
“Io ci sono nato su questa nave. …La terra... è una nave troppo grande per me…. È una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave. Al massimo, posso scendere dalla mia vita.”
T.D. Lemon Novecento preferisce la certezza della morte all’incertezza della vita sulla terraferma. Una storia di “passioni tristi” in cui la sofferenza non è caratterizzata dal dolore ma dalla rinuncia ad abbandonare le proprie persuasioni indiscusse e indiscutibili.
Sono molte le persone che preferiscono morire con la propria nave. Sono molte le persone che preferiscono non affrontare il dolore di scendere ed immergersi in una vita nuova. Si tratta di un vero e proprio cambiamento qualitativo della sofferenza psichica che trova le sue ragioni non più nel dolore ma nella crisi stessa della società. Una crisi nella crisi.
E la crisi è nella mancanza di prospettive, è nel crollo della capacità di ideare, di inventare e di inventarsi, è nell’incertezza del futuro che non è più sogno nel cassetto ma vera e propria minaccia, è nella mancanza di iniziativa, è nella ricerca della più perfetta forma di pensiero di difesa.
E la crisi è in ogni individuo che riflette in solitudine, scegliendo più o meno consapevolmente di diventare agorà di se stesso e misura del suo stesso pensiero. Un pensiero che si guarda allo specchio, un pensiero che si copre con i veli dell’incertezza, un pensiero che confonde la causa con l’effetto, un pensiero orizzontale in cui la direzione è definita dalle parole e non dalle idee. Un pensiero che avverte il pericolo e decide di rimanere a bordo della sua nave. Un pensiero che al pericolo risponde non con l’attacco ma con la difesa.
E ci si difende escludendo la “promessa” e il “desiderio”, ci si difende imparando a “sopravvivere” e non a “vivere”, ci si difende eliminando la “narrazione esperenziale”, ci si difende ragionando in termini di “competenze attivabili per migliorare l’efficienza e l’efficacia della prestazione”. Ci si difende smettendo di creare.
Saremo capaci di fare un passo indietro? Saremo capaci di superare le “passioni tristi”? saremo capaci di fare in modo che le autoprofezie non si adempiano? Saremo in grado si superare il “dogma dell’immacolata osservazione” secondo cui l’unica realtà possibile è quella che io vedo e in cui io stesso sono misura delle cose?
“Non sei mai davvero fregato finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.” (A. Baricco, Novecento)
T.D. Lemon Novecento preferisce la certezza della morte all’incertezza della vita sulla terraferma. Una storia di “passioni tristi” in cui la sofferenza non è caratterizzata dal dolore ma dalla rinuncia ad abbandonare le proprie persuasioni indiscusse e indiscutibili.
Sono molte le persone che preferiscono morire con la propria nave. Sono molte le persone che preferiscono non affrontare il dolore di scendere ed immergersi in una vita nuova. Si tratta di un vero e proprio cambiamento qualitativo della sofferenza psichica che trova le sue ragioni non più nel dolore ma nella crisi stessa della società. Una crisi nella crisi.
E la crisi è nella mancanza di prospettive, è nel crollo della capacità di ideare, di inventare e di inventarsi, è nell’incertezza del futuro che non è più sogno nel cassetto ma vera e propria minaccia, è nella mancanza di iniziativa, è nella ricerca della più perfetta forma di pensiero di difesa.
E la crisi è in ogni individuo che riflette in solitudine, scegliendo più o meno consapevolmente di diventare agorà di se stesso e misura del suo stesso pensiero. Un pensiero che si guarda allo specchio, un pensiero che si copre con i veli dell’incertezza, un pensiero che confonde la causa con l’effetto, un pensiero orizzontale in cui la direzione è definita dalle parole e non dalle idee. Un pensiero che avverte il pericolo e decide di rimanere a bordo della sua nave. Un pensiero che al pericolo risponde non con l’attacco ma con la difesa.
E ci si difende escludendo la “promessa” e il “desiderio”, ci si difende imparando a “sopravvivere” e non a “vivere”, ci si difende eliminando la “narrazione esperenziale”, ci si difende ragionando in termini di “competenze attivabili per migliorare l’efficienza e l’efficacia della prestazione”. Ci si difende smettendo di creare.
Saremo capaci di fare un passo indietro? Saremo capaci di superare le “passioni tristi”? saremo capaci di fare in modo che le autoprofezie non si adempiano? Saremo in grado si superare il “dogma dell’immacolata osservazione” secondo cui l’unica realtà possibile è quella che io vedo e in cui io stesso sono misura delle cose?
“Non sei mai davvero fregato finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.” (A. Baricco, Novecento)