chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

giovedì 21 maggio 2015

Io non mi vergogno

Considerato quello che quotidianamente accade nel nostro paese, e  penso non abbiamo bisogno di elencare esempi recenti, ci sarebbero molte buone ragioni per invocare che scenda un manto di vergogna sui responsabili. Sì su di loro.
Ma proprio per questo io non mi vergogno e non condivido la vergogna. Me ne chiamo fuori dopo una vita che è ed è sempre stata di personali battaglie, spesso perse perché non condivise è vero, ma che consentono di non lasciarmi ammucchiare nella massa pecorile che giudiziosamente e accortamente sceglie ed ha sempre scelto il cosiddetto  male minore, che ha fatto e fa spallucce, che ha sempre detto e dice che non si può far altro.
Non è così: ogni nostra azione quotidiana può essere azione di semina per il futuro e per cambiare la realtà.
Chiunque semina sa che ci vuole tempo. Specie se si è in pochi.
Questo non significa che si smette di seminare, di pensare, di dissentire.
Questo non significa che ci si lascia omologare e soffocare dal conformismo. E non significa che non ci resti altro che la nota tattica delle tre scimmie che non vedono-sentono-parlano.
Siamo persone e non scimmie. Uomini fummo ed or siam fatti sterpi fa dire Dante ai suicidi: e non è forse un suicidio civile arrendersi, tacere, annuire storcendo le labbra, forse, ma senza affermare anche con i fatti una diversa e opposta convinzione?
E proprio per queste ragioni io dico che mai e poi mai, anche se il nostro navigare fosse solitario e con piccioletta barca, anche se la nostra fosse semplicemente una posizione coerente solo con la propria personale coscienza, mai bisogna lasciarsi andare verso la schiera di chi si vergogna in conto terzi, e tanto meno lo deve fare chi, pur eseguendo i riti inevitabili imposti da un minimo di convivenza e sopravvivenza alla routine,  continui ad avere un pensiero, una parola ed un cuore liberi.
Quelli che si vergognano godono e, sotto sotto, si compiacciono tra sé e sé della acquietante remissività impotente e giustificante che li fa apprezzabili ai molti; il tutto en attendant una redenzione che altri (come sempre) eseguirà, se il fato lo vorrà, anche per loro. E allora siano loro a vergognarsi.
Io no, io non mi vergogno.

giovedì 16 ottobre 2014

Per il futuro


Coltiva il futuro

Non perderne memoria
ma nutrila e coltiva
ogni germoglio sano
di queste nostre piante;
pota i succhioni infidi
che rubano la linfa.
Mantieni sano il frutto.

lunedì 22 settembre 2014

Merito e utilità del far scuola


Se è vero che sbagliato dire solo no e
rifugiarsi nel passato è anche vero che innovare dovrebbe significare (provo a definire) fare ricerca per confutare, dove ci siano, gli errori e proporre nuove soluzioni, strade ed idee.
Nell’ambito educativo e dell’istruzione scolastica non possiamo dire solo no al merito e alla meritocrazia, ma dobbiamo pur riconoscere che una selezione di tipo meritocratico non è, di per sé, né innovativa, né uno strumento per insegnare/imparare meglio, né per educare; al massimo potrebbe esser considerato uno strumento per vagliare e selezionare in base ad un solo criterio; quello, appunto del merito.
E tuttavia dicendo così siamo ancora in ambito molto generico.
Infatti se non definiamo cosa sia merito e cosa (non meno importante) il demerito stiamo già affondando nella palude delle parole dette a vuoto: prima di disegnare figure esatte occorre squadrare il foglio ossia, in questo caso, dare un senso alle parole.
Ad esempio:
1) uno studente è meritevole in quanto portatore di un patrimonio di qualità? E quali?
2) chi è meritevole riesce ad esserlo in ogni tipo di scuola, in ogni disciplina e con ogni insegnante del suo corso di studi?
3) il merito coincide con il successo scolastico?
4) dove individuiamo il merito nel processo educativo che prevede almeno due attori o, se vogliamo, due funzioni: quella di insegnare e trasmettere (dunque attrarre attenzione/interesse) e quella di apprendere ossia ricevere (e rielaborare)? Può esistere da una parte sola? Come e quando è diversificabile?
Questo breve elenco è imperfetto, abbozzato e parziale. 

Sono tante le variabili che potremmo osservare.

Ma poi esiste la pratica. Molti bravi insegnanti (1) si muovono, di solito, con la prudenza ma anche con l’audacia di bravi esploratori che sanno quale sia la meta, rileggono e tarano giorno per giorno gli strumenti, ne inventano di nuovi, si confrontano con la realtà, raccolgono esperienze.

Una base di una ricerca volta a confutare gli errori del passato e a cercare nuove e migliori strade per il futuro dovrebbe tener conto degli ultimi quattro secoli di ricerche ed esperienze pedagogiche. Ma non volendo essere pedanti possiamo almeno desiderare che chi si proponga con responsabilità direttive in questo ambito evitati scivoloni o errori di stile e contenuto tenendo presente almeno gli studi dal positivismo pedagogico ad oggi, poco più di centocinquant’anni, fondamentali.
E il merito allora? Certamente; quello della medaglia di primo della classe ci commuove ancora, perché no?
Tuttavia non sono quelle le sole lacrime che la scuola può far versare.
Il merito ci piacerebbe, ci piace: come insegnante anche a me sarebbe piaciuto esser considerata meritevole, ne avevo anche qualche titoluccio, e la vanità fa il suo lavoro. Ammettiamo tuttavia che non si insegna per sentirsi bravi, caso mai per sentirsi utili. Lo stesso desiderio di utilità non ci piacerebbe anche tra le doti ed i meriti di bravi ministri miur?
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(1) Sull'argomento può esser utile il resoconto di una discussione svoltasi nell'ambito del network La scuola che funziona fondata da Giovanni Marconato: "Il bravo prof"

venerdì 27 dicembre 2013

Pinocchio e le metamorfosi istruttive

di Mariaserena Peterlin 
(testo già pubblicato in Vivalascuola de La poesia e lo spirito)


