chi sono
Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.
giovedì 28 marzo 2013
Il Simplicissimus: Le ridi di marzo - di Mariaserena
Il Simplicissimus: Le ridi di marzo: di Mariaserena Peterlin 28 marzo dell'era Bersani Soffermato a sinistra su sponda dall'impervio ostinato grillino tutto as...
lunedì 25 marzo 2013
venerdì 15 marzo 2013
Il Conclave e il suo messaggero
![]() |
| il gabbiano sul tetto della Sistina |
Anche io ho guardato con curiosità il
bel gabbiano romano che si è posato durante il Conclave sul tetto della Sistina
e, non contento della posizione già eminente, si è appollaiato sul comignolo
fatidico.
In questi giorni di mare e cielo in burrasca accade che gabbiani risalgano il corso del Tevere e arrivino in centro, a Roma; ma quello specifico gabbiano ieri si ostinava nel suo andirivieni e nel suo sostare quasi impertinente. Lodiamo per il gabbiano: piccola creatura che elegantemente si nutre anche di spazzatura, che respira la nostra aria, che non si scompone per una folla davvero sterminata, da stadio verrebbe da dire. Lodiamo per quel gabbiano curioso fino al punto di becchettare il comignolo come il tasto di un telegrafista, tac tac, come un’unghia che batte sul vetro, come le dita impazienti che volevano scrivere, ma non riuscivano.
Lodiamo per l’ingenuità naif dei telecronisti che, a notte ormai fatta, si chiedevano dove fosse finito il gabbiano vanitoso dimenticando che di notte volano gli amici, pur se innocenti in natura, delle tenebre: gufi, pipistrelli, barbagianni, civette. Il gabbiano, solare e amico del vento di mare, quel gabbiano che s’impicciava del conclave, invece, sapeva il fatto suo. O meglio sapeva che “habemus papam” e che le tenebre non hanno prevalso.
I cieli raccontano e il messaggero ha fatto il suo lavoro.
In questi giorni di mare e cielo in burrasca accade che gabbiani risalgano il corso del Tevere e arrivino in centro, a Roma; ma quello specifico gabbiano ieri si ostinava nel suo andirivieni e nel suo sostare quasi impertinente. Lodiamo per il gabbiano: piccola creatura che elegantemente si nutre anche di spazzatura, che respira la nostra aria, che non si scompone per una folla davvero sterminata, da stadio verrebbe da dire. Lodiamo per quel gabbiano curioso fino al punto di becchettare il comignolo come il tasto di un telegrafista, tac tac, come un’unghia che batte sul vetro, come le dita impazienti che volevano scrivere, ma non riuscivano.
Lodiamo per l’ingenuità naif dei telecronisti che, a notte ormai fatta, si chiedevano dove fosse finito il gabbiano vanitoso dimenticando che di notte volano gli amici, pur se innocenti in natura, delle tenebre: gufi, pipistrelli, barbagianni, civette. Il gabbiano, solare e amico del vento di mare, quel gabbiano che s’impicciava del conclave, invece, sapeva il fatto suo. O meglio sapeva che “habemus papam” e che le tenebre non hanno prevalso.
I cieli raccontano e il messaggero ha fatto il suo lavoro.
Perchè non si vive di sole Onlus
Forse
anche sulla scia del noto proverbio dai un pesce a un uomo e lo
nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita, si
è cominciato a pensare che fosse inutile, se non velleitario ed esibizionista
sfamare un povero per un giorno, compiere un atto di fratellanza, fermarsi per
dare all’altro qualche minuto del nostro tempo. Mi chiedo se questa possa
essere definita come l’attrazione pragmatica dell’essere efficienti e se la sua
conseguenza, umanamente parlando, non possa anche essere il rischio di
ritrovarsi più soli.
Si sono riorganizzati gli atti di carità, l’elemosina, l’aiuto interpersonale. Si è dato respiro e finanziamento ai grandi progetti, alle onlus, alle cooperazioni, utili e irrinunciabili, si sono lanciati gli sms di beneficienza che, con un lieve click digitale ci permettono di partecipare, cooperare, collaborare di salvare un progetto internazionale. E il numero dei poveri del pianeta aumenta.Non sarebbe certo una soluzione escludere il significato del cliccare beneficamente. Sto tuttavia pensando, e parlo per me innanzitutto, al senso profondo del compiere anche il gesto personale di offrire il tempo, l’attenzione, il panino, l’aiuto materiale anche modesto che danno sollievo al povero, all'emarginato alla persona sola, ai tanti esclusi insomma che accade di sfiorare senza vedere davvero.
In questa realtà di crisi, di esclusione, di diminuzione del reddito e del potere di acquisto vediamo, con sgomento, crescere solo il numero delle persone povere, disperate ed escluse. Persone che ci guardano mentre la loro condizione ci riguarda da vicino.
A chi non ha potere politico (e dovrebbero tremare quelli che l’hanno) non è possibile sfamare il prossimo per tutta la vita, ma che senso ha renderla più triste e forse abbreviarla anche solo di un giorno?
