chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

domenica 14 novembre 2010

Uguaglianza : prassi di crescita quotidiana - di Mariaserena Peterlin


All’insegnamento si arriva per tante strade, e nemmeno io ci sono arrivata  da neolaureata: senza mezzi termini, credo che insegnare senza amare questo lavoro sia colpevole se non disonesto.
Nel corso degli anni ci siamo tutti lamentati del fatto che il “livello degli studenti” si abbassava; pochissimi però hanno voluto ammettere che (prima) si era abbassato anche il livello dell’insegnamento.
Insegnare stanca  (è il titolo di un libro molto interessante di Ossola-Bertinetto del 1982) ma aggiungerei che anche imparare e studiare è, per chi vi si impegna, faticoso. Ed è ancora più faticoso se la scuola richiede uniformità e integrazione passiva, se gli insegnanti sono meno motivati e coinvolgenti. E’ anche un’impresa che richiede ulteriori motivazioni rispetto al passato, specialmente da quando è diventato evidente che il titolo di studio non apre più la strada del lavoro.
C’è un altra questione ineludibile: la scuola esiste per tutti; però alcuni ragazzi hanno alle spalle famiglia e cultura, altri hanno astuzie e strategie socio-culturali, altri hanno esperienze evolute, altri sono, uso con affetto queste espressioni anche nel libro, ruspanti, non bio-tech, non protetti, altri hanno situazioni personali complesse (di salute e non) e con cui è difficile convivere.
Io credo che l’irruenza, la cosiddetta indisciplina o la maleducazione, le diversità del loro essere o delle situazioni di partenza siano, insieme a tante altrettante sfide generose a cui la scuola non dovrebbe sottrarsi.
La scuola non è il luogo dell’omologazione e delle etichette.
Prima di iniziare a distribuire nozioni e concetti è dunque fondamentale conoscere la classe individuo per individuo  e trovare un linguaggio con cui capirsi.
Ogni classe è un fenomeno a sé, è un reticolo vivo e interattivo, a volte renitente e insolente, a volte portatore di sofferenze.
Purtroppo accade che gli insegnanti non conoscano abbastanza i loro alunni o non si pongano il problema, succede che affermino: “Sono qui per insegnare e se loro non seguono sono affari loro, il mio lavoro è spiegare e non fare lo psicologo”.
Ma questa è una penosa una giustificazione. I bravi insegnanti si distinguono anche perché si fanno carico di ciò che accade e non si accontentano di sentenziare o giudicare.
Inoltre può accade che i dirigenti non sostengano l’impegno dei docenti, ma ragionerizzino la scuola chiedendo solo voti e disciplina e non interventi educativi.
Però la magia dell’insegnamento è anche questa: la ribellione allo schema, l’autonomia di una testa che pensa.
E una volta chiusa la porta dell’aula l’insegnante è solo di fronte ai suoi ragazzi, ai loro occhi e ai loro sentimenti; e se vuole, se si mette in gioco, se non alza barriere, tutto può ancora accadere. Soprattutto può accadere che l’uguaglianza diventi prassi di crescita quotidiana comune. E questa sì che sarebbe scuola.
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