chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

giovedì 21 giugno 2012

L'EDUCAZIONE è UNA STREGA? Mariaserena pensa che forse sì.


Premessa: questo è un testo lungo per essere un post; ma non ho scelta. Si tratta di dire cose che non sempre possono essere lanciate come uno slogan
disegno di Nadagemini,
un mio ex-alunno da cui ho imparato

Ho compiuto una lunga carriera di insegnante e nonostante vi sia approdata per caso l’ho vissuta con entusiasmo sentendomi utile, mettendomi in discussione e cercando di imparare.
Mi sento tanto diversa dagli attuali insegnanti che discutono, protestano, sciorinano le loro convinzioni a cui sono tanto affezionati; non sono migliore, sono diversa, aliena come se venissi da una galassia estranea al sistema solare attorno a cui loro vanno galleggiando, tutto sommato, senza disagio profondo. Paradossalmente li sento arcaici, lenti, addormentati. Li sento vecchi: io vecchia prof sento più vecchi i quarantenni, i trentacinquenni (per tacere degli altri).
Disinvoltamente, secondo me, discutono di merito e il demerito, di buono e  non buono, impegno e il disimpegno, e perfino di intelligenza e non intelligenza: per me discutono di taralli e tarocchi pedagogici. I presupposti sono tali per cui quelle discussioni nascono sterili. Lo voglio scrivere e lo sto scrivendo in questo spazio mio.
Non contesto l’utilità delle discussioni: ne contesto il palco, la scena, l’azione, la partitura. Ne contesto la barricata, la strategia. E credo sia un diritto contestare.
Nel merito del merito potremmo citare cento esempi di geni adulti che sono stati somari a scuola: ma a che serve?
La scuola è interazione, se non funziona non è per demerito di uno solo.
Ma perché te lo dico?
Perché ho scritto dieci anni or sono, in piena attività; un testo da cui non torno indietro. Adesso ho troppi anni addosso per affrontare una classe "a modo mio", ossia con la tenerezza e la violenza necessarie ad entrargli dentro il cuore e  la mente per capire e farmi capire.
Ma la persona che scrisse questa risposta alla lettera di James Hillman agli insegnanti italiani è ancora qui che pesta la sua tastiera: sono io.
Risposi a modo mio, senza sapere niente di particolare di quel signor Hillman di cui ora ho qualche libro. Mi sarei dovuta documentare?
Ma perchè? Lui scrisse, e io, come ci fu chiesto, risposi. Lui si era forse documentato su me e sui docenti italiani? Ne dubito. Quindi siamo pari; ma quella sua lettera mi è piaciuta tanto e mi è piaciuto rispondergli. Ecco qui il testo. E se leggete il Manifesto degli insegnanti vi accorgerete che il suo dna ne è stato, e non poco, contaminato nonostante sia difficile pensare che se ne converrà facilmente :) 