Sto pensando a un film “Angeli con la pistola” in cui il gangster offre, ogni volta che affronta uno dei suoi loschi affari, una moneta ad una mendicante barbona che in cambio gli da una mela, non può fare a meno di quella mela portafortuna, infatti alla fine quel gesto farà felice e fortunata anche la barbona e non lei sola. Perché non si vive di sole onlus.
Si sono riorganizzati gli atti di carità, l’elemosina, l’aiuto interpersonale. Si è dato respiro e finanziamento ai grandi progetti, alle onlus, alle cooperazioni, utili e irrinunciabili, si sono lanciati gli sms di beneficienza che, con un lieve click digitale ci permettono di partecipare, cooperare, collaborare di salvare un progetto internazionale. E il numero dei poveri del pianeta aumenta.Non sarebbe certo una soluzione escludere il significato del cliccare beneficamente. Sto tuttavia pensando, e parlo per me innanzitutto, al senso profondo del compiere anche il gesto personale di offrire il tempo, l’attenzione, il panino, l’aiuto materiale anche modesto che danno sollievo al povero, all'emarginato alla persona sola, ai tanti esclusi insomma che accade di sfiorare senza vedere davvero.
In questa realtà di crisi, di esclusione, di diminuzione del reddito e del potere di acquisto vediamo, con sgomento, crescere solo il numero delle persone povere, disperate ed escluse. Persone che ci guardano mentre la loro condizione ci riguarda da vicino.
A chi non ha potere politico (e dovrebbero tremare quelli che l’hanno) non è possibile sfamare il prossimo per tutta la vita, ma che senso ha renderla più triste e forse abbreviarla anche solo di un giorno?
Sto pensando a un film “Angeli con la pistola” in cui il gangster offre, ogni volta che affronta uno dei suoi loschi affari, una moneta ad una mendicante barbona che in cambio gli da una mela, non può fare a meno di quella mela portafortuna, infatti alla fine quel gesto farà felice e fortunata anche la barbona e non lei sola. Perché non si vive di sole onlus.
Etichette:
carità,
fratellanza,
onlus,
povertà,
solidarietà
sabato 9 marzo 2013
Per una giornata umana: 8 marzo 2013
Inno
Noi che la vita ce la siamo sempre guadagnata
noi che i problemi ci seguono e non ci mollano
noi che non giriamo la testa ma guardiamo negli occhi
noi che ci mettiamo sulle spalle il peso e tiriamo
noi che prima di chiedere ad un altro chiediamo di più a noi stessi
noi che quando ci fermiamo è perché abbiamo finito
noi che ci fermiamo solo quando pensiamo al da farsi
noi che prima di lamentarci facciamo un sorriso, che tanto passerà
noi che se arriva qualcuno chiediamo se vuole un caffè
noi che non diciamo io se non siamo costretti
noi che paghiamo senza fiatare
noi che abbiamo provato tante stanchezze in silenzio
Beh, non chiedete sempre a noi.
Ripassate domani.
grazie
noi che i problemi ci seguono e non ci mollano
noi che non giriamo la testa ma guardiamo negli occhi
noi che ci mettiamo sulle spalle il peso e tiriamo
noi che prima di chiedere ad un altro chiediamo di più a noi stessi
noi che quando ci fermiamo è perché abbiamo finito
noi che ci fermiamo solo quando pensiamo al da farsi
noi che prima di lamentarci facciamo un sorriso, che tanto passerà
noi che se arriva qualcuno chiediamo se vuole un caffè
noi che non diciamo io se non siamo costretti
noi che paghiamo senza fiatare
noi che abbiamo provato tante stanchezze in silenzio
Beh, non chiedete sempre a noi.
Ripassate domani.
grazie
Italy
Roma, Italia
giovedì 14 febbraio 2013
Benedetto, il papa che se ne va - Pensieri di Mariaserena Peterlin
Il papa si è dimesso e passerà alla storia. Il gesto
ha un impatto deflagrante e sgomenta, eppure mi raggiunge come un segno pacato.
Dunque ci si può staccare dal potere, anche quello
petrino così spesso discusso, che detiene, per i credenti, le chiavi del regno
dei cieli e ha effetti sia spirituali sia temporali. Il potere dunque non conta
più dell’uomo che può e deve naturalmente tornare alla sua cenere.
Il segno avvisa anche che il potere non è, non può essere
lo scopo della vita e che l’uomo non sempre basta a se stesso.
Come ha scritto Anna Lombroso esiste un’utopia
della giovinezza che ammalia tanti piccoli esseri; e insieme a quella forse
esiste anche un’utopia della sopravvivenza che attrae chi esorcizza, ingannando
innanzitutto se stesso, le logiche della biologia.
Il papa se ne va e sembra indicare, con una mano ora
fragile e che vuole tornare alle sue scritture vergate con la stilografica, che
invece la vita è anche biologia e
potremmo sottrarci alla moda dell’accanimento giovanilistico, antibiologico e
antinaturale.