Leggi il Manifesto di Pinocchio
Tra grottesche realtà, metamorfosi e rivoluzionarie invenzioni narrative, Pinocchio diventerà da burattino un ragazzino perbene, uno di quelli che “hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche nell’interno delle loro famiglie” (cap. 36), ma non nasce buono, infatti da subito disobbedisce ed infrange le comuni regole di buona creanza e di buona educazione e prestissimo incorre in castighi ed umiliazioni, nei rigori della legge e nella prigionia. In realtà Pinocchio disobbedisce rispetto alle comuni leggi dettate dall’omologazione, dalle convenienze, dalle usanze e convenzioni della società umana che lui, essendo nato burattino, non è portato a condividere naturalmente.
Come ha osservato Vincenzo Cerami quello di Pinocchio è un “lungo viaggio dal buio prenatale alla luce: la dolorosa catarsi che lo porterà verso la cruda realtà” (cfr: Collodi, Le avventure di Pinocchio, edizione illustrata, Milano 2002, Garzanti, Prefazione di Vincenzo Cerami pag. XXVI). Per raggiungere quella luce è necessario che il protagonista compia un lungo cammino di iniziazione segnato da progressive metamorfosi fino a quella finale in cui diventa “un bel fanciullo con i capelli castagni e gli occhi celesti” .
Sappiamo come il suo itinerario, funestato da inseguimenti e gravi pericoli, sia spesso fatto di corse, giravolte, capriole, mutamenti di direzione.
Un cammino avventuroso, dunque, in cui non mancano corrispondenze tra gli stati d’animo e le varie ambientazioni anche notturne come l’inseguimento degli assassini o il viaggio verso il paese dei balocchi.
L’autore fa crescere il suo burattino attraverso frenetiche esperienze durante le quali la sua originale natura ligneasperimenta quanto la realtà umana sia illusoria, variabile e spesso frutto di scambi o cambi di identità.
Collodi, che come noto fu anche autore di teatro, non trascura d’usare l’effetto fascinoso dei colpi di scena né manca di marcare con figure, metafore, simboli e contesti sia gli stati d’animo del protagonista, sia lo scorrere del tempo e dei luoghi che incorniciano le azioni.
Proponiamo qui una brevissima lettura, esemplificatrice di questa tesi, di poche citazioni tolte dai capitoli tra 19-23 e che risultano esemplari dei frenetici capovolgimenti di situazione o inversioni di ruoli. Grazie anche alla brillante e trascinante prosa collodiana questi brani danno conto dell’esperienza dolorosa del burattino Pinocchio in viaggio verso la vita reale.
L’intestazione del diciannovesimo del capitolo narra:Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo si busca quattro mesi di prigione. Siamo nel paese di Acchiappacitrulli dove il nostro, condannato nonostante sia parte lesa, usufruisce di una sorta di amnistia, ma ottiene la libertà, così come la condanna, per dir così, quando rovescia la realtà, ossia quando capisce che non si è puniti per essere davvero colpevoli e bugiardi, ma al contrario quando si è innocenti e si dice la verità:
— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere.
— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero….
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io.
— In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.
Uscito di prigione affronta un’altra prova e la supera in modo grottesco o potremmo anche dire, grazie a una inversione di comportamenti: un serpente gli sbarra la strada, Pinocchio ne è terrorizzato, si getta all’indietro per sfuggirlo e cade per terra restando conficcato nel fango a gambe all’aria, ma è il serpente che muore per “una convulsione di risa” vedendolo sgambettare in quella ridicola posizione. E qui il burattino impara che non si muore per la paura, ma si può morire per il piacere di ridere. Riparte e corre, corre “per arrivare a casa della Fata avanti che si facesse buio”, ma preso dalla fame tenta di sgraffignare un grappolo d’uva finendo intrappolato in una tagliola messa da un contadino a difesa del suo campo (vorrebbe dunque rubare, ma è lui ad essere rubato).
Inizia qui per Pinocchio una singolare notte degli scambi in cui si mescolano realtà grottesche, imbrogli, inversioni, rovesciamenti e capriole narrative.
Il contadino che ha catturato Pinocchio gli mette al collo un grosso collare e gli impone di far da guardia ai ladri dei polli in sostituzione del suo cane, Melampo, che è morto: “puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane”.
Pinocchio mortificato si adatta al ruolo dicendosi d’aver meritato il castigo; s’addormenta nel casotto dove invece del letto con le lenzuola di bucato c’è un po’ di paglia vecchia e sporca. Arrivano le faine, le ladre dei polli che, al buio della notte, scambiano Pinocchio per il cane Melampo: da collaudate delinquenti, instaurano una immediata trattativa, di gusto mafioso; una vera e propria mossa di corruzione. Qui si sovrappongono la notte degli scambi e quella degli imbrogli: “Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
Pinocchio finge di accettare, ma non appena le faine si infilano nel pollaio le chiude dentro fissando la porta con una grossa pietra. Il contadino, avvisato, arriva e acchiappa le faine, poi le chiude in un sacco e da quel galantuomo qual è predispone una singolare trovata “Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. È un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!”
Già, quale sistema migliore di farsi giustizia che mettere in atto un altro imbroglio, ossia una frode?
Pinocchio impara, ma anche se ha patito, come un classico limpido eroe, immeritate pene, umiliazioni durissime e sordidi tentativi di corruzione non svela, da mite pur se discolo, le colpe pregresse di Melampo: “… avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano tra il cane e le faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sè: — A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!
Questi sono alcuni dei tanti possibili esempi della singolare educazione ricevuta da Pinocchio; spesso egli mostra un’anima pietosa contenuta in un pezzo di legno, ma la vita e gli umani si affretteranno a limare e piallare, a tornire e rifinire quel legno fino a fargli dire: “com’ero buffo quando ero burattino! E come son contento di essere diventato un ragazzino perbene!

