chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

mercoledì 3 febbraio 2010

SERVE UNA SCUOLA CHE NON CAMBIA? Di Mariaserena Peterlin

Durante un compito in classe di italiano, qualche tempo fa, ho osservato e descritto i miei studenti alle prese con il tema, esercizio indispensabile per loro, visto che avrebbero affrontato il tema d’esame di Stato.
Gli studenti di Mariaserena Peterlin aspettano il tema all'esame di Stato



... "In quinta, ore 9. La luce entra, chiara e trasversale, dalle finestre.
Infissi metallici sovrappongono e specchiano un bagliore freddo, falsamente argentato; cornice stonata verso l’esterno dove c’è il cortile abitato da obliqui e alti pini e abeti diritti fino quasi a toccare le pareti dell’edificio allungandosi verso le finestre.
Fuori l’aria è mossa: azzurra e verde di foglie riflettenti e diverse. […]
Qui, dentro, righe nere si innervano su carte svogliate: sono insofferenti pensieri, intermittenti tensioni che producono odori su maglie e felpe di tessuti sintetici male lavati dalla chimica.
Il testo del tema è una poesia di Vittorio Sereni già assegnato all’esame di stato:
Italiano in Grecia

Prima sera d'Atene, esteso addio
dei convogli che filano ai tuoi lembi
colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
ho lasciato l’estate sulle curve
e mare e deserto è il domani
senza più stagioni.

……………………….

Trascrivono parole solo amate da me, da loro incorniciate, subite, violate, stravolte con impazienza.
Inutili ai più (comunque sordi anche alla primavera).
Li guardo, li vedo, li sento quasi captandoli; vorrebbero non essere qui.
Ma, anche se, non per scrivere di letteratura.

Ore 13,10. Il sole adesso batte sulle vetrate opache rivelando graffiti spenti, strappi di nastro adesivo, ombre secche formate da grumi di polvere stratificati: segni nel tempo.
Indifferente, brutale, la luce batte più forte sulle superfici dei banchi disuguali. Colori acidi, plastiche logore bordate di legno bruciacchiato, intagliato, scheggiato.
Fa caldo e il riflesso è abbagliante.
"Sto scrivendo un capolavoro" ironizza, più o meno persuaso Enrico; le guance accese sotto un mezzo millimetro di barba nera, i capelli crestati e incollati che degradano in basette puntute.
Le posizioni scomposte, oblique; le teste inclinate disposte in curve sghembe ondulate: si stanno impegnando, quasi presi dal lavoro e convinti di sé.
Entrati nel gioco la forma diventa vincolo, tanto che: - ho sbagliato a copiare, ho saltato una colonna, che faccio adesso?-
Un altro sbuffa un po’ roco - Dovrei ricominciare e scendere al bar a ricomprare un foglio, ma non ho più tempo-.
Quando fanno così sono insopportabili, cosa dovrei rispondere? Che sono imbranati (vero), che in tanti anni di scuola non si può non sapere ancora usare un normale sciocco foglio protocollo a righe (ovvio), che se mai nella vita … nel lavoro… che le proprie responsabilità (ancora?)… che chi se ne importa tanto quello che conta non è la forma soltanto ma… (ma non lo sanno già?).
Proseguono disuguali e difformi in tutto, tranne nel fatalismo più inutile - Ormai quel che è fatto è fatto.
Storpiano il senso della paziente costruzione della parola e della frase. "Professoressa qui non capisco, che significa -sono un tuo figlio in fuga che non sa/ nemico se non a propria tristezza- ?"
Rispondo un esasperata, "Adesso ci pensi? Ma se hai soltanto venti minuti per finire…-,
-Ma se non me ne sono accorto prima…-
Finalmente tutti ricopiano, piegati sui fogli.
"Rileggere? e perché? sono stanco e non mi serve"

Vogliono solo finire, e comunque uscire di qui.
Per questo si affrettano impazienti di liberarsi da un incubo: dal compito di letteratura." (*)
Scriveva ieri Antonio Saccoccio parlando della contestazione di un suo studente nel Ning La scuola che funziona fondato da Gianni Marconato:

“Semplicemente per lui la scuola è inutile, perché non si apprende nulla di importante. Con grande lucidità mi ha citato la sua seguente esperienza di vita. Frequenta ragazzi più grandi di lui, ventenni che sono già all'università. Ebbene, nei giorni passati ha "interrogato" 10 di questi amici, tutti ex-studenti del nostro liceo, sulle loro conoscenze filosofiche. Le risposte gli hanno confermato che questa scuola per lui non serve a nulla: 8 su 10 a malapena ricordavano i nomi dei principali filosofi. Ha quindi pensato: "I professori mi valutano su queste informazioni che poi dimenticheremo, a cosa serve quindi studiare queste cose?".

Ma allora che fare? Potrebbe chiedere, perentorio, qualcuno. Fare? Fare subito, pensare di corsa? E’ possibile? Queste situazioni si sono formate e determinate in decenni e non sempre si può agire ribattendo come in una partita di ping-pong.
Nel frattempo, tuttavia, verso il fare ci si può avviare (ri)cominciando a pensare criticamente.

Se è vero che la scuola moderna ha sempre avuto la virtuosa pretesa enciclopedica di accumulare quanto più possibile nelle teste dei nostri studenti è anche vero che quella contemporanea non dovrebbe più esercitare questa pratica.
La sterilità ne è resa più evidente dall'anacronismo; l'accesso alla cultura non è certo agevolato da un accumulo di informazioni (credo che questo concetto sia ampiamente già stato dimostrato) ma dalla capacità di, appunto, organizzare, elaborare, trarre sintesi critiche rispetto alle informazioni medesime. Le informazioni non si ottengono solo dal verbo scolastico, anzi!
E’ evidente che la scuola, anche grazie ai molti stagionati libri di testo, può trovarsi, su questo punto, meno sul tema di altre fonti.
Invece è il flusso e l'aggiornamento multimediale, vasto e continuo, delle informazioni che ha sempre più spesso bisogno di riordino e critica.
La formazione, l'educazione e l'istruzione, e quindi la scuola, possono esercitare questo ruolo.

A patto di smetterla di perdere tempo rimettendoci anche in attenzione e credibilità; e a condizione di non sottovalutare all’insofferenza degli studenti bollandola come negligenza.

La protesta di un ragazzo intelligente verso la pedanteria, mi sembra confermi questa interpretazione.

Una testimonianza che potrebbe essere utile analizzare anche con un campione di studenti più vasto. Perché no?
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(*) Il brano è tolto dal mio libro "La (mia) classe non è doc" disponibile anche il edizioni ebook  ne La mia vetrina virtuale.

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