Prima di cedere al tacito, ma vorrei dire tragico,
infinito andar del tempo, prima di permettere che un inevitabile e naturale
aggravamento della salute fisica infici la libertà di scegliere per sé
Benedetto si ferma e, ancora una volta liberamente sceglie, dichiara e descrive
pubblicamente come abbia agito in piena coscienza.
Ho pensato a mio padre: non sono riuscita a non
pensarci. Non capivo quando lui, vecchio e non più autonomo nel compiere quello
che la rigida, orribile burocrazia delle Asl chiama gli atti della vita quotidiana, mi diceva “vorrei morire, che Dio
mi chiamasse, la mia vita l’ho vissuta, cosa ci faccio qui?”. E noi a dirgli ma
come, sei in casa tua, ti vogliamo bene, devi vivere per mamma. E tante belle
parole che non spostavano di un millimetro né lui dalla sua sedia a rotelle né
la sua consapevole ed inerme vecchiaia.
Si può avere un animo diverso, si può vivere la vecchiaia in modo accettabile, ma quando le medicine sono il ritmo della tua vita, quando la chimica determina i tuoi stati d’animo, quando l’accanimento affettuoso dei famigliari ti trattiene oltre la sopportabilità, allora è difficile accettare di comportarsi come se il peso fosse equamente distribuito su tutti.
Si può avere un animo diverso, si può vivere la vecchiaia in modo accettabile, ma quando le medicine sono il ritmo della tua vita, quando la chimica determina i tuoi stati d’animo, quando l’accanimento affettuoso dei famigliari ti trattiene oltre la sopportabilità, allora è difficile accettare di comportarsi come se il peso fosse equamente distribuito su tutti.
La differenza tra un anziano sconosciuto, amato nel
privato della sua casa e tuttavia isolato dai suoi mali, e un vecchio papa che
sente consapevolmente diminuire il suo vigore di giorno in giorno, ma che è chiamato
alle responsabilità del magistero petrino, non è infinita ma è molto grande e
consiste anche nel dover fare i conti con un apparato certamente non mite e
che, anche per chi non voglia giudicare, è immaginabile intriso di complesse e
ardue dinamiche di competizioni e divisioni.
Recentemente il papa ha pronunciato parole
significative durante una visita
agli anziani “il bisogno di aiuto è una condizione dell’anziano”. Una condizione, non un periodo breve o passeggero. La Chiesa può
essere retta da un timoniere affaticato e non più vigoroso e che ha bisogno di
aiuto per se stesso?
Benedetto se ne va e torna ai suoi studi e ai suoi
scritti, lascia segnali e messaggi che possiamo interpretare in tanti modi, ma
anche in semplicità ed accettando le sue parole.
Le dimissioni del papa non sono più una notizia,
sono un avvenimento dopo il quale io penso che nulla, almeno per chi si sente
credente, dovrebbe essere più come prima.
__________________
5 Quand'ebbero
mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di
costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse:
«Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di
nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai
che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di
Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli
dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli
rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in
verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi
dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti
cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale
morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
(Giovanni)
mercoledì 13 febbraio 2013
La ricerca di sé - di Mariaserena Peterlin
La vocazione che ci chiama
ad un tipo di studio, ad una scelta di vita, ad amare qualcuno appare più come
un tornare che un andare.
Si torna, o, per dir
meglio, si ritorna per essere completi, perché sappiamo che spezzati non
possiamo vivere.
Ci si sente a casa in
un’aula di Lettere? Io penso di sì, come ci si sente a casa tra le pareti
profumate di legno antico delle vecchie biblioteche, come perdendosi nello
sguardo o nell’odore di chi si ama, come lasciandoci attrarre da una vita
diversa e forse impervia.
Ci si sente a casa tenendo
per mano un bambino.
Nasciamo e cerchiamo di trovare la nostra orbita naturale, il nostro movimento intorno e verso; nasciamo per tornare là, verso qualcosa che non sapevamo ci appartenesse ma sentiamo che c’è.
Nasciamo e cerchiamo di trovare la nostra orbita naturale, il nostro movimento intorno e verso; nasciamo per tornare là, verso qualcosa che non sapevamo ci appartenesse ma sentiamo che c’è.
Abbiamo bisogno di libertà per trovare noi stessi.
(Vallo a spiegare a chi pensa che si possa decidere e organizzare tutto verso un fine unico)
(Vallo a spiegare a chi pensa che si possa decidere e organizzare tutto verso un fine unico)
sabato 26 gennaio 2013
Giorno della memoria: affinché perfino i simboli ci parlino ancora
Personalmente
non riesco a trovare in me parole; associo il giorno della memoria all'inverno
della pietà umana: l’immagine e il freddo
dell’inverno mi fanno pensare con terrore alle madri deportate coi bimbi
ancora attaccati al seno, o ancora nella pancia, non nati. So che il dolore non
fa distinzioni, ma una madre che subisce la violenza che colpisce i suoi nati
mi sembra ci parli dentro, e che non si possa ignorare il suo urlo.