venerdì 20 dicembre 2013

La classe docente andrà in paradiso?

una vita, la mia, nella scuola
Forse la domanda dovrebbe essere un’altra: la classe docente esiste dal punto di vista sociale ed ha una identità riconosciuta, per dir così, pubblica oltre che professionale?
Se ce l’ha ed ha una sua specificità questa probabilmente è pluralista senza tendere all’individualismo, complessa senza essere inespugnabile, specifica senza essere corporativa, specializzata senza essere escludente.
I docenti non sono forse per peso, numero e peculiarità una parte significativa della società? Penso di sì.
È sufficiente fare una veloce stima dei gruppi di docenti esistenti nel web per constatare che questa identità esiste davvero e quanto sia viva e consapevole di esserlo.
La classe docente si occupa di istruzione, di formazione, di educazione; può dare un’impronta all’orientamento dei giovani verso il futuro, al loro modo di socializzare, considerare e rapportarsi agli altri; può indurre i ragazzi a riflettere, fin dall’adolescenza e anche prima, su quale sia il mondo in cui vorrebbero vivere: sono tutte questioni pesanti che danno prestigio al ruolo.
Infatti la politica si ricorda dei docenti, ma non quando potrebbe o dovrebbe ragionare sulle retribuzioni, sulle funzioni, sulla valorizzazione e aggiornamento degli insegnanti: se ne ricorda, semmai, quando cerca voti e consensi.
Tutti i politici se ne ricordano allora, come no.
Alle elezioni, alle primarie, a qualche referendum,  ai congressi, in occasioni pubbliche allora si parla sempre di scuola, di insegnanti e perfino de “i nostri ragazzi” che ho virgolettato perché non se ne può più.
Non se ne ricordano, e lo sappiamo, quando le scuole cascano a pezzi, quando mancano strumenti aggiornati, quando le classi sono affollate. Non se ne ricordano nemmeno quando qualche docente sbaglia, non si aggiorna, non è all’altezza.Laissez faire, laissez passer (lasciar correre, ignorare) è, in questi casi, la linea di condotta. Certo nessuno è perfetto, ma sappiamo bene come, per certe professioni, i danni siano come l’inquinamento ambientale sparso nelle nostre città: si diffonde, si appiccica, non fa passare aria buona ed è difficile da rimuovere.
Dunque, ipotizzo, dev’esser per colpa dei docenti non adeguati che tutta la classe docente è sovente mal pagata oppure pagata a sorteggio; ossia quando danaro ce n’è e se non ce n’è s’aspetta il turno.
Certo, ci sono anche i docenti che vivono la scuola in realtà di nicchia, quelli di scuole ben frequentate, chissà in qualche liceo per bene dove quasi tutto funziona come un orologio incorniciato da una realtà poco problematica.
Dev’esser per questo che qualche opinionista o giornalista, e anche il solito politico rampante o ansimante pensa che basti fare un fischio per veder correre donne e uomini insegnanti all’allettante richiamo. Hanno tanto tempo libero, possono fare, possono esserci, possono pure fare reclutamento adesioni!
Ci sono, è vero, anche i docenti che fanno parte per se stessi, che custodiscono gelosamente il loro status quo, considerano il precariato dei colleghi una sfortuna degli altrui che non li tocca, difendono il loro particolare e risparmiano energie aspettando la pensione quando verrà; ma i lavativi non ci sono forse in tutte le categorie: anche negli ospedali ad esempio e anche in politica?
Eppure io voglio davvero bene agli insegnanti e mi dispiace che, nonostante valide eccezioni assolutamente encomiabili, la classe docente (la categoria docente) sembri non volare: a volte rivendica eventuali diritti borbottando e non impegnandosi, altre volte si inacidisce sulla mancanza di sostegni e supporti che, tuttavia, sono (o dovrebbero) indispensabili allo studente, non al prof.
Ecco perché mi chiedo: esiste davvero una classe insegnante, o gli insegnanti sono come tutti gli altri?
Esiste e ha capito che può/deve avere un ruolo o pensa che andare al voto da docenti o da persone diversamente attente e consapevoli sia la stessa cosa? Esiste, è viva, si sa indignare, sa dire la sua quando serve o ha mollato?
Esiste e vuole un prossimo futuro in cui essere propositiva o ha messo in barca remi e timone e va alla deriva?
E con la deriva andrà in paradiso? Forse no.

lunedì 30 settembre 2013

Lettera aperta DI / A una professoressa sulla poesia

Scrivo questa lettera rivolgendomi ad una mia amica e collega, Anna Maria Curci, ma essendo una lettera aperta queste riflessioni sono rivolte a tutti.


