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chi sono
Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.
mercoledì 25 gennaio 2012
Insegnanti e Genitori : reciproca diffidenza?
martedì 24 gennaio 2012
Se tuo figlio va fuori tema
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Alice era distratta, e forse andava fuori tema! |
giovedì 19 gennaio 2012
Non spegniamo il fuoco che è dentro di noi
martedì 17 gennaio 2012
IN ME C'E' L'ALUNNA CHE SONO STATA

In me c’è l’alunna che sono stata. E posso raccontare dei miei insegnanti, di come erano, del perché ho imparato e del cosa ho imparato. Posso farlo perché ne ho piena consapevolezza e riconosco ciò che mi ha fatto bene e ciò che mi ha fatto male. Questo posso raccontare e soltanto questo. E del mio essere insegnante posso raccontare del come mi sono sentita appagata o del come mi sono sentita fragile, del come mi sono sentita protagonista, vincente o gregaria… Ma di quello che imparano i ragazzi e di come lo imparano proprio non lo posso dire…solo io...Posso attribuire un voto, una valutazione, questo è vero…ma cosa è in fin dei conti un voto? Una fotografia che rappresenta la realtà nel momento in cui è stata scattata, nulla di più…quasi inutile se consideri che ciò che vedi e che senti devi viverlo ogni secondo della tua vita e che ogni minuto non è uguale all’altro… No, io non posso dire nulla dell’apprendimento dei miei ragazzi, sono loro che devono dire… perché la realtà può essere solo inventata … insieme… minuto dopo minuto…e di questa realtà io ne posseggo una parte e perché questa parte abbia senso devo ricongiungerla al tutto… e in questo tutto ci siamo tutti… Solo allora ciò che dico avrà senso...
In me c’è l’alunna che sono stata e ci sono gli insegnanti che la sorte mi ha assegnato. In me c’è un po’ di loro e della realtà che insieme abbiamo inconsapevolmente costruito.
In me c’è anche la mia insegnante di matematica del liceo. La chiamavamo Fermina (una parte del mio nickname) perché era stata allieva di Enrico Fermi e conosceva bene l’esperienza dei ragazzi di via Panisperna. Che avesse molti anni lo sapevamo tutti. Conoscevamo l’arrancare delle sue gambe nei corridoi, la sua severità, i suoi capelli bianchi da casalinga un po’ trasandata. La osservavamo mentre con cautela cercava di abbordare prima la pedana e poi la sedia, era anziana, anziana davvero. La temevamo ma la amavamo al contempo, quasi a volerla proteggere… Fermina era una tosta ma sapeva fermarsi al momento giusto… Era anziana, anziana davvero, e per questo si stancava. E non lo nascondeva. E quando era stanca incominciava a tossire. Quello era il segnale che tutti aspettavamo. Si fermava e cominciava a raccontare. E noi volevamo ascoltare le sue storie, quelle dell’università, quelle di una studentessa, figlia di contadini del profondo Sud, che aveva scelto Roma per intraprendere la sua carriera universitaria. E lei ci raccontava degli esperimenti dei ragazzi di via Panisperna e di come aveva mentito al padre su un esame che non era riuscita a superare. La fisica era lì, sotto i nostri occhi, anzi, nelle nostre orecchie, e degli atomi coglievamo il suono… e delle spiegazioni del libro di fisica non sapevamo che farcene… e lei lo sapeva…
Era anziana, anziana davvero e non lo negava nemmeno a se stessa e, dichiarando ad alta voce quello che riteneva il suo limite, ci invitava ad essere le sue mani. Nessuno si rifiutò mai di andare alla lavagna. E le dimostrazioni geometriche nascevano dalle nostre mani, le mani che sapeva sapientemente guidare a tracciare bisettrici e angoli…E fu così anche per l’algebra, per le equazioni e le disequazioni. Ed eravamo noi a portare alla luce le cose, a farle nascere. E queste cose erano più che mai nostre. Così aveva deciso Fermina, così ognuno di noi diventò protagonista.
E Fermina non ci faceva uscire se non per gravi motivi ma stare in classe con lei era un’emozione infinita. Da comparse a protagonisti. Una sfida continua. E la sfida ci piaceva.
Io non ero brava in matematica, o così avevano fatto credere a me e ai miei genitori. Poi la sorte mi assegnò Fermina. A mia madre disse che non avevo basi ma ero una che sapeva ragionare e tanto le bastava…il resto lo avrei potuto fare io e io soltanto… Il resto sono qui a raccontarlo. E aggiunse che un quattro o un sei non significavano nulla. Quello che contava era non quanto sapevo ma ciò che avrei potuto sapere. E che solo io potevo sapere dove, come e quando arrivare. A lei toccava dar tempo e fiducia. Sapeva che mi stava dando tutto, mi stava dando se stessa. Amai la matematica ma prima amai Fermina.