E
ogni volta mi viene in mente l’inizio del libro di Levi, Se questo è un uomo,
dove racconta la partenza del lungo viaggio in treno; quel fumo mi fa pensare
subito al viaggio verso il camino della morte, i neonati schiacciati tra le
altre creature, e quella bambina piccola, per la quale l’umanità del
macchinista spilla dalla locomotiva un po’ d’acqua calda perché possa, dopo
tante ore di viaggio, essere lavata; forse l’ultimo atto di tenerezza, dal
mondo, per lei.
I
simboli sono importanti.
No,
non riesco a trovare nulla di abbastanza giusto da dire per quello che è
successo mentre non solo la ragione dormiva, ma soprattutto il cuore dell’uomo.
Ne
scrivo però dire e per chiedere che i giovani sappiano, conoscano, siano
educati a vivere da uomini e donne, non da belve, e perché la storia continui a
dire la verità.
domenica 13 gennaio 2013
martedì 25 dicembre 2012
Diritto d'autore e social forum
![]() |
| nondum matura est, nolo acerbam sumere (dalla favola de "La volpe e l'uva" : non è matura e non voglio coglierla acerba) |
Molti si allarmano per la
possibilità che quanto pubblichiamo su faceBook diventi "proprietà"
di fB medesimo.
A questo punto mi chiedo
se sia coerente il decidere di stare su un social network e in rete e dunque
avere interesse a farsi leggere da un gran numero di persone o divulgare idee e pubblicare notizie, immagini e parole, a
scambiare messaggi in tempo reale, formare gruppi di discussione, pubblicizzare
blog o pubblicazioni, azioni e attività, interessi e eventuali richieste e poi
dichiarare che tutto quello che pubblichiamo è solo nostro.
Insomma è giusto cercare
spazio e visibilità, ma poi non volerlo condividere?
Non potrebbe essere
possibile chiedere solo di essere condivisi allo stesso modo?
E’ così importante
sentirsi “autori!” e rivendicare continuamente il diritto d’Autore?
Il nostro tempo ha
bisogno di questo, pur rispettabile, egocentrismo?
giovedì 13 dicembre 2012
Noi, che giocavamo alle signore, a campana o a indiani e cowboy
![]() |
| Giglio Tigrato |
Da bambini era facile:
si faceva il gruppo e prima del gioco ci si assegnava i ruoli; chi voleva
giocare li doveva seguire onestamente, pena l’esclusione. A me non piaceva
molto giocare alle signore, ma quando
si esaurivano l’interesse per la campana
o i quattro cantoni e nessuno maschio
iniziava una auspicabile partita di pallone o era disposto a giocare a greci e troiani (in prima media si
studiava l’Iliade) non rimaneva che giocare a fare la spesa, a cucire, a cucinare.
Sì, da bambini
giocavamo onestamente, con rare eccezioni subito biasimate, e ci si
immedesimava nel ruolo difendendolo fino in fondo. C’era anche un altro gioco
bellissimo: indiani e cowboy, e lì si
correva a perdifiato tra sterpi e cantieri che costruivano le nuove case,
inseguendosi e picchiandosi la mano sulle gambe per simulare le pacche
destinate alla groppa del cavallo: “yuhu!”.
Il bello dei giochi dei bambini di allora, vedo che oggi non si gioca più così,
era proprio il darsi o ricevere un ruolo. Il ruolo era fondamentale intanto
perché c’erano quelli più ambiti e prestigiosi che bisognava conquistarsi
meritando la stima dei compagni, e poi perché si potevano anche scambiare,
ovviamente solo patteggiando:
- va bene, oggi Achille sei tu, ma solo per
oggi, domani tocca a me.
- però tu porti il cartone per fare lo
scudo!
Insomma imparavamo la
schiettezza anche dalle leggi che ci si dava da soli.
I grandi? Fuori dai
piedi, eravamo bambini e ragazzini seri, e non ci sarebbe mai venuto in mente
di chiedere né consiglio né soccorso ai genitori; casomai, in casi estremi si
minacciava “guarda lo dico a mio fratello…”, ad avercelo un fratello, ma io non
avevo che una sorella più piccola, per niente utile in questi casi.
Per farla breve, io
penso che sia stato con il giocare convintamente i miei ruoli, e molto più così
che col catechismo, che ho imparato ad amare l’onestà e la chiarezza.
Tanto le amo ancora che
non riesco a farne a meno, e me l’aspetterei, certo ingenuamente, anche da chi
fa politica e casomai mi chiede di votarlo per rappresentarmi.
Per questo quando la
solita tv o i soliti giornaloni riferiscono che il presidente tizio o l’ex
presidente caio o gli onorevoli semproni & sempronie danzano sulle parole
dicendo e disdicendo, affermando e rettificando, tacendo per tattica o
esternando per confondere le idee mi sento venire l’orticaria e la nausea.