Cara Anna Maria,
ti scrivo per parlarti di poesia perché entrambe, insieme a tanti altri insegnanti, non solo la amiamo, ma cerchiamo da sempre, senza violenza né pratiche di didattica estrema di trasmetterne l’amore.
Iniziando questa lettera, sulla poesia, mi accorgo di aver usato il verbo amare e la parola amore con una frequenza che solo la poesia poteva ispirare, ma è necessario che subito, al contempo, io difenda la poesia sia dai sentimentalismi, sia dalla tracimazione degli stessi.
In realtà la poesia d’amore rischia di essere sia di quel genere innocuo, di cui hai tu parlato, sia uno sfogo banalizzante di sentimenti precocemente nati e finiti.
Ma tornando al tema: come negare che, seppure apparteniamo a generazioni un po’ diverse, entrambe siamo state formate ad un approccio rigoroso alla letteratura, che abbiamo decantato il rigore raffinandolo ulteriormente attraverso il filtro, a volte fittissimo, degli studi strutturalisti o dell’esegesi semantica e della semiotica, che abbiamo sperimentato le letture di diversi critici diversamente orientati ma siamo felicemente sopravvissute amando questa forma di scrittura che non può non essere che letteraria?
Intendiamoci, non nego la possibilità che la poesia nasca spontanea da un cuore primigenio o persino illetterato; non nego nemmeno che abbia diritto di cittadinanza nel paese della libera espressione attraverso parole anche una poesia semplice, o vogliamo dirla innocua? disimpegnata o perfino autoreferenziale.
E tuttavia come sottrarsi a quella punzonatura dell’essere docenti e di aver sentito e di sentire la responsabilità di insegnare prima di tutto la distinzione tra i generi.
E come sottrarsi all'ammissione di colpevolezza: sì insegno quello che amo, le mie predilezioni non le voglio nascondere e uso arte e mestiere per trasmetterle?
Eppure nemmeno noi, così oserei dire radicalmente prof, siamo nate insegnanti. E anche noi siamo nate alla poesia ascoltandola,leggendola, lasciandoci trascinare dalla sua musica. Mi accorgo che scrivo noi,forse devo dir io? Ma sorvoliamo come si sorvola su un dettaglio.
Ho amato la poesia per la musica e le sensazioni che riusciva a far nascere, e ripeto a far nascere e non semplicemente a trasmettere. Ho amato (e di nuovo questo verbo!) la poesia proprio perché rappresenta  una forma ulteriore di scrittura,  che va oltre l’espressione spontanea, descrittiva, emotiva, referenziale o narrativa per andare ad una sintesi, ad un grumo di sensi e sentire, ad un coagulo di passioni e pensieri, ad un aggregarsi di cellule fatte di segni, ma che diventano vita e rigenerano.
Compravo gli Oscar Mondadori collezionando libro su libro tutti i poeti pubblicati: alcuni ancora, per me sconosciuti. Come sai erano libri economici e senza note ma a me, studentessa, non importava di capire tutto perché avevo la sensazione che non fosse necessario l’approccio totale, immediato, esauriente; o anche potrei dire filologico.
Leggevo voracemente, tutto di seguito afferrando il testo, segnandone alcune parti, interrogandomi su altre e, pur iscritta a Lettere, senza assolutamente immaginarmi in cattedra intenta a spiegare la poesia.
Questo forse troppo lungo discorso, cara Anna Maria,non ti sgomenti; la conclusione, penso, sarà più breve delle premesse.
Si parlava di poesia innocua, di quella di cui son pieni blog e social network, giornali_ni e anche inspiegabili premi letterari.
Da convinta democratica a tutto tondo non nego il diritto di esprimersi anche andando a capo e chiamando poesia ciò che si scrive. Si dia pur voce al sentimento, al sentimentalismo, ai singulti, alla passione così come viene. Lo scrivere è pratica libera e tale dovrebbe rimanere. Devo ammettere che, pur con perplessità, ritengo ammissibili anche circoli (virtuali o reali) in cui ci si loda reciprocamente per le modeste o modestissime performance pubblicate soprattutto in rete complice la semplicità dell’aprire un blog. Basta girarne al largo.
Vorrei tuttavia distinguere tra una pratica di scrittura, dalle infinite gradazioni e gamme, che probabilmente è sempre esistita e di cui esistono gustose espressioni anche in opere liriche (ricordi sicuramente il tutore di Rosina, nel Barbiere rossiniano, che declama : “quando mi sei vicina/ amabile Rosina / il cuor mi brilla in petto / mi balla il minuetto”), dalla poesia.
Possiamo discutere se la poesia richieda metrica e rima, se e quanto sia importante la sperimentazione, se la sua lettura possa esser spontanea o educata, se sia vitale (io penso di no) l’apprezzamento della critica; ma possiamo anche mettere in discussione che, considerata la nostra tradizione letteraria, non solo italiana ovviamente, la poesia debba essere presa sul serio dal lettore e maneggiata con giudizio da chi si vuol attribuire il nome di poeta o poetessa?
Dico francamente che la mia democrazia finisce dove inizia l’arbitrio altrui. Il piacimento è una cosa, il piacersi è altra cosa.
Credo anche che se tanti autori si sono imposti la ricerca del suono attraverso la metrica e la rima sia necessario considerare l’arte poetica anche come una disciplina prima di tutto verso se stessi. Penso che si possa discutere di preferenze personali; ma se noi oggi, piccoli contemporanei,possiamo permetterci in tranquillità di dire che preferiamo Dante a Petrarca o Montale ad Ungaretti, allora possiamo anche dire che una quartina dell’Angiolieri o dieci righe stralunate di Dino Campana (cito gli autori italiani che amo per obbligo  di scuderia) valgono da soli milioni di righe apparecchiate in rete per palati affamati, ma non troppo garbati.
Presunzione di aristocrazia letteraria? L’aristocrazia qui non c’entra: c’entra lo studio, la fatica, l’umiltà da cui autori grandissimi si son lasciati impregnare prima di distillare parole.
Io stessa, e questo scritto è anche il mio auto da fé, amo scrivere ma prudentemente mi considero una che scrive versi solo perché va a capo con le frasi seguendo il suo ritmo personale. E infatti sto raccogliendo le mie carabattole scritte con questo titolo. “Andando a capo”. E non pretendo lettori.
I nostri ragazzi, è a loro che noi pensiamo, amano  spontaneamente la poesia anche se spesso si proteggono dalle lezioni di letteratura con la corazza della felice e spontanea insolenza dell’adolescente  che cerca se stesso. Ebbene io penso che la amino proprio perché al di là, o  prima, delle possibile griglie di analisi del testo, percepiscono e colgono l’anima  pura della poesia. Quella che non si macchia della belletta negra, quella che può trattare qualunque argomento, quella  di cui, oggi come ieri, non possiamo fare a meno. Quella che ha raggiunto il bello stile vagliando e vagliandosi.
E per ultimo vorrei anche dire che, per quanto ci possa dispiacere questa non è un’epoca peggiore di altre, anzi. Forse molti scambiano il male di vivere con il male di non saper essere. Ma questo è tutt’altro discorso.
Come sempre scrivo di getto, come sempre ho fretta di spedire. E ti mando, insieme alle parole, le rose disegnate dal mio Francesco Maggi, Nadagemini, ovviamente ex-alunno anche se odio la particella ex.
Con affetto
Maria Serena

