chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

venerdì 22 ottobre 2010

Joseph Roth - Giobbe : l'esclusione del diverso MENUCHIM e il rovesciamento della visione - di Mariaserena Peterlin



Non intendo proporre un’analisi completa del libro di cui parlo o tentare uno studio dei romanzi di Jospeh Roth, la sua vicende biografiche, la sua nascita ebraica e il suo essere cantore della finis Austriae.  
Prendo spunto da Giobbe - Romanzo di un uomo semplice. per trasmettere delle riflessioni, non tutte emotive, che il personaggio di Menuchim suggerisce.
Il volere di un Dio, che può apparire spietato, fa nascere questo bambino a un padre “… che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un'ampia cucina, faceva conoscere la Bibbia ai bambini".
Menuchim, quarto figlio di un insegnante è malato e gravemente disabile. La sua disabilità è evidente fin dalla nascita: “la sua voce gracchiava sovrapponendosi alle sacre parole della Bibbia”, e sa solo “mugolare come un animale”.  “Il suo grande cranio pendeva pesante come una zucca sul collo sottile. L’ampia fronte si corrugava e si increspava tutta come una pergamena stropicciata” .  Il bambino subisce anche la sentenza del medico: “diventerà epilettico”.
Il padre rifiuta, però, le cure offerte e il ricovero in ospedale dichiarando che solo Dio, se vorrà, potrà guarirlo. La madre, non rassegnata, si reca da un saggio rabbino che sentenzia: “Menuchim, il figio di Mendel guarirà. Come lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo renderà saggio, la cattiveria buono, l’amarezza dolce, la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie nitide e piene di eco. La sua bocca tacerà, ma quando si schiuderà le labbra annunceranno cose buone.
Menuchim cresce, tuttavia, quasi come un animale che fa solo dei versi, striscia invece di camminare e non partecipa alla vita dei coetanei.  I suoi fratelli se ne vergognano, fingono di occuparsene ma lo abbandonano o addirittura lo maltrattano arrivando a torturarlo.
Costretti ad accudirlo lo “trascinavano per la città come una sventura, lo lasciavano steso lungo per terra, lo facevano cadere (…) Un giorno trascinarono Menuchim fuori casa e lo infilarono nel tino dove da sei mesi veniva raccolta l’acqua piovana, dentro ci nuotavano vermi (…) Mantenevano il bimbo per le gambette storte , una dozzina di volte gli infilarono la testa grande e grigia nell’acqua, nella felice orrenda attesa di stringere presto un morto tra le braccia. Ma Menuchim viveva.”
Menuchim solo, escluso ed emarginato è diverso e brutto fino alla mostruosità. Non sembra degno di appartenere né alla realtà in cui è nato, né alla razza umana. Questa razza umana che, bontà sua, sa trovare mille giustificazioni per uccidere, sterminare e tradire, ma si ritiene bella e superiore quando i parametri fisici corrispondono a un modello omologato o di successo,
Eppure Menuchim che “rimase in vita, come uno storpio potente” sopravvive anche quando, per una serie di motivi, fra cui quello economico, i genitori l’abbandonano e si stabiliscono in America affidandolo, in cambio della casa, a una famiglia che promette di occuparsene.  

Menuchim è “sbagliato” e per questo è scartato, seppure con dolore. Eppure nessuno di coloro che lo circonda ha virtù tali da poter essere considerato un modello positivo. Nemmeno i suoi genitori.
Di tutto il romanzo, Menuchim è in realtà l’unica figura buona e positiva fino in fondo, e quando alla fine Mendel Singer rimarrà completamente solo in una terra che gli è estranea sarà lui, Menuchim guarito e musicista affermato, a cercare e ritrovare suo padre e a prendersene la stessa cura che un padre riserva ad un figlio ed invertendo, dunque, i ruoli.
La profezia del Rabbino si avvera: Il dolore lo renderà saggio, la cattiveria buono, l’amarezza dolce, la malattia  forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie nitide e piene di eco. La sua bocca tacerà, ma quando si schiuderà le labbra annunceranno cose buone.”
Riflessioni, le mie, non tutte emotive, come avevo scritto all’inizio:  mi commuove la figura dello storpio epilettico e diverso Menuchim, mi emozionano di indignazione le crudeltà che subisce, mi turba la trama del romanzo.
Ma razionalmente non possiamo negare la potenza simbolica della la figura di Menuchim che rovescia completamente la nostra visione di una realtà banale, conformista e, ammettiamolo, edonisticamente volta al mito di un’umanità dove l’apparenza traveste la crudeltà con le forme del culto della persona e spesso della personalità.
Potremmo davvero dire “E’ solo un romanzo, è una storia inventata?
Oppure riconosciamo che, guardando Menuchim, siamo di fronte sia a noi stessi sia allo specchio della realtà quotidiana?
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