Esempi? Come se
piovesse, ma li conosciamo tutti: da un lato le esternazioni del caimano re-veniens che senza imbarazzo, (e
quando mai…) canta da sirena ma ha le squame anche sulla lingua, dall’altro un
segretario, candidato premier, che si adegua all’agenda montiana ma poi dice
che la intende in un certo modo suo e con qualcosina in più; da altri lati
ancora i silenzi dei non innocenti che, piccoli alligatori quali sono, mettono
appena il muso fuori dallo stagno e aspettano che un pollo smemorato gli caschi
in bocca: l’elettore per l’appunto.
Meglio, molto meglio
giocare fin da piccoli ad indiani e cowboy o a Achille e Ettore. O anche alle
signore. O a campana. Gente così noi ragazzini seri non l’avremmo messa nemmeno
a cercare pezzi di gesso o mattone, necessari per tracciare i segni sul
marciapiede disegnando lo schema del gioco.
Li avremmo forse presi
a sassate, ma non li avremmo accettati, e ci sarebbe stata la speranza che
avrebbero imparato, chissà, la lezione.
Adesso per loro è
tardi. E forse tocca a noi cambiare ruolo. Cambiare è necessario.
Ad esempio quando uscì
il film di Peter Pan avevo le trecce,
e fui subito Giglio Tigrato…
Etichette:
Berlusconi,
bersani,
correttezza,
gioco,
mariaserena peterlin,
monti,
notecellulari,
onestà,
politica
Italy
Roma, Italia
mercoledì 12 dicembre 2012
Il caimano ridens, il coccodrillo lacrimans e noi, le prede
Indurre la frustrazione fa parte della
strategia del potere, ossia della cosiddetta casta o meglio del potere
ramificato e complesso che ci può dominare, anche psicologicamente, usando i media, i nostri sentimenti, la nostra irrazionalità, il legittimo desiderio di
benessere e felicità. Non a caso il caimano reveniens torna agitando, insieme alla dentiera
luccicante, il vessillo di una crisi che sarebbe psicologica e superabile e con
lo slogan che il fiducioso buonumore (e a quello ci penserebbe lui a botte
di velinazze) tornerà ed avremo soldi da spendere.
Ma non dovremmo dimenticare di chiederci: che je frega, al caimano, del
popolo dei cittadini vessati dai balzelli e dai ricatti delle spese e dei
bisogni, delle famiglie normali, degli esodati, dei licenziati, dei precari,
dei malati, degli emarginati?
Il caimano è un predatore, questo caimano è un predatore ridens anche se, non nascondiamocelo, c’è a chi piace.
Il caimano è un predatore, questo caimano è un predatore ridens anche se, non nascondiamocelo, c’è a chi piace.
Però esistono
anche caimani austeri, probi, sobri e mesti:
di quelli che, dopo averti ben ben sbocconcellato, lacrimano come il fratello
maggiore, il coccodrillo.
Infatti è vero che in natura, e tra noi, ci sono i predatori e i
predati, ma è bene avere chiaro che per difendersi dai predatori bisogna
individuarli e capire bene chi sono, e soprattutto non illudersi che un
predatore ci possa difendere da un altro suo simile. Un coccodrillo non ci
difenderebbe da un caimano, e un potenziale predato si suiciderebbe se,
per difendesi dal lupo, si rifugiasse presso la volpe.
Caimani a parte, noi siamo trattati, e ci siamo lasciati trattare, da anni e decenni, come
polli e galline: siamo stati chiusi in gabbie mentali e sociali ed allevati per
la carne e le uova. Forse anche per le scadenti piume. Ci siamo praticamente abituati al cibo della gabbia: ci
hanno infatti somministrato tanto becchime mediatico e terrore dell’altro che
pensiamo di non poter fare più a meno né dell’uno né dell’altro. Abbiamo un
frenetico bisogno di nutrirci di due fondamentali elementi: notizie manipolate
e indifferenza ed odio verso il diverso.
Per imbrogliarci meglio, inoltre, ci hanno fatto identificare il
diverso con categorie precise, facendoci dimenticare che il diverso,
fondamentalmente, non è tale solo per razza, religione o orientamento sessuale,
ma anche perché sostiene ed elabora un pensiero non conformato, non
convenzionale, libero dal condizionamenti: non da pollaio insomma. E quel cibo
ora ci sembra amaro.
Ma non siamo polli e galline, anche se a volte qualcuno si
comporta come tale. Siamo umani sapiens, pensanti, potenzialmente nati liberi e
dobbiamo riprenderci la libertà per ritrovarne il sapore, o almeno quel margine
possibile di libertà da cui ricominciare.
Soprattutto non possiamo pensare che una libertà qualsiasi ci
sia data in dono da un caimano ridens o in dote da un coccodrillo lacrimans
come premio per essere sfuggiti dai denti aguzzi di suo cugino.Nessuno può chiamarsi innocente se non si oppone ai predatori;
per opporsi ci sono tanti modi, ad esempio anche rifiutarsi di accettare il
modello sociale e di consumo dominante, smettere di non pensare, rifiutarsi di
dipendere dall’attesa del becchime delle notizie manipolate.