giovedì 13 giugno 2013

Natura madre e maestra


L'estate s'affaccia
tardiva tra gialle ginestra, e l'oliva
in pallidi fiori si mostra;
sui tralci, più verdi, c'è l'uva
rotonda che splende immatura.
La siepe, officina di insetti,
è un vento ronzante e incessante
brusio di creature al lavoro.
E' vita che senza riposo
martella, trasforma e divora
gli istanti, le ore ed i giorni.
Produce altra vita il domani.
Le api accanite s'affannano
minuscole stakanoviste
tra fiori e alveare: instancabili.
Lo schermo riflette parole
di satrapi pigri e arroganti.
Italia, sei tu casa nostra?

sabato 25 maggio 2013

Insegnare: avvicinandosi per tappe


E' difficile spiegare l'emozione che si prova quando, insegnando, si ottiene il risultato sperato. In questi casi  è come aver raggiunto un traguardo attraverso l'impegnativa tappa di una lunga scalata, un cammino di accostamento graduale.
Le lezioni di letteratura, di cui ho un po' d'esperienza, mi costringevano, prima di poter condurre gli studenti a una comprensione corretta, a seguire quasi sempre, una lunga rotta circolare o meglio a spirale.
I miei ragazzi, che avrebbero voluto  capire in fretta per ottenere un voto, avrebbero voluto andar per le spicce e mi assediavano: avrebbero voluto subito delle definizioni; e da qui le domande: "Ma cos'è il Romanticismo? cos'è il Verismo? Perché c'è un pessimismo manzoniano e un leopardiano e perché sono diversi? Perché realismo e verismo sono due correnti e nello stesso periodo c'è anche il decadentismo?"
Partendo dal loro contesto (o sostrato, o conoscenze pregresse) assolutamente estranei al linguaggio, ai concetti filosofici e alla percezione stessa della complessità, a volte necessariamente ambigua, di alcuni concetti propri della letteratura, non era proprio possibile dare risposte secche; da Bignami, per capirci.
E inoltre io rifuggivo da quelle nozioni-definizioni che loro avrebbero anche imparato volentieri a memoria, ma senza capire.
Per cui prendevo tempo per girare intorno alla questione dipanandola, facendo leggere testi, suscitando discussioni, cercando correlazioni, attualizzando e talvolta scherzandoci un po' sopra.
Ad un certo momento  scattava qualcosa. Uno studente, o una studentessa alzavano la testa dal solito diario su cui per giorni aveva continuato a scribacchiare e istoriato sigle e colori, disegnini e messaggi e tvb, e dicevano: "ho capito!"
E di solito avevano capito davvero. Occorre ammettere che percentuale di successo difficilmente arrivava alla totalità; ma anche chi non riusciva ad entrare in piena sintonia, per lo meno evitava equivoci e soprattutto la banalizzazione di ciò che banale non può essere.

Quello era, anche per me, il momento del sospiro di riconoscimento. E non potevo non sorridere, anche se avrei preferito anche baciare in fronte la pioniera (o il pioniere) della classe.
Dopodiché il pioniere riusciva anche a fare , insieme a me, da sherpa, alleggerendo il mio carico nel condurre verso la vetta provvisoriamente raggiunta i compagni.

Un vertice si può raggiungere mediante una spirale? Perché no?

mercoledì 24 aprile 2013

La scuola, gli studenti e gli insegnanti: basta con le demolizioni

In breve: questa è una motivata protesta conto la politica che continua a distruggere scuola, pratica didattica, studenti ed insegnanti violando la costituzione italiana.

