chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

giovedì 28 marzo 2013

lunedì 25 marzo 2013

Mattina






 Un passo silenzioso di gatto
prudente sull'erba;
ora il mondo può attendere.

venerdì 15 marzo 2013

Il Conclave e il suo messaggero

il gabbiano sul tetto della Sistina

Anche io ho guardato con curiosità il bel gabbiano romano che si è posato durante il Conclave sul tetto della Sistina e, non contento della posizione già eminente, si è appollaiato sul comignolo fatidico.
In questi giorni di mare e cielo in burrasca accade che gabbiani risalgano il corso del Tevere e arrivino in centro, a Roma; ma quello specifico gabbiano ieri si ostinava nel suo andirivieni e nel suo sostare quasi impertinente. Lodiamo per il gabbiano: piccola creatura che elegantemente si nutre anche di spazzatura, che respira la nostra aria, che non si scompone per una folla davvero sterminata, da stadio verrebbe da dire. Lodiamo per quel gabbiano curioso fino al punto di becchettare il comignolo come il tasto di un telegrafista,  tac tac, come un’unghia che batte sul vetro, come le dita impazienti che volevano scrivere, ma non riuscivano.
Lodiamo per l’ingenuità naif dei telecronisti che, a notte ormai fatta, si chiedevano dove fosse finito il gabbiano vanitoso dimenticando che di notte volano gli amici, pur se innocenti in natura, delle tenebre: gufi, pipistrelli, barbagianni, civette. Il gabbiano, solare e amico del vento di mare, quel gabbiano che s’impicciava del conclave, invece, sapeva il fatto suo. O meglio sapeva che “habemus papam” e che le tenebre non hanno prevalso.
I cieli raccontano e il messaggero ha fatto il suo lavoro.

Perchè non si vive di sole Onlus



Forse anche sulla scia del noto proverbio dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita, si è cominciato a pensare che fosse inutile, se non velleitario ed esibizionista sfamare un povero per un giorno, compiere un atto di fratellanza, fermarsi per dare all’altro qualche minuto del nostro tempo. Mi chiedo se questa possa essere definita come l’attrazione pragmatica dell’essere efficienti e se la sua conseguenza, umanamente parlando, non possa anche essere il rischio di ritrovarsi più soli.
Si sono riorganizzati gli atti di carità, l’elemosina, l’aiuto interpersonale. Si è dato respiro e finanziamento ai grandi progetti, alle onlus, alle cooperazioni, utili e irrinunciabili, si sono lanciati gli sms di beneficienza che, con un lieve click digitale ci permettono di partecipare, cooperare, collaborare di salvare un progetto internazionale. E il numero dei poveri del pianeta aumenta.Non sarebbe certo una soluzione escludere il significato del cliccare beneficamente. Sto tuttavia pensando, e parlo per me innanzitutto, al senso profondo del compiere anche il gesto personale di offrire il tempo, l’attenzione, il panino, l’aiuto materiale anche modesto che danno sollievo al povero, all'emarginato  alla persona sola, ai tanti esclusi insomma che accade di sfiorare senza vedere davvero.
In questa realtà di crisi, di esclusione, di diminuzione del reddito e del potere di acquisto vediamo, con sgomento, crescere solo il numero delle persone povere, disperate ed escluse. Persone che ci guardano mentre la loro condizione ci riguarda da vicino.
A chi non ha potere politico (e dovrebbero tremare quelli che l’hanno) non è possibile sfamare il prossimo per tutta la vita, ma che senso ha renderla più triste e forse abbreviarla anche solo di un giorno?
Sto pensando a un film “Angeli con la pistola” in cui il gangster offre, ogni volta che affronta uno dei suoi loschi affari, una moneta ad una mendicante barbona che in cambio gli da una mela, non può fare a meno di quella mela portafortuna, infatti alla fine quel gesto farà felice e fortunata anche la barbona e non lei sola. Perché non si vive di sole onlus.