Non è per niente facile essere non allineati, ma è necessario.
Etichette:
Berlusconi,
bersani,
caimano,
CGIL,
coccodrillo,
Costituzione Italiana,
fornero,
monti
Italy
Roma, Italia
domenica 25 novembre 2012
Il Simplicissimus: IL CAFFE' DELLE BEFFE - Una domenica da Trilussa
Il Simplicissimus: IL CAFFE' DELLE BEFFE - Una domenica da Trilussa: di Mariaserena Peterlin Cinque Cavalieri, n'Apocalisse “ Votateme perché so’ ‘coraggiosa so’ tanto coraggiosa c...
domenica 28 ottobre 2012
Noi docenti, che eravamo poveri, ma onesti
Noi insegnanti (anche se ora io sono a riposo lo
sono comunque) abbiamo sempre ricevuto stipendi modesti quando non miseri;
spesso tuttavia avevamo e sapevamo esprimere una dignità che potremmo definire
inversamente proporzionale al reddito.
Nell’ultimo trentennio, invece, la scuola e
l’università sono invece sempre caduti più in basso, tanto che comincio a
pensare che ci sia stato un disegno preordinato, realizzato e voluto ad arte.
Non a caso la decadenza, innegabile, della scuola
inizia proprio insieme alla scuola media obbligatoria; pare quasi che si sia
pensato: “tutti studieranno? Pericolo! Allora facciamo in modo che imparino
poco e male” .
Il reclutamento dei docenti è stato quello che
vediamo nei fatti che ha prodotto e, come esattamente sostiene Anna
Lombroso, nel suo articolo dove commenta egregiamente il ritorno di Penati
al lavoro di docente, l’insegnamento è diventato occupare “un posto dove si va
in mancanza di meglio, dove non si guarda troppo per il sottile”.
E’ purtroppo vero. Ho visto decadere via via la
scuola e insieme ho visto ottimi insegnanti sopravvissuti e sempre più
emarginati dalla corrente paludosa che tutto vorrebbe appiattire a sé.
La scelta di Penati è dunque l’ennesima riprova.
Ci mancano solo, ormai, Fiorito dirigente scolastico
e Polverini all’Istruzione. Ma sarà solo una brutta conferma.
Etichette:
Anna Lombroso,
crisi della scuola,
Il simplicissimus,
insegnanti,
insegnare,
mariaserena peterlin,
notecellulari,
obbligo scolastico,
professione docente,
scuola
martedì 23 ottobre 2012
Protesta Insegnanti: il 18 un numero pesante
La protesta contro gli effetti
della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti
troppo seri per non essere sostenuta.
Non mancano, in rete come nei media,
testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di
studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche
anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche,
la amo e non vorrei né potrei non condividere tutte le ragioni della rivolta in
atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio,
l'aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non
facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
No, non sto vestendo i panni
di Elsa Fornero dalla quale mi separano un abisso di
denaro e privilegi e una vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e
culturali
Osservo tuttavia le
formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero
bianco». In classe si farà
solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di
ricoprire l'incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di
magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” ...
Va detto che ci sono
insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si
esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a
testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e
critiche.
Tuttavia verso un potere
che dia alla cultura e alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a
potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, io penso che si
dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto
tempo andare all'attacco, usando tutte le strade
possibili dell'autonomia, e sarebbe utile asciugare le
lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando
si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità.
Il mondo del lavoro di chi non
insegna ed esercita o svolge al altri mestieri e
professioni non è sempre "migliore",anzi.
Conosco, tutti conosciamo,
lavoratori soggetti a mobbing, lavoratrici e lavoratori che
vivono in fabbriche inquinanti dove si muore,
funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni
ignoranti ma potenti e prepotenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni
in bianco e licenziate con vari trucchi in caso di maternità. Sappiamo di tanti altri casi che ci riportano secoli indietro per
tacere dell’abolizione dell’Articolo 18 diventata simbolo della abolizione, unilaterale, di tutte le garanzie del lavoro nonché dello smantellamento inesorabile e progressivo dello stato sociale.
A fronte di tutto questo è forse accaduto, per restare
nel mondo della scuola, che i docenti di ruolo, per
restare invece nel mondo della scuola, abbiano sostenuto e difeso efficacemente
con uno sciopero serio i colleghi precari che
lavorano a fianco a loro con pari doveri e nessun diritto? E
guardando fuori da casa propria: non sono forse pochissime o rare le iniziative
per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri
di testo in costante aumento e pesanti
in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini,
sia per la qualità?
E ancora: consideriamo le
decine di migliaia di concittadini esodati, i negozianti che
chiudono, i cassintegrati o in mobilità, i licenziati, i precarizzati a vita, gli
artigiani senza più lavoro: non hanno forse problemi insopportabili? Perché
non affiancarli?