Ogni blogger, se vuole, può trovare qualcosa di positivo dal dire-fare-conoscere-parlare nel web. A me, ad esempio, capita di ritrovare i miei studenti: bellissima cosa.
Bella ed interessante soprattutto perché ho lasciato ragazze e ragazzi, adolescenti ancora spesso indeterminati, casinari, inquieti (e secondo alcuni miei colleghi decisamente "da bocciare") e ritrovo donne e uomini, ritrovo madri e padri di famiglia, gente seria che lavora, e spesso arranca tra gli attuali difficili momenti, ma con grande dignità .
Questi uomini e donne sono formati dalla scuola (troppo poco) ma soprattutto dall'esperienza e dalla vita.
Questi uomini e donne sanno quanto può essere fondamentale la scuola per i loro figli e non si meritano il ritorno di una Gelmini o l'avvento di qualsiasi altro dilettante velleitario che, per farla corta, non sa non dico cosa sia un processo educativo, un percorso di formazione, ma nemmeno un comune curriculum.
Però stanno arrivando, se ne sentono i rumori, e occuperanno la nostra scuola, come i lanzichenecchi di Wallenstein le terre di conquista, per radere al suolo la nostra tradizione, la nostra istruzione pubblica, la nostra cultura nata da studio e pratica.
 I Lanzichenecchi della politica ottusa giudicano e giudicheranno la scuola in base a "merito/non merito", "disciplina/indisciplina", “progetto/non progetto” ed altri stereotipi mutuati dal loro mondo perbenista, ingessato, miope, conservatore, borghesuccio, ignorante e, lasciatemelo dire, mercenario-benestante.
 Ogni blogger, ripeto, può trovare, se vuole, qualcosa di positivo nel web; io ho trovato e ritrovato anche tanti delle mie ragazze e dei miei ragazzi e so per certo, per aver vissuto con loro, che la scuola poteva far di più per loro, e potrei anche dire che l'errore maggiore potremmo averlo fatto, noi prof, giudicandoli troppo presto: giudicare, infatti, non è l’eccellenza della didattica.
So però anche quanto lavoro fanno tanti docenti, so come sono in difficoltà, so che sono tra le poche categorie di professionisti che hanno il polso del cambiamento con il quale si confrontano quotidianamente e senza filtri né barriere.
Dunque non è forse stupendo pensare di appioppare a queste persone, a questi giovani e meno giovani cittadini, una come la Gelmini o come qualche professore giudicante e non praticante?
Non è forse necessario dire basta?
Si potrebbe fare almeno una legge per la scuola, una sola: chi fa il ministro del miur provenga dal nostro mondo, dalle nostre trincee, dalla nostra esperienza. Tutto il resto è bufala nociva.
E davvero basta bufale.


giovedì 28 marzo 2013

martedì 26 marzo 2013

Caro Battiato, noi lo sapevamo


E’ sempre più difficile valutare la veridicità di una notizia specie quando è lanciata in modo clamoroso, direi dunque che sia preferibile astenersi sugli apprezzamenti di Franco Battiato riguardo la politica italiana e le inquiline, passate o presenti del nostro parlamento.
Anni di affermazioni enfatizzate e poi smentite ci hanno portato sulla giudiziosa sponda dello scetticismo e del dubbio.
Sarebbe tuttavia, nel caso, interessante rispondere non solo a Battiato, a cui dobbiamo comunque giusta riconoscenza per il dono di lunghi anni di felicità artistica, che abbiamo imparato a vivere nel fango senza nemmeno sporcarci le scarpe e che le illusioni sulla possibilità di avere il migliore dei parlamenti possibili le abbiamo serenamente congedate da tempo. Siamo vissuti per decenni in una società di cui oggi è anche troppo facile additare e denunciare corruzione, malaffare e imbrogli disgustosi.  Molti di noi hanno vissuto la lunga stagione del nostro scontento, ma l’abbiamo vissuta ad occhi aperti; abbiamo capito e riflettuto su quanto accadeva, abbiamo subito e sopportato ingiustizie pesanti, ci siamo sentiti definire guastafeste perché dissidenti rispetto al generale garrulo ottimismo per una realtà che poteva apparire levigata e attraente, ma era corrotta seminatrice di corruzione. Non era difficile immaginare che le cordate, il familismo e nepotismo, le complicità, il clientelismo le seducenti connivenze degli omini di burro non potevano portare al bene comune. Gli infestanti hanno ben impestato il nostro terreno ed è stato sempre più faticoso tenere pulita l’aiola sotto casa. Per questi motivi non siamo cascati dal pero quando hanno cominciato a circolare il libri sulla casta e quando l’argomento è diventato, per dir così, businnes per pubblicisti di successo che hanno piantato larghi e proficui vigneti imbottigliando il vinello agro del moralismo.
Ma la stagione dello scontento non è stata, per noi, anche la stagione dell’invidia perché mai avremmo voluto essere al posto di quelli che le vacanze solo nei resort o nelle ville esclusive di amici, quelli che i compensi sono solo a sei zeri, quelli che la barca, quelli che l’aereo anche privato non basta, quelli che i figli studiano solo all’estero e, potremmo dirne tante, non devono mai chiedere.
E siccome quello che non abbiamo avuto non ce lo possono togliere, direi a Battiato che probabilmente ha ottime e condivisibili ragioni, ma se è vero che ha detto che “ognuno è artefice del proprio destino” si rassicuri: non ci possono togliere nemmeno quello. Se il mio (o nostro) destino è stato di una pulita autoesclusione ebbene ce la siamo scelta liberamente perché farsi corrompere è molto ma molto più facile che rifiutarsi. No, non è mai troppo tardi per accorgersene, e se ne accorgono anche gli artisti; ma c’è stato un altro straordinario poeta e musicista, forse il più grande di tutti, che lo aveva, almeno in parte, detto e denunciato nella sua indimenticata “Quello che non ho” (1981). Quel testo dolente è grandissima denuncia. Ha anche detto che dal letame nascono i fiori, e noi che ci abbiamo creduto ora ci crediamo anche di più
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lunedì 25 marzo 2013

