chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

martedì 23 ottobre 2012

Protesta Insegnanti: il 18 un numero pesante


18 ORE vs art 18?

La protesta contro gli effetti della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti troppo seri per non essere sostenuta.
Non mancano, in rete come nei media, testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche, la amo e non vorrei né potrei non condividere tutte le ragioni della rivolta in atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno
tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio, l'aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
No, non sto vestendo i panni di Elsa Fornero dalla quale mi separano un abisso di denaro e privilegi e una vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e culturali
Osservo tuttavia le formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero bianco». In classe si farà solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di ricoprire l'incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” ...
Va detto che ci sono insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e critiche.
Tuttavia verso un potere che dia alla cultura e alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, io penso che si dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto tempo andare all'attacco, usando tutte le strade possibili dell'autonomia, e sarebbe utile asciugare le lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità.
Il mondo del lavoro di chi non insegna ed esercita o svolge al altri mestieri e professioni non è sempre "migliore",anzi.
Conosco, tutti conosciamo, lavoratori soggetti a mobbing, lavoratrici e lavoratori che vivono in fabbriche inquinanti dove si muore, funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni ignoranti ma potenti e prepotenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni in bianco e licenziate con vari trucchi in caso di maternità. Sappiamo di tanti altri casi che ci riportano secoli indietro per tacere dell’abolizione dell’Articolo 18  diventata simbolo della abolizione, unilaterale, di tutte le garanzie del lavoro nonché dello smantellamento inesorabile e progressivo dello stato sociale.
A fronte di tutto questo è forse accaduto, per restare nel mondo della scuola, che i docenti di ruolo, per restare invece nel mondo della scuola, abbiano sostenuto e difeso efficacemente con uno sciopero serio i colleghi precari che lavorano a fianco a loro con pari doveri e nessun diritto? E guardando fuori da casa propria: non sono forse pochissime o rare le iniziative per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri di testo in costante aumento  e pesanti in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini, sia per la qualità?
E ancora: consideriamo le decine di migliaia di concittadini esodati, i negozianti che chiudono, i cassintegrati o in mobilità, i licenziati, i precarizzati a vita, gli artigiani senza più lavoro: non hanno forse problemi insopportabili? Perché non affiancarli?
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
No, la scuola non può farsi carico di tutto questo, ma può mandare forti messaggi di solidarietà, partecipare alle manifestazioni seriamente, evitare di imbozzolarsi nel suo particolare per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
È vero: la scuola non può risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però non può chiedere la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo, a ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili misure.
Non si può vestire l’abito delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi, magari, sospendere i ragazzi quando scioperano, tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio di giovani senza futuro.
Tutto il paese, e non solo il nostro, è in recessione: solo l’unione può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche, economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi particolari solo, quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli “altri” siamo distratti allora saremo simili all’archetipo del contadino che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere, fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a scacchiolare i germogli soprannumerari.
E se ognuno pensa solo ai cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa.
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