Risposta al professor James Hillman

Gentile James Hillman,
ho d’impulso deciso di risponderle perché l’impatto con i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue analisi ha prodotto su di me, nello stesso tempo, l’effetto del pungolo e del balsamo.
Insegno, che parola impegnativa... Italiano e Storia a ragazzi tra i sedici e i diciotto anni; la mia non potrà dunque essere un’analisi scientifica ma, al più, una riflessione empirica e forse generica. Detto per inciso mi ha incuriosito e divertito l’aderire alla “gara” (le tre migliori risposte addirittura premiate!) che mi è sembrata, in un certo qual modo, coerente alla ricerca di Hansel e Gretel nel bosco. Spero che nel lasciarsi tentare dalle delizie dei premi promessi non capiti, anche ai concorrenti, di essere catturati dalla strega!
Colgo l’occasione per immaginare di tornare alunna, di svolgere il compito e di prendere, ancora una volta, parte ad un gioco del quale ora conosco un po’ meglio le regole, ma da cui altrimenti sarei esclusa perché fuori tempo massimo. Ritorno con la mente nelle aule dove la scuola era sottomissione, dove ero costretta a dimostrare qualcosa, magari inventando e fingendo, china sul banco e sui fogli bianchi così ostili ai miei pensieri e sento ancora il freddo dell’ansia e l’odore dell’inchiostro sulle dita macchiate.
Gentile professor Hillman, parto da una considerazione che mi sembra realistica anche se ovvia: quando i nostri ragazzi approdano alla scuola l’Educazione, di cui lei parla, ha già operato in modo massiccio su di loro (questo ancora di più per le Superiori).  Vale la pena di puntare l’indice contro qualcuno? Non solo la famiglia, ma l’ambiente sociale, i media, gli sport praticati, le associazioni frequentate, il quartiere, la strada e così via influenzano e condizionano i bambini e le bambine (fin da piccolissimi) e gli adolescenti.
Stimoli e modelli in alcuni casi positivi, ma non solo, li avvolgono, li attraggono, stampando un’impronta, una sorta di “uniformità” che probabilmente ha effetti più dominanti su quanti crescono in ambienti, per diversi aspetti, meno illuminati, meno evoluti o colti.
Una volta a scuola avranno la ventura di, finalmente, incontrare un insegnante disposto a confrontarsi con la loro molteplicità, che ne riconosca l’irripetibile individualità, valorizzi e  faccia uscir fuori l’individualità dei pensieri, dei sentimenti, delle passioni, del carattere?  Qualcuno restituirà, come giustizia vorrebbe, un’opportunità di crescita e indicherà loro, democraticamente, la strada per scoprire se stessi?
Noi abbiamo queste responsabilità. Oppure è giustificabile limitarsi a denunciare senza reagire e senza fornire qualche strumento? Pur essendo noi stessi immersi e pressati dalla quotidiana uniformità della massificazione non dovremmo rifiutarci di esserne omologati?
Tuttavia: quanta fermezza per accettare questa sfida, quanta convinzione umanistica, quanta disponibilità a mettersi in gioco deve possedere chi accetti l’evidenza (tale a me sembra) delle molteplicità delle intelligenze, delle immaginazioni, dei sentimenti delle persone-studenti? E come può riuscire a far convivere gli obiettivi formativi del sistema scolastico con il far camminare l’insegnare e l’imparare, come Hansel e Gretel, nella varietà del bosco e dei loro pensieri?
Qualche indispensabile margine di libertà va dunque affermato e difeso nella pratica dell’insegnare/imparare, perché se invece fosse inevitabile il sottomettersi alle regole volute dall’esercito di amministratori, esperti e specialisti si dovrebbe senza indugi consigliare affettuosamente ad Hansel e Gretel non la via del bosco, ma quella della clandestinità.
L’Educazione può davvero togliere il respiro e l’anima all’insegnare e all’imparare  quando  i sistemi educativi non prevedono e sopprimono le emozioni.
Eppure è la storia a dimostrare come, più di quanto non lo facciamo noi insegnanti, siano gli studenti  a resistere e, penso, con ottime ragioni.
Non ho conosciuto studenti che rifiutassero il confronto e il dialogo (il che non esclude, come per ogni forma di comunicazione la possibilità di fraintendimenti o errori) anzi di solito hanno verso il rapporto con l’insegnante un’attrazione e una curiosità istintiva.
Questa istintività li guida a riconoscere e distinguere senza sbagliare il fratello con cui attraversare, “l’uno per l’altro”, l’uno con l’altro, il bosco; il complice con cui percorrere un itinerario dell’anima e della mente intuendo di non doversi difendere dall’altro, ma di doversi guardare, insieme,  dalla strega.
Lo stesso istinto fa riconoscere a noi insegnanti il (come negarlo?) prediletto, l’affine e questa dinamica evoca e attiva la bellezza dell’insegnare/apprendere. A me sembra che questo legame non tolga nulla agli altri, anzi acuisca ed aumenti la profondità del dialogo, renda più facile allargarlo e distribuirlo, più interessante, anche per gli altri, parteciparvi.