venerdì 15 marzo 2013

Il Conclave e il suo messaggero

il gabbiano sul tetto della Sistina

Anche io ho guardato con curiosità il bel gabbiano romano che si è posato durante il Conclave sul tetto della Sistina e, non contento della posizione già eminente, si è appollaiato sul comignolo fatidico.
In questi giorni di mare e cielo in burrasca accade che gabbiani risalgano il corso del Tevere e arrivino in centro, a Roma; ma quello specifico gabbiano ieri si ostinava nel suo andirivieni e nel suo sostare quasi impertinente. Lodiamo per il gabbiano: piccola creatura che elegantemente si nutre anche di spazzatura, che respira la nostra aria, che non si scompone per una folla davvero sterminata, da stadio verrebbe da dire. Lodiamo per quel gabbiano curioso fino al punto di becchettare il comignolo come il tasto di un telegrafista,  tac tac, come un’unghia che batte sul vetro, come le dita impazienti che volevano scrivere, ma non riuscivano.
Lodiamo per l’ingenuità naif dei telecronisti che, a notte ormai fatta, si chiedevano dove fosse finito il gabbiano vanitoso dimenticando che di notte volano gli amici, pur se innocenti in natura, delle tenebre: gufi, pipistrelli, barbagianni, civette. Il gabbiano, solare e amico del vento di mare, quel gabbiano che s’impicciava del conclave, invece, sapeva il fatto suo. O meglio sapeva che “habemus papam” e che le tenebre non hanno prevalso.
I cieli raccontano e il messaggero ha fatto il suo lavoro.

Perchè non si vive di sole Onlus



Forse anche sulla scia del noto proverbio dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita, si è cominciato a pensare che fosse inutile, se non velleitario ed esibizionista sfamare un povero per un giorno, compiere un atto di fratellanza, fermarsi per dare all’altro qualche minuto del nostro tempo. Mi chiedo se questa possa essere definita come l’attrazione pragmatica dell’essere efficienti e se la sua conseguenza, umanamente parlando, non possa anche essere il rischio di ritrovarsi più soli.
Si sono riorganizzati gli atti di carità, l’elemosina, l’aiuto interpersonale. Si è dato respiro e finanziamento ai grandi progetti, alle onlus, alle cooperazioni, utili e irrinunciabili, si sono lanciati gli sms di beneficienza che, con un lieve click digitale ci permettono di partecipare, cooperare, collaborare di salvare un progetto internazionale. E il numero dei poveri del pianeta aumenta.Non sarebbe certo una soluzione escludere il significato del cliccare beneficamente. Sto tuttavia pensando, e parlo per me innanzitutto, al senso profondo del compiere anche il gesto personale di offrire il tempo, l’attenzione, il panino, l’aiuto materiale anche modesto che danno sollievo al povero, all'emarginato  alla persona sola, ai tanti esclusi insomma che accade di sfiorare senza vedere davvero.
In questa realtà di crisi, di esclusione, di diminuzione del reddito e del potere di acquisto vediamo, con sgomento, crescere solo il numero delle persone povere, disperate ed escluse. Persone che ci guardano mentre la loro condizione ci riguarda da vicino.
A chi non ha potere politico (e dovrebbero tremare quelli che l’hanno) non è possibile sfamare il prossimo per tutta la vita, ma che senso ha renderla più triste e forse abbreviarla anche solo di un giorno?
Sto pensando a un film “Angeli con la pistola” in cui il gangster offre, ogni volta che affronta uno dei suoi loschi affari, una moneta ad una mendicante barbona che in cambio gli da una mela, non può fare a meno di quella mela portafortuna, infatti alla fine quel gesto farà felice e fortunata anche la barbona e non lei sola. Perché non si vive di sole onlus.

sabato 9 marzo 2013

Per una giornata umana: 8 marzo 2013

Inno


Noi che la vita ce la siamo sempre guadagnata
noi che i problemi ci seguono e non ci mollano
noi che non giriamo la testa ma guardiamo negli occhi
noi che ci mettiamo sulle spalle il peso e tiriamo
noi che prima di chiedere ad un altro chiediamo di più a noi stessi
noi che quando ci fermiamo è perché abbiamo finito
noi che ci fermiamo solo quando pensiamo al da farsi
noi che prima di lamentarci facciamo un sorriso, che tanto passerà
noi che se arriva qualcuno chiediamo se vuole un caffè
noi che non diciamo io se non siamo costretti
noi che paghiamo senza fiatare 
noi che abbiamo provato tante stanchezze in silenzio
Beh, non chiedete sempre a noi.
Ripassate domani.
grazie