sabato 9 marzo 2013

Per una giornata umana: 8 marzo 2013

Inno


Noi che la vita ce la siamo sempre guadagnata
noi che i problemi ci seguono e non ci mollano
noi che non giriamo la testa ma guardiamo negli occhi
noi che ci mettiamo sulle spalle il peso e tiriamo
noi che prima di chiedere ad un altro chiediamo di più a noi stessi
noi che quando ci fermiamo è perché abbiamo finito
noi che ci fermiamo solo quando pensiamo al da farsi
noi che prima di lamentarci facciamo un sorriso, che tanto passerà
noi che se arriva qualcuno chiediamo se vuole un caffè
noi che non diciamo io se non siamo costretti
noi che paghiamo senza fiatare 
noi che abbiamo provato tante stanchezze in silenzio
Beh, non chiedete sempre a noi.
Ripassate domani.
grazie

giovedì 14 febbraio 2013

Benedetto, il papa che se ne va - Pensieri di Mariaserena Peterlin





Il papa si è dimesso e passerà alla storia. Il gesto ha un impatto deflagrante e sgomenta, eppure mi raggiunge come un segno pacato.
Dunque ci si può staccare dal potere, anche quello petrino così spesso discusso, che detiene, per i credenti, le chiavi del regno dei cieli e ha effetti sia spirituali sia temporali. Il potere dunque non conta più dell’uomo che può e deve naturalmente tornare alla sua cenere.
Il segno avvisa anche che il potere non è, non può essere lo scopo della vita e che l’uomo non sempre basta a se stesso.
Come ha scritto Anna Lombroso esiste un’utopia della giovinezza che ammalia tanti piccoli esseri; e insieme a quella forse esiste anche un’utopia della sopravvivenza che attrae chi esorcizza, ingannando innanzitutto se stesso, le logiche della biologia.
Il papa se ne va e sembra indicare, con una mano ora fragile e che vuole tornare alle sue scritture vergate con la stilografica, che invece la vita è anche biologia e potremmo sottrarci alla moda dell’accanimento giovanilistico, antibiologico e antinaturale.
Prima di cedere al tacito, ma vorrei dire tragico, infinito andar del tempo, prima di permettere che un inevitabile e naturale aggravamento della salute fisica infici la libertà di scegliere per sé Benedetto si ferma e, ancora una volta liberamente sceglie, dichiara e descrive pubblicamente come abbia agito in piena coscienza.

Ho pensato a mio padre: non sono riuscita a non pensarci. Non capivo quando lui, vecchio e non più autonomo nel compiere quello che la rigida, orribile burocrazia delle Asl chiama gli atti della vita quotidiana, mi diceva “vorrei morire, che Dio mi chiamasse, la mia vita l’ho vissuta, cosa ci faccio qui?”. E noi a dirgli ma come, sei in casa tua, ti vogliamo bene, devi vivere per mamma. E tante belle parole che non spostavano di un millimetro né lui dalla sua sedia a rotelle né la sua consapevole ed inerme vecchiaia.
Si può avere un animo diverso, si può vivere la vecchiaia in modo accettabile, ma quando le medicine sono il ritmo della tua vita, quando la chimica determina i tuoi stati d’animo, quando l’accanimento affettuoso dei famigliari ti trattiene oltre la sopportabilità, allora è difficile accettare di comportarsi come se il peso fosse equamente distribuito su tutti.
La differenza tra un anziano sconosciuto, amato nel privato della sua casa e tuttavia isolato dai suoi mali, e un vecchio papa che sente consapevolmente diminuire il suo vigore di giorno in giorno, ma che è chiamato alle responsabilità del magistero petrino, non è infinita ma è molto grande e consiste anche nel dover fare i conti con un apparato certamente non mite e che, anche per chi non voglia giudicare, è immaginabile intriso di complesse e ardue dinamiche di competizioni e divisioni.

Recentemente il papa ha pronunciato parole significative durante una visita agli anzianiil bisogno di aiuto è una condizione dell’anziano”. Una condizione, non un periodo breve o passeggero. La Chiesa può essere retta da un timoniere affaticato e non più vigoroso e che ha bisogno di aiuto per se stesso?
Benedetto se ne va e torna ai suoi studi e ai suoi scritti, lascia segnali e messaggi che possiamo interpretare in tanti modi, ma anche in semplicità ed accettando le sue parole.
Le dimissioni del papa non sono più una notizia, sono un avvenimento dopo il quale io penso che nulla, almeno per chi si sente credente, dovrebbe essere più come prima. 

