chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

martedì 17 gennaio 2012

IN ME C'E' L'ALUNNA CHE SONO STATA

In me c’è l’alunna che sono stata. E posso raccontare dei miei insegnanti, di come erano, del perché ho imparato e del cosa ho imparato. Posso farlo perché ne ho piena consapevolezza e riconosco ciò che mi ha fatto bene e ciò che mi ha fatto male. Questo posso raccontare e soltanto questo. E del mio essere insegnante posso raccontare del come mi sono sentita appagata o del come mi sono sentita fragile, del come mi sono sentita protagonista, vincente o gregaria… Ma di quello che imparano i ragazzi e di come lo imparano proprio non lo posso dire…solo io...Posso attribuire un voto, una valutazione, questo è vero…ma cosa è in fin dei conti un voto? Una fotografia che rappresenta la realtà nel momento in cui è stata scattata, nulla di più…quasi inutile se consideri che ciò che vedi e che senti devi viverlo ogni secondo della tua vita e che ogni minuto non è uguale all’altro… No, io non posso dire nulla dell’apprendimento dei miei ragazzi, sono loro che devono dire… perché la realtà può essere solo inventata … insieme… minuto dopo minuto…e di questa realtà io ne posseggo una parte e perché questa parte abbia senso devo ricongiungerla al tutto… e in questo tutto ci siamo tutti… Solo allora ciò che dico avrà senso...

In me c’è l’alunna che sono stata e ci sono gli insegnanti che la sorte mi ha assegnato. In me c’è un po’ di loro e della realtà che insieme abbiamo inconsapevolmente costruito.

In me c’è anche la mia insegnante di matematica del liceo. La chiamavamo Fermina (una parte del mio nickname) perché era stata allieva di Enrico Fermi e conosceva bene l’esperienza dei ragazzi di via Panisperna. Che avesse molti anni lo sapevamo tutti. Conoscevamo l’arrancare delle sue gambe nei corridoi, la sua severità, i suoi capelli bianchi da casalinga un po’ trasandata. La osservavamo mentre con cautela cercava di abbordare prima la pedana e poi la sedia, era anziana, anziana davvero. La temevamo ma la amavamo al contempo, quasi a volerla proteggere… Fermina era una tosta ma sapeva fermarsi al momento giusto… Era anziana, anziana davvero, e per questo si stancava. E non lo nascondeva. E quando era stanca incominciava a tossire. Quello era il segnale che tutti aspettavamo. Si fermava e cominciava a raccontare. E noi volevamo ascoltare le sue storie, quelle dell’università, quelle di una studentessa, figlia di contadini del profondo Sud, che aveva scelto Roma per intraprendere la sua carriera universitaria. E lei ci raccontava degli esperimenti dei ragazzi di via Panisperna e di come aveva mentito al padre su un esame che non era riuscita a superare. La fisica era lì, sotto i nostri occhi, anzi, nelle nostre orecchie, e degli atomi coglievamo il suono… e delle spiegazioni del libro di fisica non sapevamo che farcene… e lei lo sapeva…

Era anziana, anziana davvero e non lo negava nemmeno a se stessa e, dichiarando ad alta voce quello che riteneva il suo limite, ci invitava ad essere le sue mani. Nessuno si rifiutò mai di andare alla lavagna. E le dimostrazioni geometriche nascevano dalle nostre mani, le mani che sapeva sapientemente guidare a tracciare bisettrici e angoli…E fu così anche per l’algebra, per le equazioni e le disequazioni. Ed eravamo noi a portare alla luce le cose, a farle nascere. E queste cose erano più che mai nostre. Così aveva deciso Fermina, così ognuno di noi diventò protagonista.

E Fermina non ci faceva uscire se non per gravi motivi ma stare in classe con lei era un’emozione infinita. Da comparse a protagonisti. Una sfida continua. E la sfida ci piaceva.

Io non ero brava in matematica, o così avevano fatto credere a me e ai miei genitori. Poi la sorte mi assegnò Fermina. A mia madre disse che non avevo basi ma ero una che sapeva ragionare e tanto le bastava…il resto lo avrei potuto fare io e io soltanto… Il resto sono qui a raccontarlo. E aggiunse che un quattro o un sei non significavano nulla. Quello che contava era non quanto sapevo ma ciò che avrei potuto sapere. E che solo io potevo sapere dove, come e quando arrivare. A lei toccava dar tempo e fiducia. Sapeva che mi stava dando tutto, mi stava dando se stessa. Amai la matematica ma prima amai Fermina.

Fermina Daza

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