordino e critica.
La formazione, l'educazione e l'istruzione, e quindi la scuola, possono esercitare questo ruolo.

A patto di smetterla di perdere tempo rimettendoci anche in attenzione e credibilità; e a condizione di non sottovalutare all’insofferenza degli studenti bollandola come negligenza.

La protesta di un ragazzo intelligente verso la pedanteria, mi sembra confermi questa interpretazione.

Una testimonianza che potrebbe essere utile analizzare anche con un campione di studenti più vasto. Perché no?
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(*) Il brano è tolto dal mio libro "La (mia) classe non è doc" disponibile anche il edizioni ebook  ne La mia vetrina virtuale.

mercoledì 18 novembre 2009

La scuola? argomento decotto: ora impazza il decoder


Una vita nella scuola




La scuola è stata, negli anni, bombardata da varie incompetenze, alcune delle quali interne perfino alla classe docente (non neghiamolo) e molte altre esterne. Difficile, non impossibile, riconoscere quali abbiano fatto danni più gravi. Da un po' di tempo dubito che se tutti gli insegnanti avessero consapevolezza professionale, coraggio e determinazione uniti a crescita culturale sarebbero trattati così. Per anni ho visto assemblee (sindacali e non) di docenti sparute nei numeri dei presenti quanto frustrate nella possibilità di incidere. Ho assistito a collegi docenti pilotati da presunti presidi-manager che invece di essere dirigenti-leader erano solo burocrati acriticamente sottomessi alle circolari e alle normative. Ho partecipato a collegi docenti in cui battagliere minoranze propositive davano voce ad analisi sulle problematiche didattico-pedagogiche, ma erano appena sopportate da una maggioranze benaltriste ossequienti e acritiche. Ho visto insegnanti e consigli di classe capaci di andare solo alla ricerca del tempo perduto o dell'insufficienza in condotta o, ancora, dell'automatismo: tot-insufficienze = bocciatura-senza-discutere. Dunque responsabilità ce ne sono. Ma c'è anche una scuola bella e qualificata che lavora seriamente, la scuola che funziona , una scuola che deve essere ascoltata da interlocutori politici e dal mondo della cultura. Esistono anche straordinari insegnanti: entusiasti, appassionati, creativi, capaci di inventare e progettare ogni giorno ipotesi di lavoro e soluzioni a breve e medio termine: ma perché non sono ascoltati? Certo a questa scuola non presta attenzione, almeno per ora, l'ineffabile attuale ministro, ma nanche altri che hanno abitato nel palazzone di Vle Trastevere. Gelmini infatti dice che "le proteste sono rientrate, non ci sono tagli e tutto è tranquillo". I giornali (tranne pochissimi) piluccano qualche notizia su disagi o proteste perchè i cortei invadono le strade. Le TV, addirittura, mediamente trasmettono, appunto, il solito ben-altro! L'analgico è morto: w il digitale! Questa è/sarebbe la notizia delle notizie, fondamentale, di attualità. Invece la Scuola e l'Università sono in piazza anche oggi, i precari sono ancora più precari e disoccupati, i docenti abilitati sono come pietrificati in graduatorie mummificate.I genitori, d’altro canto, sanno (o dovrebbero sapere) che ai loro figli mancano ancora docenti, che si sono moltiplicati gli alunni e dimezzate le cattedre sommando ore a ore.I diritti sono diventati carta da macero e potremmo continuare. Delle manifestazioni di protesta si parla solo negli avvisi sul traffico. Cosa dobbiamo concludere? Che la crisi economica è anche crisi culturale e che, come al solito, le notizie vengono date e amplificate fino a farle diventare iperboli a cui nessuno crede più. La tecnica è consolidata: si è parlato per un po’ di scuola? Ora basta, passiamo alla prossima notizia fondamentale: come si programma il decoder?

mercoledì 16 gennaio 2008

Il futuro della scuola - Una nota antipatica


In Ialia si sono dimenticati di progettare la scuola?
Facciamo una semplicissima ipotesi per immaginare e prevedere quanto potrebbe realisticamente accadere entro i prossimi 4-6 anni nella scuola elementare dell’obbligo.
Partiamo dalla realtà delle contestazioni a Letizia Moratti (ex Ministro della Pubblica Istruzione) per le nuove regole realtive alle iscrizioni nei nidi e nella scuola materna del Comune di Milano
Integriamo i dati suddetti con una elementare riflessione sulla situazione parallela nelle scuole private e nell’asilo famigliare (quello gestito da giovanili nonni sull’orlo di una crisi da prestazioni extra-età).