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5 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
(Giovanni)

mercoledì 13 febbraio 2013

La ricerca di sé - di Mariaserena Peterlin


La vocazione che ci chiama ad un tipo di studio, ad una scelta di vita, ad amare qualcuno appare più come un tornare che un andare.
Si torna, o, per dir meglio, si ritorna per essere completi, perché sappiamo che spezzati non possiamo vivere.
Ci si sente a casa in un’aula di Lettere? Io penso di sì, come ci si sente a casa tra le pareti profumate di legno antico delle vecchie biblioteche, come perdendosi nello sguardo o nell’odore di chi si ama, come lasciandoci attrarre da una vita diversa e forse impervia.
Ci si sente a casa tenendo per mano un bambino.
Nasciamo e cerchiamo di trovare la nostra orbita naturale, il nostro movimento intorno e verso; nasciamo per tornare là, verso qualcosa che non sapevamo ci appartenesse ma sentiamo che c’è.
Abbiamo bisogno di libertà per trovare noi stessi.

(Vallo a spiegare a chi pensa che si possa decidere e organizzare tutto verso un fine unico)

sabato 26 gennaio 2013

Giorno della memoria: affinché perfino i simboli ci parlino ancora


Personalmente non riesco a trovare in me parole; associo il giorno della memoria all'inverno della pietà umana: l’immagine e il freddo  dell’inverno mi fanno pensare con terrore alle madri deportate coi bimbi ancora attaccati al seno, o ancora nella pancia, non nati. So che il dolore non fa distinzioni, ma una madre che subisce la violenza che colpisce i suoi nati mi sembra ci parli dentro, e che non si possa ignorare il suo urlo.
E ogni volta mi viene in mente l’inizio del libro di Levi, Se questo è un uomo, dove racconta la partenza del lungo viaggio in treno; quel fumo mi fa pensare subito al viaggio verso il camino della morte, i neonati schiacciati tra le altre creature, e quella bambina piccola, per la quale l’umanità del macchinista spilla dalla locomotiva un po’ d’acqua calda perché possa, dopo tante ore di viaggio, essere lavata; forse l’ultimo atto di tenerezza, dal mondo, per lei.
I simboli sono importanti.
No, non riesco a trovare nulla di abbastanza giusto da dire per quello che è successo mentre non solo la ragione dormiva, ma soprattutto il cuore dell’uomo.
Ne scrivo però dire e per chiedere che i giovani sappiano, conoscano, siano educati a vivere da uomini e donne, non da belve, e perché la storia continui a dire la verità.

martedì 25 dicembre 2012

Diritto d'autore e social forum

nondum matura est, nolo acerbam sumere
(dalla favola de "La volpe e l'uva" : non è matura e non voglio coglierla acerba)

Molti si allarmano per la possibilità che quanto pubblichiamo su faceBook diventi "proprietà" di fB medesimo.
A questo punto mi chiedo se sia coerente il decidere di stare su un social network e in rete e dunque avere interesse a farsi leggere da un gran numero di persone o divulgare idee e pubblicare notizie, immagini e parole, a scambiare messaggi in tempo reale, formare gruppi di discussione, pubblicizzare blog o pubblicazioni, azioni e attività, interessi e eventuali richieste e poi dichiarare che tutto quello che pubblichiamo è solo nostro.

Insomma è giusto cercare spazio e visibilità, ma poi non volerlo condividere?

Non potrebbe essere possibile chiedere solo di essere condivisi allo stesso modo?

E’ così importante sentirsi “autori!” e rivendicare continuamente il diritto d’Autore?

Il nostro tempo ha bisogno di questo, pur rispettabile, egocentrismo?



