chi sono
Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.
domenica 25 novembre 2012
Il Simplicissimus: IL CAFFE' DELLE BEFFE - Una domenica da Trilussa
Il Simplicissimus: IL CAFFE' DELLE BEFFE - Una domenica da Trilussa: di Mariaserena Peterlin Cinque Cavalieri, n'Apocalisse “ Votateme perché so’ ‘coraggiosa so’ tanto coraggiosa c...
domenica 28 ottobre 2012
Noi docenti, che eravamo poveri, ma onesti
Noi insegnanti (anche se ora io sono a riposo lo
sono comunque) abbiamo sempre ricevuto stipendi modesti quando non miseri;
spesso tuttavia avevamo e sapevamo esprimere una dignità che potremmo definire
inversamente proporzionale al reddito.
Nell’ultimo trentennio, invece, la scuola e
l’università sono invece sempre caduti più in basso, tanto che comincio a
pensare che ci sia stato un disegno preordinato, realizzato e voluto ad arte.
Non a caso la decadenza, innegabile, della scuola
inizia proprio insieme alla scuola media obbligatoria; pare quasi che si sia
pensato: “tutti studieranno? Pericolo! Allora facciamo in modo che imparino
poco e male” .
Il reclutamento dei docenti è stato quello che
vediamo nei fatti che ha prodotto e, come esattamente sostiene Anna
Lombroso, nel suo articolo dove commenta egregiamente il ritorno di Penati
al lavoro di docente, l’insegnamento è diventato occupare “un posto dove si va
in mancanza di meglio, dove non si guarda troppo per il sottile”.
E’ purtroppo vero. Ho visto decadere via via la
scuola e insieme ho visto ottimi insegnanti sopravvissuti e sempre più
emarginati dalla corrente paludosa che tutto vorrebbe appiattire a sé.
La scelta di Penati è dunque l’ennesima riprova.
Ci mancano solo, ormai, Fiorito dirigente scolastico
e Polverini all’Istruzione. Ma sarà solo una brutta conferma.
Etichette:
Anna Lombroso,
crisi della scuola,
Il simplicissimus,
insegnanti,
insegnare,
mariaserena peterlin,
notecellulari,
obbligo scolastico,
professione docente,
scuola
martedì 23 ottobre 2012
Protesta Insegnanti: il 18 un numero pesante
La protesta contro gli effetti
della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti
troppo seri per non essere sostenuta.
Non mancano, in rete come nei media,
testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di
studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche
anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche,
la amo e non vorrei né potrei non condividere tutte le ragioni della rivolta in
atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che spesso provo quando la mia categoria, esprime il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio,
l'aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non
facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
Si rileva che l'aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?.
No, non sto vestendo i panni
di Elsa Fornero dalla quale mi separano un abisso di
denaro e privilegi e una vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e
culturali
Osservo tuttavia le
formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero
bianco». In classe si farà
solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di
ricoprire l'incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di
magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” ...
Va detto che ci sono
insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si
esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a
testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e
critiche.
Tuttavia verso un potere
che dia alla cultura e alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a
potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, io penso che si
dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto
tempo andare all'attacco, usando tutte le strade
possibili dell'autonomia, e sarebbe utile asciugare le
lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando
si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità.
Il mondo del lavoro di chi non
insegna ed esercita o svolge al altri mestieri e
professioni non è sempre "migliore",anzi.
Conosco, tutti conosciamo,
lavoratori soggetti a mobbing, lavoratrici e lavoratori che
vivono in fabbriche inquinanti dove si muore,
funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni
ignoranti ma potenti e prepotenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni
in bianco e licenziate con vari trucchi in caso di maternità. Sappiamo di tanti altri casi che ci riportano secoli indietro per
tacere dell’abolizione dell’Articolo 18 diventata simbolo della abolizione, unilaterale, di tutte le garanzie del lavoro nonché dello smantellamento inesorabile e progressivo dello stato sociale.
A fronte di tutto questo è forse accaduto, per restare
nel mondo della scuola, che i docenti di ruolo, per
restare invece nel mondo della scuola, abbiano sostenuto e difeso efficacemente
con uno sciopero serio i colleghi precari che
lavorano a fianco a loro con pari doveri e nessun diritto? E
guardando fuori da casa propria: non sono forse pochissime o rare le iniziative
per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri
di testo in costante aumento e pesanti
in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini,
sia per la qualità?
