chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

mercoledì 9 gennaio 2008

Quando ci si capisce, è scuola - Michele Lapiccirella

Michele stava seduto all'ultimo banco fila centrale: anzi mi pare che in terza avesse esordito come primo banco nella fila laterale sinistra, vicino alla finestra seduto accanto a Fiorino, ma poi Fiorino legò con Lucia e si misero insieme e Michele migrò. Se ricordo male lui mi correggerà, perchè non è uno che lascia correrre.
Però dal suo ultimo banco aveva guadagnato uno spazio maggiore di autonomia e osservazione. Dicono che i Prof vanno a simpatia. Definizione strumentale; perchè se io fossi andata a simpatia non solo lo avrei lodato sperticatamente ogni minuto, ma non gli avrei mai rotto le scatole con i miei predicozzi. In realtà con alcuni ragazzi si stabilisce un rapporto di comprensione, di empatia naturale che assomiglia a una corrente. E questa corrente scorre fluida e felice, per cui ci si può anche contestare e scontrare, ma sempre rafforzando il legame.
Michele era considerato da qualche sussiegosa, collega, pomposamente corretta e presa dal suo ruolo, un solenne rompiscatole. Ma per me questa era una vera qualità, perchè lui non era mai banale, mai lecchino (anzi era un provocatore nato), mai secchione, mai servile, mai con la schiena piegata. Tranne quella volta che la piegò fisicamente: ossia entrò in aula e si mise seduto come al solito, ma dopo cinque minuti si accasciò e si mise a dormire con la testa sul banco. Si svegliò (con lo sguardo ancora perso nel sogno, ma un po' mortificato) solo alla campanella. Poi seppi dal collega B. di Educazione Fisica, che il rompiscatole aveva lavorato fino a tardissimo, e non era un evento eccezionale, per collaborare con lui nel predisporre una manifestazione sportiva per portatori di handicap (pallacanestro per disabili).
Insomma Miche era uno curioso, polemico e domandoso. Aveva un fantastico cane di nome da vero uomo: Guido (non Fuffi, Jason o Joker). Leggeva giornali e libri, aveva idee politiche discretamente accese, sue proprie, elaborate e fondate. Le colleghe pomposamente corrette gli preferivano studenti correttamente falsi, e senza pensiero. Alunni che di fronte al tre o al quattro strisciavano implorando un'altra possibiltà. Intendiamoci, non dico che la seconda possibilità (o la terza o la quarta) non debbano esser chieste con civile e compunta educazione; ma nemmeno lasciando striscie di bava gorgogliante sui banchi e sui pavimenti. E io detesto la bava. Michele non strisciava, non protestava: incassava ma si imbufaliva; e gli lampeggiavano gli occhi neri. In più sulla felpa portava la kefià. Ihhh che paura. Lui mi ha sempre sopportato e dialogato con la mia visione democratica, ma non anticlericle (nella quale lui invece sguazzava felice) e ci siamo capiti.
Quando ci si capisce, appunto, la scuola è servita.
Perchè ne parlo all'impefetto? Perchè Michele era un mio alunno, e io ero la sua prof. Mentre adesso Michele è un mio collega e insegna lettere. Lui dice che non siamo colleghi (rompe, rompe...) perchè sono andata in pensione proprio mentre lui è entrato in servizio. Embè?
Intanto io sono una-profi-per-sempre, (come i preti e i diamanti) e poi l'importante è che la corrente continui. E che in cattedra ci vadano, finalmente, quelli giusti. Come Michela Lapiccirella. Evvai Michè!
(La tua tesina su Intellettuali e fascismo credo di averla ancora)
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