giovedì 13 dicembre 2012

Noi, che giocavamo alle signore, a campana o a indiani e cowboy

Giglio Tigrato

Da bambini era facile: si faceva il gruppo e prima del gioco ci si assegnava i ruoli; chi voleva giocare li doveva seguire onestamente, pena l’esclusione. A me non piaceva molto giocare alle signore, ma quando si esaurivano l’interesse per la campana o i quattro cantoni e nessuno maschio iniziava una auspicabile partita di pallone o era disposto a giocare a greci e troiani (in prima media si studiava l’Iliade) non rimaneva che giocare a fare la spesa, a cucire, a cucinare.
Sì, da bambini giocavamo onestamente, con rare eccezioni subito biasimate, e ci si immedesimava nel ruolo difendendolo fino in fondo. C’era anche un altro gioco bellissimo: indiani e cowboy, e lì si correva a perdifiato tra sterpi e cantieri che costruivano le nuove case, inseguendosi e picchiandosi la mano sulle gambe per simulare le pacche destinate alla groppa del cavallo: “yuhu!”. Il bello dei giochi dei bambini di allora, vedo che oggi non si gioca più così, era proprio il darsi o ricevere un ruolo. Il ruolo era fondamentale intanto perché c’erano quelli più ambiti e prestigiosi che bisognava conquistarsi meritando la stima dei compagni, e poi perché si potevano anche scambiare, ovviamente solo patteggiando:
-     va bene, oggi Achille sei tu, ma solo per oggi, domani tocca a me.
-     però tu porti il cartone per fare lo scudo!
Insomma imparavamo la schiettezza anche dalle leggi che ci si dava da soli.
I grandi? Fuori dai piedi, eravamo bambini e ragazzini seri, e non ci sarebbe mai venuto in mente di chiedere né consiglio né soccorso ai genitori; casomai, in casi estremi si minacciava “guarda lo dico a mio fratello…”, ad avercelo un fratello, ma io non avevo che una sorella più piccola, per niente utile in questi casi.
Per farla breve, io penso che sia stato con il giocare convintamente i miei ruoli, e molto più così che col catechismo, che ho imparato ad amare l’onestà e la chiarezza.
Tanto le amo ancora che non riesco a farne a meno, e me l’aspetterei, certo ingenuamente, anche da chi fa politica e casomai mi chiede di votarlo per rappresentarmi.
Per questo quando la solita tv o i soliti giornaloni riferiscono che il presidente tizio o l’ex presidente caio o gli onorevoli semproni & sempronie danzano sulle parole dicendo e disdicendo, affermando e rettificando, tacendo per tattica o esternando per confondere le idee mi sento venire l’orticaria e la nausea.
Esempi? Come se piovesse, ma li conosciamo tutti: da un lato le esternazioni del caimano re-veniens che senza imbarazzo, (e quando mai…) canta da sirena ma ha le squame anche sulla lingua, dall’altro un segretario, candidato premier, che si adegua all’agenda montiana ma poi dice che la intende in un certo modo suo e con qualcosina in più; da altri lati ancora i silenzi dei non innocenti che, piccoli alligatori quali sono, mettono appena il muso fuori dallo stagno e aspettano che un pollo smemorato gli caschi in bocca: l’elettore per l’appunto.
Meglio, molto meglio giocare fin da piccoli ad indiani e cowboy o a Achille e Ettore. O anche alle signore. O a campana. Gente così noi ragazzini seri non l’avremmo messa nemmeno a cercare pezzi di gesso o mattone, necessari per tracciare i segni sul marciapiede disegnando lo schema del gioco.
Li avremmo forse presi a sassate, ma non li avremmo accettati, e ci sarebbe stata la speranza che avrebbero imparato, chissà, la lezione.
Adesso per loro è tardi. E forse tocca a noi cambiare ruolo. Cambiare è necessario.
Ad esempio quando uscì il film di Peter Pan avevo le trecce, e fui subito Giglio Tigrato