Si è diffusa, per cattiva sorte, una recente categoria di studenti veramente “difficili”: ragazzi precocemente, artificialmente, invecchiati che arrivano a scuola, anche per le ragioni suddette, con una mentalità già rigida e conservatrice nel senso peggiore cui si abbarbicano tenacemente; credono di sapere già tutto su come vanno il mondo, la società, la politica e ritengono di poter pretendere un tipo di insegnamento acritico e preconfezionato, ingurgitano passivi nozioni mnemoniche tratte da porzioni di libri e… presentano il conto per ottenere un voto. Quando, come e per colpa di chi è potuto accadere che il loro animale ed istintivo voler imparare sia stato radicalmente modificato? E come abbassare la loro ottusa difesa e tentare di convincerli al dialogo se non travolgendoli affettivamente? I risultati potrebbero richiedere anni di lavoro ma, come ha detto la mamma illuminata, di un mio studente, Tito, gli insegnanti sono “seminatori”...
La tendenza del sistema educativo sembra invece tenere poco conto di ciò, preferendo incoraggiare la sistematizzazione. “Progetti didattici”, “educativi”, “gestionali” si diffondono oggi nella nostra scuola italiana come infestandola; si potrebbe sensatamente obbiettare che non si può lavorare alla cieca e che non ci si può muovere senza scegliere direzioni, strategie, metodi, obbiettivi…Tutto vero, ma chi beneficerà  davvero di queste scelte? Mi chiedo se il bisogno reciproco di insegnare/imparare, non contaminato da interessi economici o da tattiche di carriera, resisterà alle strategie didattiche dell’Educazione.
Le istituzioni sono necessarie perché non possiamo fare a meno di strutture,  luoghi deputati,  amministratori e così via; forse non possiamo rinunciare nemmeno alla piazza, al mercato. Come è vero che non possiamo vivere senza aria, ma non potremmo nemmeno respirarla se fosse soffiata compressa a forza nei polmoni perché anche il cuore cederebbe; come non possiamo vivere senza acqua, ma essa ci può anche travolgere, schiacciare, affogare.
Talvolta, guardandomi intorno, ascoltando i discorsi dei colleghi (nelle riunioni, nei corridoi, nelle aule) mi sembra di percepire davvero che l’Educazione e i dogmi educativi ci vogliano imprigionare nella casa della strega e costringere a prostituirci, ma che, ahimè,  non per tutti questo sia davvero un problema.
Se lo volessimo forse sapremmo almeno cercare una via d’uscita (non dovrebbe essere impossibile a chi si nutra di studi).
E gli studenti? I più intelligenti e vitali non hanno perso la voglia di sognare e di ribellarsi all’Educazione e rivendicano la dignità della loro protesta. E’ indispensabile ed essenziale ascoltarli e rispettare la loro resistenza all’imparare; da essa nascono idee, sentimenti, passioni, esperienze: i giochi della vita e del futuro. Le loro diversificate e molteplici, impetuose e violente ribellioni sono inoltre generose e prive di calcolo e, anche se possono apparire  sproporzionate e contraddittorie, sono stimoli vitali per noi.
Non ho conosciuto studenti indifferenti al dialogo con l’insegnante che si occupi di loro.
Conosco invece insegnanti che non si occupano dei loro studenti, ma li giudicano.
Conosco e ricordo, inoltre, personificazioni di Educazione del tutto insopportabili tanto per me (insegnante), quanto per loro (studenti).
Conosco e ricordo tanti educatori presuntuosi che, nella loro serissima professionalità, pur non avendo mai sperimentato il senso vocazionale dell’insegnamento e vivendo con infelicità e frustrazioni il loro ruolo, si ostinano a non scegliere un altro lavoro.
Gentile prof. Hillman, conosco anche bravi insegnanti, poco propensi a “sottomettersi senza protestare ai dogmi educativi” come lei scrive; la loro bravura è di solito il risultato di una ricerca individuale per nulla gratificata, poco incoraggiata, quando non ignorata dalle istituzioni; ma continuo a pensare che la nostra attività richieda comunque capacità e volontà di fare, quando necessario,  scelte autonome e personali.
E termino esprimendo una forse incongrua speranza (o un pio desiderio): che il mettersi in gioco, l’imprudenza e il rischio che sottendono ad ogni iniziativa volta alla comune scoperta di quello che il bosco di Hansel e Gretel nasconde, continuino ad attirarmi; perché non mi accada, ancora per un po’, di provare la miserevole amarezza di non trovare più nessuno che voglia ciò che posso insegnargli e di non riuscire a capire perché. Un saluto affettuoso

                                               M. Serena Peterlin


Roma, 16 Dicembre 2002 






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