Fermina Daza
venerdì 13 gennaio 2012
Narrare è bello
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giovedì 12 gennaio 2012
COME SI CAMBIA PER RICOMINCIARE

Tornare indietro un anno un giorno per vedere se per caso c'eri…
Storie del vecchio e nuovo secolo. Storie di mondi diversi. Storie di cambiamento. Il mio.
Storia del vecchio secolo
Si tolse il cappello e lo tenne umilmente tra le mani per tutta la durata del colloquio. E con le dita nodose mi mostrò come avrei potuto picchiare suo figlio. Era un vecchio contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva. Perché il contadino è il padre e la terra è la madre, e se nasci contadino alla terra devi tornare. Ma fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, perché la scuola è come il parroco, il sindaco, la levatrice, il maresciallo dei carabinieri, il medico.
Così disse il padre dalle dita nodose. Mi strinse la mano e sparì per sempre. Da quel momento il figlio non era più affar suo. E non tornò mai a reclamare per un brutto voto o per qualche vera o presunta ingiustizia patita dal sangue del suo sangue. Perché fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, e la scuola è importante come il parroco, il sindaco, la levatrice, il maresciallo dei carabinieri, il medico. E non tornò mai a reclamare nemmeno per una bocciatura, perché una malannata può capitare, perché bisogna avere pazienza con i terreni sterili, perché il buon contadino sa attendere, perché il buon contadino conosce gli imprevisti del mestiere.
Era un contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva per ingoiarlo. E solo quando fu il momento il buon contadino venne a reclamare ciò che era suo e della sua terra. E il figlio sparì per sempre tra le zolle.
È giusto così. Questo disse il patriarca mentre si toglieva il cappello. A chi appartenevano i ragazzi quando erano nella scuola? Ai genitori? Agli insegnanti? Alla scuola stessa? Il vecchio patriarca “sapeva le cose della terra” e non “le cose alte” e solo le cose della terra poteva e voleva insegnare a suo figlio. Alla scuola toccava prendersi cura delle cose alte, di quelle che ti consentono di mettere una firma, di leggere un contratto, di fare una dichiarazione, di capire un imbroglio, le cose alte su cui non puoi lavorare con la zappa.
Era così che la vedeva il patriarca che conosceva meglio di me, insegnante di ventiquattro anni, il mondo. Ed era uno che aveva rispetto per i maestri e per la scuola, per i contadini e per i campi. A ciascuno il suo, mi disse, chè a piantar cicorie tu non saresti capace, né a dire quando si raccolgono i finocchi.
Queste le parole del patriarca contadino che, guardando i libri, mi raccontava che a casa sua di tempo per leggere non ce n’era.
Storia del nuovo secolo
Il bidello mi corre incontro. Ha il baffo trafelato e l’occhio compassionevole di chi annuncia l’ennesimo cahier de doléance.
Prof, c’è la mamma di F.T. che vuole parlare urgentemente con lei! Con fare protettivo mi propone un eventuale depistamento. Le dico che non può riceverla? Sarei tentata di soddisfare il suo istinto paterno ma la mamma di F.T. non può attendere. Arrivo subito, gli rispondo. E così il baffo trafelato perde improvvisamente di tono e il sopracciglio lo segue a ruota inabissandosi sulla palpebra.
Si allontana un po’ più curvo del solito, ormai rassegnato ad assistere ad un’altra storia da tribunale in cui l’accusatore è anche giudice. E il giudizio spesso si tiene in pubblica piazza, davanti agli occhi di tutti, perché in televisione si fa così. Un processo che diventa spettacolo.
Ma io so che non farò processi e non ne riceverò. E mentre saluto la mamma da lontano, penso che la scuola è fatta di alunni, di docenti e di genitori trasparenti gli uni agli altri. Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una buona torta ma ciò che si tira dal forno è spesso e volentieri solo una grossa bolla d’aria, un sufflè destinato a perdere di tono come il baffetto del paterno bidello.
Stringersi la mano è stringere un patto, un patto di alleanza.
Io e la mamma di F.T. organizziamo un incontro rivolto a tutti i genitori della seconda. Un incontro informale, di quelli che non prevedono il finanziamento pon o pof, un incontro libero per decidere insieme il curricolo formativo e le modalità di partecipazione di ciascun genitore alle attività di classe. Un percorso comune e condiviso davvero.
Un incontro libero dettato non dalle logiche del pon e del pof ma dal bisogno di conservare la cultura continuando a creare culture. E i genitori sono culture. E le culture hanno difficoltà a trovare spazi che permettano una partecipazione attiva. È per questo che le culture vanno ospitate ed aiutate a costituire una rete che possa dare un grande contributo al cambiamento. E tu stessa devi essere cultura.
E nessun dirigente scolastico si opporrà all’idea di conservare la cultura creando le culture, soprattutto se la cosa si fa gratuitamente. E non la si fa gratuitamente perché si è fessi. La gratuità è il “prezzo” che si paga volentieri per poter essere liberi di provare a cambiare.