mercoledì 12 dicembre 2012

Il caimano ridens, il coccodrillo lacrimans e noi, le prede


Indurre la frustrazione fa parte della strategia del potere, ossia della cosiddetta casta o meglio del potere ramificato e complesso che ci può dominare, anche psicologicamente, usando i media, i nostri sentimenti, la nostra irrazionalità, il legittimo desiderio di benessere e felicità. Non a caso il caimano reveniens torna agitando, insieme alla dentiera luccicante, il vessillo di una crisi che sarebbe psicologica e superabile e con lo slogan che il fiducioso buonumore (e a quello ci penserebbe lui a botte di velinazze) tornerà ed avremo soldi da spendere.
Ma non dovremmo dimenticare di chiederci: che je frega, al caimano, del popolo dei cittadini vessati dai balzelli e dai ricatti delle spese e dei bisogni, delle famiglie normali, degli esodati, dei licenziati, dei precari, dei malati, degli emarginati?
Il caimano è un predatore, questo caimano è un predatore ridens anche se, non nascondiamocelo, c’è a chi piace.
Però esistono anche caimani austeri, probi, sobri e mesti: di quelli che, dopo averti ben ben sbocconcellato, lacrimano come il fratello maggiore, il coccodrillo.
Infatti è vero che in natura, e tra noi, ci sono i predatori e i predati, ma è bene avere chiaro che per difendersi dai predatori bisogna individuarli e capire bene chi sono, e soprattutto non illudersi che un predatore ci possa difendere da un altro suo simile. Un coccodrillo non ci difenderebbe da un caimano, e un potenziale predato si suiciderebbe se, per difendesi dal lupo, si rifugiasse presso la volpe.
Caimani a parte, noi siamo trattati, e ci siamo lasciati trattare, da anni e decenni, come polli e galline: siamo stati chiusi in gabbie mentali e sociali ed allevati per la carne e le uova. Forse anche per le scadenti piume. Ci siamo praticamente abituati al cibo della gabbia: ci hanno infatti somministrato tanto becchime mediatico e terrore dell’altro che pensiamo di non poter fare più a meno né dell’uno né dell’altro. Abbiamo un frenetico bisogno di nutrirci di due fondamentali elementi: notizie manipolate e indifferenza ed odio verso il diverso.
Per imbrogliarci meglio, inoltre, ci hanno fatto identificare il diverso con categorie precise, facendoci dimenticare che il diverso, fondamentalmente, non è tale solo per razza, religione o orientamento sessuale, ma anche perché sostiene ed elabora un pensiero non conformato, non convenzionale, libero dal condizionamenti: non da pollaio insomma. E quel cibo ora ci sembra amaro.
Ma non siamo polli e galline, anche se a volte qualcuno si comporta come tale. Siamo umani sapiens, pensanti, potenzialmente nati liberi e dobbiamo riprenderci la libertà per ritrovarne il sapore, o almeno quel margine possibile di libertà da cui ricominciare.
Soprattutto non possiamo pensare che una libertà qualsiasi ci sia data in dono da un caimano ridens o in dote da un coccodrillo lacrimans come premio per essere sfuggiti dai denti aguzzi di suo cugino.Nessuno può chiamarsi innocente se non si oppone ai predatori; per opporsi ci sono tanti modi, ad esempio anche rifiutarsi di accettare il modello sociale e di consumo dominante, smettere di non pensare, rifiutarsi di dipendere dall’attesa del becchime delle notizie manipolate.
Non è per niente facile essere non allineati, ma è necessario.

domenica 28 ottobre 2012

Noi docenti, che eravamo poveri, ma onesti



Noi insegnanti (anche se ora io sono a riposo lo sono comunque) abbiamo sempre ricevuto stipendi modesti quando non miseri; spesso tuttavia avevamo e sapevamo esprimere una dignità che potremmo definire inversamente proporzionale al reddito.
Nell’ultimo trentennio, invece, la scuola e l’università sono invece sempre caduti più in basso, tanto che comincio a pensare che ci sia stato un disegno preordinato, realizzato e voluto ad arte.
Non a caso la decadenza, innegabile, della scuola inizia proprio insieme alla scuola media obbligatoria; pare quasi che si sia pensato: “tutti studieranno? Pericolo! Allora facciamo in modo che imparino poco e male” .
Il reclutamento dei docenti è stato quello che vediamo nei fatti che ha prodotto e, come esattamente sostiene Anna Lombroso, nel suo articolo dove commenta egregiamente il ritorno di Penati al lavoro di docente, l’insegnamento è diventato occupare “un posto dove si va in mancanza di meglio, dove non si guarda troppo per il sottile”.
E’ purtroppo vero. Ho visto decadere via via la scuola e insieme ho visto ottimi insegnanti sopravvissuti e sempre più emarginati dalla corrente paludosa che tutto vorrebbe appiattire a sé.
La scelta di Penati è dunque l’ennesima riprova.
Ci mancano solo, ormai, Fiorito dirigente scolastico e Polverini all’Istruzione. Ma sarà solo una brutta conferma.