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
No, la scuola non può farsi
carico di tutto questo, ma può mandare forti messaggi di solidarietà, partecipare
alle manifestazioni seriamente, evitare di imbozzolarsi nel suo particolare
per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
È vero: la scuola non può
risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i
sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però non può chiedere
la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo, a
ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili
misure.
Non si può vestire l’abito
delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi,
magari, sospendere i ragazzi quando scioperano,
tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio
di giovani senza futuro.
Tutto il paese, e non solo il
nostro, è in recessione: solo l’unione
può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche,
economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi
particolari solo, quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli
“altri” siamo distratti allora
saremo simili all’archetipo del contadino
che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una
gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere,
fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a
scacchiolare i germogli soprannumerari.
E se ognuno pensa solo ai
cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa.
martedì 16 ottobre 2012
Lettera e cavoli al Dirigente Scolastico fautore di eccellenza
![]() |
| eccellenti e diversi tra loro |
Oggi,
senza un motivo particolare, ma sull'onda di una reazione infastidita al
petulante ricorrere del concetto di eccellenza anche in ambito scolastico, e addirittura nella scuola dell'obbligo, ho
scritto questa frase sul mio stato di fB :
Parlano di eccellenza a scuola come se ogni scuola
fosse l'Accademia o un dottorato; ma la buona scuola non è quella che seleziona
presumibili eccellenze, è quella che sa attendere ed ascoltare.
Prontamente un'amica mi risponde:
Potresti scrivere alla nostra dirigente scolastica e
spiegare questo semplicissimo concetto?
Impulsivamente allestisco la lettera che ora copio, incollo e rivolgo, visto che vanno di moda le lettere aperte, a qualunque Dirigente Scolastico sia fautore della sindrome dell'eccellenza (altrui).
Impulsivamente allestisco la lettera che ora copio, incollo e rivolgo, visto che vanno di moda le lettere aperte, a qualunque Dirigente Scolastico sia fautore della sindrome dell'eccellenza (altrui).
Gentile Dirigente (del cavolo nero)
per caso lei pensa che istruire sia come piantar
cavoli?
Benissimo: allora certamente sa che ci sono tante specie di cavoli: ad esempio il cavolo romano, quello calabrese, il siciliano, il maceratese, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolfiore eccetera eccetera ed anche il cavolo nero alla cui specie ella forse è particolarmente affezionata.
Ella sa anche, certamente, che ogni cavolo ha il suo seme, il suo sviluppo e il suo tempo per portare a compimento il ciclo vegetativo e per dar frutto; e non ignora che a seconda della esposizione, del clima, dell'altitudine e non solo: anche in ragione della qualità del terreno e della sua fertilità ogni frutto di ciascun cavolo produce diversamente.
Probabilmente due piante di cavolo della stessa specie ... anche se allineate in file disciplinate e corrette, annaffiate e curate nello stesso identico modo raggiungono la maturazione in tempi diversi tanto che nell'orto domestico possono essere raccolti a scalare.
Se i cavoli, che sempre cavoli sono e non persone, hanno queste modeste ma complesse esigenze come può pensare che i ragazzi raggiungano la loro eccellenza tutti insieme? E come fa a pensare che esista un certo tipo di eccellenza buona per ciascuno?
O forse fraintendo ed Ella pensa che gli individui debbano essere selezionati solo in base alla velocità?
Dunque, esimio Dirigente Scolastico del Cavolo Nero non ci riduca gli innominabili a cavolini di Bruxelles e rifletta sulla parabola del cavolo. Altrimenti potrebbe alzarsi la ribellione del cavolo rosso... e allora sarebbero cavoli amari.
Rifletta esimio Dirigente, e osservi con rispetto i cavoli, tutti i cavoli pure quelli cinesi o romani, pure quelli che non abbiamo qui citato: possono essere incredibilmente belli e sorprendenti.
Con ossequi e minestre varie
Benissimo: allora certamente sa che ci sono tante specie di cavoli: ad esempio il cavolo romano, quello calabrese, il siciliano, il maceratese, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolfiore eccetera eccetera ed anche il cavolo nero alla cui specie ella forse è particolarmente affezionata.
Ella sa anche, certamente, che ogni cavolo ha il suo seme, il suo sviluppo e il suo tempo per portare a compimento il ciclo vegetativo e per dar frutto; e non ignora che a seconda della esposizione, del clima, dell'altitudine e non solo: anche in ragione della qualità del terreno e della sua fertilità ogni frutto di ciascun cavolo produce diversamente.
Probabilmente due piante di cavolo della stessa specie ... anche se allineate in file disciplinate e corrette, annaffiate e curate nello stesso identico modo raggiungono la maturazione in tempi diversi tanto che nell'orto domestico possono essere raccolti a scalare.
Se i cavoli, che sempre cavoli sono e non persone, hanno queste modeste ma complesse esigenze come può pensare che i ragazzi raggiungano la loro eccellenza tutti insieme? E come fa a pensare che esista un certo tipo di eccellenza buona per ciascuno?