E ancora: consideriamo le
decine di migliaia di concittadini esodati, i negozianti che
chiudono, i cassintegrati o in mobilità, i licenziati, i precarizzati a vita, gli
artigiani senza più lavoro: non hanno forse problemi insopportabili? Perché
non affiancarli?
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
Invece si continua a vivere per diciotto ore di lezione e più insieme ai figli di queste persone che sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra e perfino la mensa scolastica.
No, la scuola non può farsi
carico di tutto questo, ma può mandare forti messaggi di solidarietà, partecipare
alle manifestazioni seriamente, evitare di imbozzolarsi nel suo particolare
per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
È vero: la scuola non può
risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i
sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però non può chiedere
la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo, a
ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili
misure.
Non si può vestire l’abito
delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi,
magari, sospendere i ragazzi quando scioperano,
tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio
di giovani senza futuro.
Tutto il paese, e non solo il
nostro, è in recessione: solo l’unione
può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche,
economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi
particolari solo, quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli
“altri” siamo distratti allora
saremo simili all’archetipo del contadino
che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una
gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere,
fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a
scacchiolare i germogli soprannumerari.
E se ognuno pensa solo ai
cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa.
martedì 16 ottobre 2012
Lettera e cavoli al Dirigente Scolastico fautore di eccellenza
| eccellenti e diversi tra loro |
Oggi,
senza un motivo particolare, ma sull'onda di una reazione infastidita al
petulante ricorrere del concetto di eccellenza anche in ambito scolastico, e addirittura nella scuola dell'obbligo, ho
scritto questa frase sul mio stato di fB :
Parlano di eccellenza a scuola come se ogni scuola
fosse l'Accademia o un dottorato; ma la buona scuola non è quella che seleziona
presumibili eccellenze, è quella che sa attendere ed ascoltare.
Prontamente un'amica mi risponde:
Potresti scrivere alla nostra dirigente scolastica e
spiegare questo semplicissimo concetto?
Impulsivamente allestisco la lettera che ora copio, incollo e rivolgo, visto che vanno di moda le lettere aperte, a qualunque Dirigente Scolastico sia fautore della sindrome dell'eccellenza (altrui).
Impulsivamente allestisco la lettera che ora copio, incollo e rivolgo, visto che vanno di moda le lettere aperte, a qualunque Dirigente Scolastico sia fautore della sindrome dell'eccellenza (altrui).
Gentile Dirigente (del cavolo nero)
per caso lei pensa che istruire sia come piantar
cavoli?
Benissimo: allora certamente sa che ci sono tante specie di cavoli: ad esempio il cavolo romano, quello calabrese, il siciliano, il maceratese, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolfiore eccetera eccetera ed anche il cavolo nero alla cui specie ella forse è particolarmente affezionata.
Ella sa anche, certamente, che ogni cavolo ha il suo seme, il suo sviluppo e il suo tempo per portare a compimento il ciclo vegetativo e per dar frutto; e non ignora che a seconda della esposizione, del clima, dell'altitudine e non solo: anche in ragione della qualità del terreno e della sua fertilità ogni frutto di ciascun cavolo produce diversamente.
Probabilmente due piante di cavolo della stessa specie ... anche se allineate in file disciplinate e corrette, annaffiate e curate nello stesso identico modo raggiungono la maturazione in tempi diversi tanto che nell'orto domestico possono essere raccolti a scalare.
Se i cavoli, che sempre cavoli sono e non persone, hanno queste modeste ma complesse esigenze come può pensare che i ragazzi raggiungano la loro eccellenza tutti insieme? E come fa a pensare che esista un certo tipo di eccellenza buona per ciascuno?
O forse fraintendo ed Ella pensa che gli individui debbano essere selezionati solo in base alla velocità?
Dunque, esimio Dirigente Scolastico del Cavolo Nero non ci riduca gli innominabili a cavolini di Bruxelles e rifletta sulla parabola del cavolo. Altrimenti potrebbe alzarsi la ribellione del cavolo rosso... e allora sarebbero cavoli amari.
Rifletta esimio Dirigente, e osservi con rispetto i cavoli, tutti i cavoli pure quelli cinesi o romani, pure quelli che non abbiamo qui citato: possono essere incredibilmente belli e sorprendenti.