giovedì 14 febbraio 2013

Benedetto, il papa che se ne va - Pensieri di Mariaserena Peterlin





Il papa si è dimesso e passerà alla storia. Il gesto ha un impatto deflagrante e sgomenta, eppure mi raggiunge come un segno pacato.
Dunque ci si può staccare dal potere, anche quello petrino così spesso discusso, che detiene, per i credenti, le chiavi del regno dei cieli e ha effetti sia spirituali sia temporali. Il potere dunque non conta più dell’uomo che può e deve naturalmente tornare alla sua cenere.
Il segno avvisa anche che il potere non è, non può essere lo scopo della vita e che l’uomo non sempre basta a se stesso.
Come ha scritto Anna Lombroso esiste un’utopia della giovinezza che ammalia tanti piccoli esseri; e insieme a quella forse esiste anche un’utopia della sopravvivenza che attrae chi esorcizza, ingannando innanzitutto se stesso, le logiche della biologia.
Il papa se ne va e sembra indicare, con una mano ora fragile e che vuole tornare alle sue scritture vergate con la stilografica, che invece la vita è anche biologia e potremmo sottrarci alla moda dell’accanimento giovanilistico, antibiologico e antinaturale.
Prima di cedere al tacito, ma vorrei dire tragico, infinito andar del tempo, prima di permettere che un inevitabile e naturale aggravamento della salute fisica infici la libertà di scegliere per sé Benedetto si ferma e, ancora una volta liberamente sceglie, dichiara e descrive pubblicamente come abbia agito in piena coscienza.

Ho pensato a mio padre: non sono riuscita a non pensarci. Non capivo quando lui, vecchio e non più autonomo nel compiere quello che la rigida, orribile burocrazia delle Asl chiama gli atti della vita quotidiana, mi diceva “vorrei morire, che Dio mi chiamasse, la mia vita l’ho vissuta, cosa ci faccio qui?”. E noi a dirgli ma come, sei in casa tua, ti vogliamo bene, devi vivere per mamma. E tante belle parole che non spostavano di un millimetro né lui dalla sua sedia a rotelle né la sua consapevole ed inerme vecchiaia.
Si può avere un animo diverso, si può vivere la vecchiaia in modo accettabile, ma quando le medicine sono il ritmo della tua vita, quando la chimica determina i tuoi stati d’animo, quando l’accanimento affettuoso dei famigliari ti trattiene oltre la sopportabilità, allora è difficile accettare di comportarsi come se il peso fosse equamente distribuito su tutti.
La differenza tra un anziano sconosciuto, amato nel privato della sua casa e tuttavia isolato dai suoi mali, e un vecchio papa che sente consapevolmente diminuire il suo vigore di giorno in giorno, ma che è chiamato alle responsabilità del magistero petrino, non è infinita ma è molto grande e consiste anche nel dover fare i conti con un apparato certamente non mite e che, anche per chi non voglia giudicare, è immaginabile intriso di complesse e ardue dinamiche di competizioni e divisioni.

Recentemente il papa ha pronunciato parole significative durante una visita agli anzianiil bisogno di aiuto è una condizione dell’anziano”. Una condizione, non un periodo breve o passeggero. La Chiesa può essere retta da un timoniere affaticato e non più vigoroso e che ha bisogno di aiuto per se stesso?
Benedetto se ne va e torna ai suoi studi e ai suoi scritti, lascia segnali e messaggi che possiamo interpretare in tanti modi, ma anche in semplicità ed accettando le sue parole.
Le dimissioni del papa non sono più una notizia, sono un avvenimento dopo il quale io penso che nulla, almeno per chi si sente credente, dovrebbe essere più come prima. 

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5 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
(Giovanni)

mercoledì 13 febbraio 2013

La ricerca di sé - di Mariaserena Peterlin


La vocazione che ci chiama ad un tipo di studio, ad una scelta di vita, ad amare qualcuno appare più come un tornare che un andare.
Si torna, o, per dir meglio, si ritorna per essere completi, perché sappiamo che spezzati non possiamo vivere.
Ci si sente a casa in un’aula di Lettere? Io penso di sì, come ci si sente a casa tra le pareti profumate di legno antico delle vecchie biblioteche, come perdendosi nello sguardo o nell’odore di chi si ama, come lasciandoci attrarre da una vita diversa e forse impervia.
Ci si sente a casa tenendo per mano un bambino.
Nasciamo e cerchiamo di trovare la nostra orbita naturale, il nostro movimento intorno e verso; nasciamo per tornare là, verso qualcosa che non sapevamo ci appartenesse ma sentiamo che c’è.
Abbiamo bisogno di libertà per trovare noi stessi.

(Vallo a spiegare a chi pensa che si possa decidere e organizzare tutto verso un fine unico)

sabato 26 gennaio 2013

Giorno della memoria: affinché perfino i simboli ci parlino ancora


Personalmente non riesco a trovare in me parole; associo il giorno della memoria all'inverno della pietà umana: l’immagine e il freddo  dell’inverno mi fanno pensare con terrore alle madri deportate coi bimbi ancora attaccati al seno, o ancora nella pancia, non nati. So che il dolore non fa distinzioni, ma una madre che subisce la violenza che colpisce i suoi nati mi sembra ci parli dentro, e che non si possa ignorare il suo urlo.
E ogni volta mi viene in mente l’inizio del libro di Levi, Se questo è un uomo, dove racconta la partenza del lungo viaggio in treno; quel fumo mi fa pensare subito al viaggio verso il camino della morte, i neonati schiacciati tra le altre creature, e quella bambina piccola, per la quale l’umanità del macchinista spilla dalla locomotiva un po’ d’acqua calda perché possa, dopo tante ore di viaggio, essere lavata; forse l’ultimo atto di tenerezza, dal mondo, per lei.
I simboli sono importanti.
No, non riesco a trovare nulla di abbastanza giusto da dire per quello che è successo mentre non solo la ragione dormiva, ma soprattutto il cuore dell’uomo.
Ne scrivo però dire e per chiedere che i giovani sappiano, conoscano, siano educati a vivere da uomini e donne, non da belve, e perché la storia continui a dire la verità.