O forse fraintendo ed Ella pensa che gli individui debbano essere selezionati solo in base alla velocità?
Dunque, esimio Dirigente Scolastico del Cavolo Nero non ci riduca gli innominabili a cavolini di Bruxelles e rifletta sulla parabola del cavolo. Altrimenti potrebbe alzarsi la ribellione del cavolo rosso... e allora sarebbero cavoli amari.
Rifletta esimio Dirigente, e osservi con rispetto i cavoli, tutti i cavoli pure quelli cinesi o romani, pure quelli che non abbiamo qui citato: possono essere incredibilmente belli e sorprendenti.
Con ossequi e minestre varie
Mariaserena
Roma, 16 Ottobre 2012
Etichette:
apprendimento,
cavoli,
concorso,
dirigenti scolastici,
eccellenza,
Imparare,
lettera a Dirigente Scolastico,
maria serena peterlin,
scuola,
STUDENTI
martedì 9 ottobre 2012
Le onde nel cuore
Momenti e giorni in cui
a
ondate ti sommergono
parole
come estenuanti
flutti
intermittenti
dalla
lunga risacca.
E
nel cuore quell’onda si chiude,
pesante
ricciolo amaro.
Tarda
molto a passare
la
bufera inattesa.
lunedì 1 ottobre 2012
tra shampoo e tagliata la rivoluzione può attendere?
La lavanderia di cervelli ha fatto un buon lavoro.
Sbiancate le idee, candeggiate le passioni, siamo al grado zero di “ciò che non
siamo ciò che non vogliamo”, ma noi adulti speriamo comunque.
Sento la ragazza che lava i capelli dalla mia
parrucchiera (sfrattata) indignata… sai perché? Lo racconta lei: al ristorante lei paga la tagliata 25 euro mentre sa visto che al politico del tavolo accanto la fanno pagare 2 euro.
“È tutto un magna-magna” commenta sagace.
Già.
La ragazza è una brava lavoratrice, prende una miseria ed è precaria, ma vive con
mamma e usa l’automobile per venire al lavoro, non l’autobus perché fa schifo.
Si paga benzina, un po’ di look, un w/e di vacanze e… la tagliata, ma non
scenderà mai in piazza. Eppure la camicia bianca da rivoluzionaria e tanti buoni motivi ce li avrebbe.
Come risveglieremo le tante giovani anime addormentate?
giovedì 20 settembre 2012
Idee per la scuola, a proposito de Il Bravo Prof
Abbiamo iniziato a rendere disponibili le sintesi delle discussioni avvenute tra gli insegnanti del network La Scuola che Funziona. Sono online.
La prima è questa: "Il Bravo Prof ".
A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un'interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un pensiero collaterale.
La prima è questa: "Il Bravo Prof ".
A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un'interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un pensiero collaterale.
Fare l'insegnante significa aver scelto un lavoro
difficile, spesso non supportato da elementi essenziali; si affrontano
infatti un insieme di grosse difficoltà oggettive molto spesso presenti
contemporaneamente. Ed è anche vero che l'inerzia non penalizza mentre l'agire,
spesso, sì.
Tuttavia questo mestiere non è un mestiere come gli altri e io
non mi rassegnavo a farlo passivamente come adesso non riesco a parlarne
passivamente. La vita a scuola è vita di relazione; se non ci si sente adatti è
meglio non fare l'insegnante; se ci si sente adatti e ci si mette in quella
prospettiva, allora la relazione è la chiave per iniziare a lavorare coi
ragazzi. E forse sarebbe utile assumere la mentalità del seminatore più che
quella del costruttore o del manager. Preparo, rifletto, lavoro, rifletto,
semino, attendo: verifico me stesso e il mio risultato: ma so, devo sapere, che non dipende solo da me.
![]() |
| io la penso così |
Etichette:
alunni,
audience,
autorità,
COMUNICAZIONE,
Francesco Consoli,
Gianni Marconato,
il bravo prof,
insegnare,
la scuola che funziona,
problemi giovanili,
relazione,
riflessione,
scuola
domenica 16 settembre 2012
Parole per nascere
Parole
io vorrei,
luminescenti
per scriverle nel buio
della stanza
mentre all’attesa, tra la
veglia e il sonno,
il
mio pensiero, infine, s’abbandona.
Essere non vorrei mentre
io scrivo
in debito alla mente
razionale
e nemmeno rileggere a
formare
catene di parole
riordinate.
Sospesa, scriverei per
ricordare
momenti incoerenti in cui,
nascendo,
senza ancora il respiro
nella gola,
ebbi la voce pronta, al
riso e al pianto.
Quel distacco mi pesa più
di allora
né ritornare chiedo ma
che solo,
solo il ricordo, viva
lentamente
in un segno che sia
luminescente.
Iscriviti a:
Post (Atom)