martedì 23 ottobre 2012

Protesta Insegnanti: il 18 un numero pesante


18 ORE vs art 18?

La protesta contro gli effetti della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti troppo seri per non essere sostenuta.
Non mancano, in rete come nei media, testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche, la amo e non vorrei né potrei non condividere tutte le ragioni della rivolta in atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno
tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio, l'aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
No, non sto vestendo i panni di Elsa Fornero dalla quale mi separano un abisso di denaro e privilegi e una vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e culturali
Osservo tuttavia le formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero bianco». In classe si farà solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di ricoprire l'incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” ...
Va detto che ci sono insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e critiche.
Tuttavia verso un potere che dia alla cultura e alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, io penso che si dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto tempo andare all'attacco, usando tutte le strade possibili dell'autonomia, e sarebbe utile asciugare le lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità.
Il mondo del lavoro di chi non insegna ed esercita o svolge al altri mestieri e professioni non è sempre "migliore",anzi.
Conosco, tutti conosciamo, lavoratori soggetti a mobbing, lavoratrici e lavoratori che vivono in fabbriche inquinanti dove si muore, funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni ignoranti ma potenti e prepotenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni in bianco e licenziate con vari trucchi in caso di maternità. Sappiamo di tanti altri casi che ci riportano secoli indietro per tacere dell’abolizione dell’Articolo 18  diventata simbolo della abolizione, unilaterale, di tutte le garanzie del lavoro nonché dello smantellamento inesorabile e progressivo dello stato sociale.
A fronte di tutto questo è forse accaduto, per restare nel mondo della scuola, che i docenti di ruolo, per restare invece nel mondo della scuola, abbiano sostenuto e difeso efficacemente con uno sciopero serio i colleghi precari che lavorano a fianco a loro con pari doveri e nessun diritto? E guardando fuori da casa propria: non sono forse pochissime o rare le iniziative per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri di testo in costante aumento  e pesanti in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini, sia per la qualità?
E ancora: consideriamo le decine di migliaia di concittadini esodati, i negozianti che chiudono, i cassintegrati o in mobilità, i licenziati, i precarizzati a vita, gli artigiani senza più lavoro: non hanno forse problemi insopportabili? Perché non affiancarli?
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
No, la scuola non può farsi carico di tutto questo, ma può mandare forti messaggi di solidarietà, partecipare alle manifestazioni seriamente, evitare di imbozzolarsi nel suo particolare per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
È vero: la scuola non può risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però non può chiedere la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo, a ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili misure.
Non si può vestire l’abito delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi, magari, sospendere i ragazzi quando scioperano, tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio di giovani senza futuro.
Tutto il paese, e non solo il nostro, è in recessione: solo l’unione può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche, economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi particolari solo, quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli “altri” siamo distratti allora saremo simili all’archetipo del contadino che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere, fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a scacchiolare i germogli soprannumerari.
E se ognuno pensa solo ai cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa.

martedì 16 ottobre 2012

Lettera e cavoli al Dirigente Scolastico fautore di eccellenza

eccellenti e diversi tra loro


Oggi, senza un motivo particolare, ma sull'onda di una reazione infastidita al petulante ricorrere del concetto di eccellenza anche in ambito scolastico, e addirittura nella scuola dell'obbligo, ho scritto questa frase sul mio stato di fB :



Parlano di eccellenza a scuola come se ogni scuola fosse l'Accademia o un dottorato; ma la buona scuola non è quella che seleziona presumibili eccellenze, è quella che sa attendere ed ascoltare.

Prontamente un'amica mi risponde: 
Potresti scrivere alla nostra dirigente scolastica e spiegare questo semplicissimo concetto?

Impulsivamente allestisco la lettera che ora copio, incollo e rivolgo, visto che vanno di moda le lettere aperte, a qualunque Dirigente Scolastico sia fautore della sindrome dell'eccellenza (altrui).


Gentile Dirigente (del cavolo nero)
per caso lei pensa che istruire sia come piantar cavoli?
Benissimo: allora certamente sa che ci sono tante specie di cavoli: ad esempio il cavolo romano, quello calabrese, il siciliano, il maceratese, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolfiore eccetera eccetera ed anche il cavolo nero alla cui specie ella forse è particolarmente affezionata.
Ella sa anche, certamente, che ogni cavolo ha il suo seme, il suo sviluppo e il suo tempo per portare a compimento il ciclo vegetativo e per dar frutto; e non ignora che a seconda della esposizione, del clima, dell'altitudine e non solo: anche in ragione della qualità del terreno e della sua fertilità ogni frutto di ciascun cavolo produce diversamente.
Probabilmente due piante di cavolo della stessa specie ... anche se allineate in file disciplinate e corrette, annaffiate e curate nello stesso identico modo raggiungono la maturazione in tempi diversi tanto che nell'orto domestico possono essere raccolti a scalare.
Se i cavoli, che sempre cavoli sono e non persone, hanno queste modeste ma complesse esigenze come può pensare che i ragazzi raggiungano la loro eccellenza tutti insieme? E come fa a pensare che esista un certo tipo di eccellenza buona per ciascuno?
O forse fraintendo ed Ella pensa che gli individui debbano essere selezionati solo in base alla velocità?
Dunque, esimio Dirigente Scolastico del Cavolo Nero non ci riduca gli innominabili a cavolini di Bruxelles e rifletta sulla parabola del cavolo. Altrimenti potrebbe alzarsi la ribellione del cavolo rosso... e allora sarebbero cavoli amari.
Rifletta esimio Dirigente, e osservi con rispetto i cavoli, tutti i cavoli pure quelli cinesi o romani, pure quelli che non abbiamo qui citato: possono essere incredibilmente belli e sorprendenti.
Con ossequi e minestre varie