E il cambiamento inizia proprio lì dove operiamo. Nel concreto.
martedì 10 gennaio 2012
A volte ritorno
NEFERTITI DELL'UPIM

La chimica non mi piaceva. Anzi, per farla breve, non mi piaceva l’insegnante di chimica.Dopo la laurea in lettere, un po’ per gioco e un po’ per sfida, mi iscrissi alla facoltà di medicina. E finalmente riuscii a sentire il suono delle formule..Bellissimo…
Dal mio diario di studentessa.
2 maggio
Non mi faccio illusioni, i voti parlano chiaro… il problema c’è ed è la chimica…, o meglio, l’insegnante di chimica.
Nefertiti ha due occhi piccoli che si ostina a marcare di nero, un trucco fatto a memoria con la matita dell’upim. Le sbavature, sempre quelle, sempre nello stesso posto.
I pigmenti di colore le si siano insinuati indelebilmente nelle pieghe delle rughe, tanto indelebilmente da scenderle fino al cuore, nero anche lui. Della regina egizia non ha né lo sguardo fiero né il portamento principesco, solo il bistro a fare da cornice alla sua inutile esistenza.
Sì, un’esistenza passata a sgranare rosari di acidi e di basi, a congiungersi con carbonato di calcio e con i gruppi ossidrilici. E la lavagna a far da ruffiana, mentre Nefertiti, volgendoci le spalle, traccia segni per me arcani. Non c’è senso in quello che io ascolto perché non ha senso quello che lei dice. Però, a pensarci bene, un senso ce l’ha. E’ il senso di morte che provo mentre copio formule su formule.
Questa non è la vita che vive, è la vita che muore...
Penso a Cagliostro, a Calandrino e alla pietra dell’elitropia, penso alla vita che scorre nella pietra carsica, alle nuvole … perché le nuvole non sono solo quelle elettroniche… Il lavaggio del cervello è una tortura a cui puoi sottrarti solo se ti inventi un altro mondo in cui stare in santa pace. Il mio si chiama alchimia… la grande madre…
Nefertiti si definisce un’ insegnante aggiornata. È l’unica ad usare il laboratorio di scienze. Va molto fiera di questa cosa. Ha fatto arrivare dagli Stati uniti dei libroni bilingue sulla cui traduzione italiana abbiamo più di un legittimo dubbio. Ci sta tormentando con gli acidi e le basi. Sono il suo pallino. Peccato che non siano il mio. Io mi sto chiedendo se la chimica la conosca davvero o se non si tratti di una qualche demoniaca possessione.
Sempre più spesso rifletto su una cosa: è l’insegnante a possedere la materia o è la materia a possedere l’insegnante? Neferiti è posseduta dalla chimica. Spiega in stato di trance. La chimica le dà la vita togliendola a noi.
Accidenti a lei e al suo bistro nero che si confonde con l’ardesia.
La pervade un piacere immenso mentre fa lezione solo per se stessa. Noi siamo dietro di lei a far da spettatori… La classe è un pretesto, la scuola è un pretesto. A lei servono solo degli spettatori pazienti e muti…
Anche Barbaetutto il secchione è in difficoltà. Anche lui arranca, come tutti noi. A salvarsi solo i memorizzatori, ma in classe ce ne sono pochi.
A Ulianova di greco e latino, bolscevica e lapidaria, non piace il bistro... Ubi maior minor cessat… Chi mai sarà il maior e chi mai sarà il minor? La risposta l’avremo sui quadri.
Oggi, comunque, mi ha beccata e quando mi ha contestato di essere lenta e meccanica, le ho risposto che ritenevo di avere il diritto di essere lenta e meccanica, visto che stavo imparando, visto che non avevo la laurea in chimica, visto che ero in un liceo classico, visto che mi sfuggiva il senso del fare chimica, visto che non avrei mai insegnato chimica, visto che l’ipoclorito di sodio non suonava come il πάντα ῥεῖ…insomma, ci ho messo del mio, ma anche lei ci ha messo del suo...
Nefertiti, dal cuore nero come il bistro da upim che spalma a memoria intorno agli occhi, mi ha risposto che la scuola poteva fare anche a meno di me... Se mi avesse spiegato il suono della varichina forse non sarei qui a scrivere… Beh, almeno una cosa la devo riconoscere: ha parlato chiaro, questo è certo... E tanta chiarezza meritava una risposta altrettanto chiara.
Mentre deponevo il gesso sulla cattedra, le ho chiesto che suono avevano le ustioni... lei lo doveva conoscere bene quel suono, visto che aveva cosparso di acido acetico il viso di una compagna svenuta.
Proposta di sospensione, la mia, annotata sul registro di classe.
Se io non sono una buona alunna (possibilissimo), lei non è una brava insegnante (certissimo).
Ubi maior, minor cessat. Chi è il minor? Non c’è bisogno di aspettare i quadri.
Quella piccola piccola è lei. Peccato, insieme avremmo potuto essere grandi...
20 giugno
Sono stata promossa. Siamo stati tutti promossi. Ubi maior, minor cessat... Ma la cosa non mi consola... continuo ad odiare la chimica...ed il bistro.
A proposito, che formula avrà il colore nero?
Fermina Daza