Andiamo con ordine.
A)Prendiamo a riferimento 2 graduatorie (scelte casualmente) di bimbi ammessi nel comune di Milano zona 1 (centro)
I esempio : 9 domande: ammessi 5 di cui 3 con cognomi stranieri 2 italiani. Non ammessi 4 italiani
II esempio: 18 domande: ammessi 11 di cui 5 con cognomi stranieri 6 italiani. Non ammessi 7 italiani

B) Abbiamo un totale di ammessi 18 ammessi di cui 10 bambini non italiani e 8 bambini italiani

C) Solitamente gli ammessi precedono i non ammessi anche in considerazione di un reddito più basso (deve essere presentata “dichiarazione ISEE del nucleo familiare utile al fine di ottenere un punteggio più favorevole in graduatoria e calcolare correttamente il contributo relativo alla refezione scolastica” (CIRCOLARE n.20 del 17 dicembre 2007)

D) Gli 11 bambini italiani non ammessi probabilmente frequenteranno le scuole private (o i nonni) e vivranno in una realtà famigliare o scolastica a cui i piccoli non italiani o con situazioni economiche svantaggiate non hanno motivo di accedere.

E) I 18 bambini ammessi appartengono necessariamente a realtà socio-culturali caratterizzate da; richiesta di integrazione, eterogeneità, reddito medio o basso; può inoltre accadere che la loro situazione famigliare sia di svantaggio o con difficoltà. Ed è sacrosanto favorirne ancora di più l’integrazione.

Abbiamo dunque : 18 bambini “comunali” e 11 “privati”.
Perché gli 11 bambini “privati” sono stati esclusi? Perché le loro famiglie pagano tasse più alte?

Quando questi mini-scolari confluiranno insieme nella scuola dell’obbligo, dove finalmente tutti potranno avere libero accesso, si formeranno nuove classi nelle quali alcuni (i comunali) chiederanno probabilmente di essere ammessi rimanendo ancora insieme, nelle stesse classi (col gruppo di origine) mentre gli altri, di necessità, entreranno … casualmente ed in ordine sparso.
Il nucleo, il nocciolo della classe sarà dunque formato da un gruppetto di bambini con esperienze simili e affinità varie, mentre tutti gli altri dovranno integrarsi.

Questo non va. Tutti i bambini hanno diritto al nido e alla scuola. Tutte le famiglie hanno esigenze di lavoro. Tutti i cittadini sono uguali e con gli stessi diritti. Perché accusare Moratti di togliere il nido e la materna solo quando questo accade a famiglie non in regola e non regolarizzabili? Perché si omette di ricordare tutti gli altri (circa un terzo) che non hanno avuto accesso al servizio comunale?
E perché non si valutano le conseguenze socio-affettive e didattico-pedagogiche, già problematiche, dell’attuale situazione che è già in evidente equilibrio molto precario?
Ci troviamo a rimpiangere la scuola postunitaria del libro Cuore, e in particolare la classe del protagonista, Enrico dove sedevano negli stessi banchi il figlio del carbonaio, dell’avvocato, del ferroviere, dell’impiegato, del muratore. E dove perfino l’infame Franti aveva il suo posto tra i compagni.
La scuola postunitaria ha riconosciuto diritto alla scuola elementare per tutti.
E siamo fermi ancora là.
Infatti non abbiamo ancora ottenuto che lo stesso diritto sia esteso alle materne e ai nidi in favore di tutte le famiglie che ne facciano richiesta. Ma quanto, da allora è cambiata la società, la vita delle famiglie e il ruolo femminile?

venerdì 7 dicembre 2007

La scuola è bocciata? Io boccio i dirigenti.

DIRIGENTI SCOLASTICI : tutto ok?
Mi è stata chiesta un'opinione sul recente rapporto OCSE in base al quale la scuola Italiana risulta una delle ultime in classifica. Ho notato che quando a parlare di scuola non sono né gli insegnanti, né i cosiddetti esperti o addetti lavori vengono alla luce problematiche importanti di solito marginalizzate nei luoghi deputati dell'Istruzione Pubblica. Invece nel mondo del lavoro (ma anche nell’Università) si sostiene che la nostra scuola è molto costosa ma fabbrica “somari”. Fioroni se la cava applicando alla scuola la definizione di "ascensore sociale", ovvero egli afferma che se la scuola permettesse di ottenere un buon posto di lavoro, allora il desiderio di studiare aumenterebbe.
Fioroni omette di ricordare a se stesso (Ministro della Repubblica) che anche un ragazzo colto, preparato, pieno di buona volontà e con un buon voto di Diploma o di Laurea si trova di fronte alla realtà di:

1. livellamento al basso delle retribuzioni (matematico o ingegnere, letterato o aspirante avvocato, perito industriale o ragioniere … le retribuzioni si aggirano, quando va bene, intorno ai 1000-1200 euro al mese)
2. condizione di incertezza del futuro.
3. Precarietà di lavoro per tutti: giovani e adulti, lavoratori con o senza esperienza.
Per cui il suo "ascensore" ci appare come una delle tante percezioni che solo il suo (a)dorato pince-nez riesce a captare.
Ma è vero che anche il mondo della scuola non sempre guarda lontano. Infatti nei consigli di classe o nei collegi docenti si parla di solito di andamento didattico-disciplinare, di modalità di recupero di debiti formativi, di quanti giorni concedere per la gita o, se proprio si va sul difficile, della formazione classi e della distribuzione dei soldi del Fondo di Istituto.
Ma poco o nulla affatto ci si occupa dell'utilità dei curricula ai fini della professionalizzazione dei diplomati di scuole tecniche
Per questo può accadere che un osservatore più neutro, non scolastico riesca a mettere in evidenza questioni considerate meno importanti, ma che invece risultano molto pertinenti rispetto ai risultati dell'istruzione e non soltanto al processo in atto. Vi è poi la questione, fondamentale quanto mai, della valutazione dell'opera dei docenti.
Un eventuale giudizio negativo sulla classe docente non va generalizzato, così come per altre categorie. Ma una analisi onesta, che desideri un miglioramento della situazione della scuola, deve svelare apertamente e senza reticente un antico guasto causato dalle conseguenze provocate dal tipo di reclutamento del personale docente avvenuto dagli anni 74-75 in avanti. In quel periodo, per esser chiari, si è iniziato ad assumere gli insegnanti "ope legis" e non, come prima, per selezioni tramite severi concorsi cattedre. Questa prassi ha avuto effetti peggio che negativi sulla qualità dell'insegnamento. A partire dal 1974 tutti abbiamo assistito, dall'esterno o dall'interno del sistema scolastico, all'immissione in ruolo (a regime torrentizio) di colleghi che finalmente entravano in ruolo per...anzianità di supplenza.…
Qualcuno era ottima persona preparata e seria, altri invece erano stati più volte bocciati ai concorsi e sono riusciti ad ottenere abilitazioni con corsi speciali e non per esami.
Allora: vogliamo rimettere esami per tutti, o solamente per gli studenti settembrini?

Attualmente quel sistema di reclutamento sembra chiuso, e speriamo che rimanga così.
Infatti la qualificazione dei docenti che seguono il biennio di perfezionamento delle SSIS possiede certamente serietà e credibilità molto più concrete.

A scuola ho spesso anche io desiderato che sul lavoro dei docenti ci fosse una verifica competente ed equilibrata. Il più delle volte l'intervento di un bravo dirigente può migliorare la situazione davvero.
Ma, tolte le dovute eccezioni, qual è e dov’è il BRAVO DIRIGENTE?
Al di là della solita difesa corporativa e di categoria, al di là degli arroccamenti su sussiegose posizioni di privilegio, al di là delle nomine, anche queste perseguite ed ottenute con corsi speciali o per la solita procedura ammuffita e avvilente e che mi permetto di definire quella dell’anzianità di supplenza (da vicepreside nominato dal dirigente a preside incaricato per anzianità e titoli vati a corso di formazione concorso riservato …) al di là di tutto ciò dove sono lo smalto del leader, la competenza del manager, la capacità di gestire le situazioni del dirigente di qualità dotato di spessore culturale e passione didattica?
Spesso si sente dire che sarebbe necessario "licenziare" i fannulloni o gli incapaci. Non demonizzo una simile ipotesi perchè, come in molti campi (del pubblico impiego in particolare), è frustrante, per chi lavora seriamente, vedere accanto a sé imbroglioni che si portano a casa uno stipendio immeritato mentre dovrebbero essere per lo meno retrocessi a compiti di minore ricaduta sociale. Però prima o contemporaneamente (io preferirei "prima") si dovrebbe intervenire sui DIRIGENTI scolastici che percepiscono ottimi stipendi, aggiungono a questi le prebende dei progetti e di altre attività, ma non si occupano o non sanno gestire le attività didattiche, non sanno motivare e distinguere come dovrebbero, anzi.Per molti dirigenti un buon insegnante è semplicemente uno che tiene le classi in silenzio e si presenta agli scrutini con un congruo numero di insufficienze ben distribuite: attenzione però, insufficienze come 4 o 5 con cui non si boccia...Perchè bocciare è una grana che nessuno di questi soloni arcigni e pigri vuole davvero affrontare.
E il cerchio si chiude..