Mariaserena 

Roma, 16 Ottobre 2012




martedì 9 ottobre 2012

Le onde nel cuore


















Momenti e giorni in cui
a ondate ti sommergono
parole come estenuanti
flutti intermittenti
dalla lunga risacca.

E nel cuore quell’onda si chiude,
pesante ricciolo amaro.
Tarda molto a passare
la bufera inattesa.

lunedì 1 ottobre 2012

tra shampoo e tagliata la rivoluzione può attendere?



La lavanderia di cervelli ha fatto un buon lavoro. 
Sbiancate le idee, candeggiate le passioni, siamo al grado zero di “ciò che non siamo ciò che non vogliamo”, ma noi adulti speriamo comunque.
Sento la ragazza che lava i capelli dalla mia parrucchiera (sfrattata) indignata… sai perché? Lo racconta lei:  al ristorante lei paga la tagliata 25 euro mentre sa visto che al politico del tavolo accanto la fanno pagare 2 euro.
“È tutto un magna-magna” commenta sagace. 
Già.
La ragazza è una brava lavoratrice, prende una miseria ed è precaria, ma vive con mamma e usa l’automobile per venire al lavoro, non l’autobus perché fa schifo. Si paga benzina, un po’ di look, un w/e di vacanze e… la tagliata, ma non scenderà mai in piazza. Eppure la camicia bianca da rivoluzionaria e tanti buoni motivi ce li avrebbe.
Come risveglieremo le tante giovani anime addormentate?

giovedì 20 settembre 2012

Idee per la scuola, a proposito de Il Bravo Prof

Abbiamo iniziato a rendere disponibili le sintesi delle discussioni avvenute tra gli insegnanti del network La Scuola che Funziona. Sono online. 
La prima è questa:  "Il Bravo Prof ".

A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un'interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un pensiero collaterale. 

Fare l'insegnante significa aver scelto un lavoro difficile, spesso non supportato da elementi essenziali; si affrontano infatti un insieme di grosse difficoltà oggettive molto spesso presenti contemporaneamente. Ed è anche vero che l'inerzia non penalizza mentre l'agire, spesso, sì. 
Tuttavia questo mestiere non è un mestiere come gli altri e io non mi rassegnavo a farlo passivamente come adesso non riesco a parlarne passivamente. La vita a scuola è vita di relazione; se non ci si sente adatti è meglio non fare l'insegnante; se ci si sente adatti e ci si mette in quella prospettiva, allora la relazione è la chiave per iniziare a lavorare coi ragazzi. E forse sarebbe utile assumere la mentalità del seminatore più che quella del costruttore o del manager. Preparo, rifletto, lavoro, rifletto, semino, attendo: verifico me stesso e il mio risultato: ma so, devo sapere, che non dipende solo da me.

io la penso così


domenica 16 settembre 2012

Parole per nascere



Parole io vorrei, luminescenti
per scriverle nel buio della  stanza
mentre all’attesa, tra la veglia e il sonno,
il mio pensiero, infine, s’abbandona.                            

Essere non vorrei mentre io scrivo
in debito alla mente razionale
e nemmeno rileggere a formare
catene di parole riordinate.

Sospesa, scriverei per ricordare
momenti incoerenti in cui, nascendo,
senza ancora il respiro nella gola,
ebbi la voce pronta, al riso e al pianto.

Quel distacco mi pesa più di allora
né ritornare chiedo ma che solo,
solo il ricordo, viva lentamente
in un segno che sia luminescente.