Con ossequi e minestre varie
Benissimo: allora certamente sa che ci sono tante specie di cavoli: ad esempio il cavolo romano, quello calabrese, il siciliano, il maceratese, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolfiore eccetera eccetera ed anche il cavolo nero alla cui specie ella forse è particolarmente affezionata.
Ella sa anche, certamente, che ogni cavolo ha il suo seme, il suo sviluppo e il suo tempo per portare a compimento il ciclo vegetativo e per dar frutto; e non ignora che a seconda della esposizione, del clima, dell'altitudine e non solo: anche in ragione della qualità del terreno e della sua fertilità ogni frutto di ciascun cavolo produce diversamente.
Probabilmente due piante di cavolo della stessa specie ... anche se allineate in file disciplinate e corrette, annaffiate e curate nello stesso identico modo raggiungono la maturazione in tempi diversi tanto che nell'orto domestico possono essere raccolti a scalare.
Se i cavoli, che sempre cavoli sono e non persone, hanno queste modeste ma complesse esigenze come può pensare che i ragazzi raggiungano la loro eccellenza tutti insieme? E come fa a pensare che esista un certo tipo di eccellenza buona per ciascuno?
O forse fraintendo ed Ella pensa che gli individui debbano essere selezionati solo in base alla velocità?
Dunque, esimio Dirigente Scolastico del Cavolo Nero non ci riduca gli innominabili a cavolini di Bruxelles e rifletta sulla parabola del cavolo. Altrimenti potrebbe alzarsi la ribellione del cavolo rosso... e allora sarebbero cavoli amari.
Rifletta esimio Dirigente, e osservi con rispetto i cavoli, tutti i cavoli pure quelli cinesi o romani, pure quelli che non abbiamo qui citato: possono essere incredibilmente belli e sorprendenti.
Con ossequi e minestre varie
Mariaserena
Roma, 16 Ottobre 2012
Etichette:
apprendimento,
cavoli,
concorso,
dirigenti scolastici,
eccellenza,
Imparare,
lettera a Dirigente Scolastico,
maria serena peterlin,
scuola,
STUDENTI
martedì 9 ottobre 2012
Le onde nel cuore
Momenti e giorni in cui
a
ondate ti sommergono
parole
come estenuanti
flutti
intermittenti
dalla
lunga risacca.
E
nel cuore quell’onda si chiude,
pesante
ricciolo amaro.
Tarda
molto a passare
la
bufera inattesa.
lunedì 1 ottobre 2012
tra shampoo e tagliata la rivoluzione può attendere?
La lavanderia di cervelli ha fatto un buon lavoro.
Sbiancate le idee, candeggiate le passioni, siamo al grado zero di “ciò che non
siamo ciò che non vogliamo”, ma noi adulti speriamo comunque.
Sento la ragazza che lava i capelli dalla mia
parrucchiera (sfrattata) indignata… sai perché? Lo racconta lei: al ristorante lei paga la tagliata 25 euro mentre sa visto che al politico del tavolo accanto la fanno pagare 2 euro.
“È tutto un magna-magna” commenta sagace.
Già.
La ragazza è una brava lavoratrice, prende una miseria ed è precaria, ma vive con
mamma e usa l’automobile per venire al lavoro, non l’autobus perché fa schifo.
Si paga benzina, un po’ di look, un w/e di vacanze e… la tagliata, ma non
scenderà mai in piazza. Eppure la camicia bianca da rivoluzionaria e tanti buoni motivi ce li avrebbe.
Come risveglieremo le tante giovani anime addormentate?
giovedì 20 settembre 2012
Idee per la scuola, a proposito de Il Bravo Prof
Abbiamo iniziato a rendere disponibili le sintesi delle discussioni avvenute tra gli insegnanti del network La Scuola che Funziona. Sono online.
La prima è questa: "Il Bravo Prof ".
A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un'interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un pensiero collaterale.
La prima è questa: "Il Bravo Prof ".
A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un'interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un pensiero collaterale.
Fare l'insegnante significa aver scelto un lavoro
difficile, spesso non supportato da elementi essenziali; si affrontano
infatti un insieme di grosse difficoltà oggettive molto spesso presenti
contemporaneamente. Ed è anche vero che l'inerzia non penalizza mentre l'agire,
spesso, sì.
Tuttavia questo mestiere non è un mestiere come gli altri e io
non mi rassegnavo a farlo passivamente come adesso non riesco a parlarne
passivamente. La vita a scuola è vita di relazione; se non ci si sente adatti è
meglio non fare l'insegnante; se ci si sente adatti e ci si mette in quella
prospettiva, allora la relazione è la chiave per iniziare a lavorare coi
ragazzi. E forse sarebbe utile assumere la mentalità del seminatore più che
quella del costruttore o del manager. Preparo, rifletto, lavoro, rifletto,
semino, attendo: verifico me stesso e il mio risultato: ma so, devo sapere, che non dipende solo da me.
![]() |
| io la penso così |
Etichette:
alunni,
audience,
autorità,
COMUNICAZIONE,
Francesco Consoli,
Gianni Marconato,
il bravo prof,
insegnare,
la scuola che funziona,
problemi giovanili,
relazione,
riflessione,
scuola
domenica 16 settembre 2012
Parole per nascere
Parole
io vorrei,
luminescenti
per scriverle nel buio
della stanza
mentre all’attesa, tra la
veglia e il sonno,
il
mio pensiero, infine, s’abbandona.
Essere non vorrei mentre
io scrivo
in debito alla mente
razionale
e nemmeno rileggere a
formare
catene di parole
riordinate.
Sospesa, scriverei per
ricordare
momenti incoerenti in cui,
nascendo,
senza ancora il respiro
nella gola,
ebbi la voce pronta, al
riso e al pianto.
Quel distacco mi pesa più
di allora
né ritornare chiedo ma
che solo,
solo il ricordo, viva
lentamente
in un segno che sia
luminescente.
giovedì 13 settembre 2012
Amo Pinocchio
Amo Pinocchio perché impara divertendosi e sbagliando; proviamo a chiederci a cosa serve imparare.
Proviamo a pensare se mentre apprendiamo, o mentre apprendevamo da bambini avevamo una motivazione se non gioiosa almeno gratificante e se quella gratificazione fosse sincera, spontanea, naturale o se fosse già un pesante condizionamento.
mercoledì 12 settembre 2012
A scuola, con le mani alzate, per imparare!
Per vedere e capire il nuovo occorre sporgersi dalla finestra, ma
bisogna prima aprirla e mettere in moto una circolazione ventosa di idee
interne/esterne.
D'altronde si sa, la scuola non è impresa da pantofolai.
Coraggio ragazzini, le mani si alzano anche per chiedere, non solo
per rispondere.
Alzate le mani, dunque! Alzatele sempre.
Alzate le mani, dunque! Alzatele sempre.
Alzarsi dalla sedia
e aprire le finestre
fare scoccar la freccia
non guardare il bersaglio
accendere la miccia
aspettare il ritorno
di quelle mani alzate
che dicano "Lo so!"
ed indicare al volo
che c'è un'altra visione
ed un'altra possibile
futura soluzione...
sabato 25 agosto 2012
giovedì 2 agosto 2012
Il Simplicissimus: Tornano le false vacanze: i cortili dei vergognosi
Quali vacanze fanno molti dei nostri ragazzi?
A me risulta che in parecchie famiglie si è detto no anche alla spesa della gita scolastica. E trovo conferma alla situazione anche in questo bellissimo articolo di Anna Lombroso, da leggere interamente su Il Simplicissimus
"Il Simplicissimus: Tornano le false vacanze: i cortili dei vergognosi: C’è un bizzarro spostamento in là dei confini e dei limiti del senso comune se ci si vergogna della povertà più che degli abusi, delle licenze alle regole, della trasgressione delle leggi, della dignità che ci si è fatti strappare, delle umiliazioni sopportate. Se si ha pudore delle restrizioni che ci vengono imposte più che dell’accondiscendenza a subirle.
A me risulta che in parecchie famiglie si è detto no anche alla spesa della gita scolastica. E trovo conferma alla situazione anche in questo bellissimo articolo di Anna Lombroso, da leggere interamente su Il Simplicissimus
"Il Simplicissimus: Tornano le false vacanze: i cortili dei vergognosi: C’è un bizzarro spostamento in là dei confini e dei limiti del senso comune se ci si vergogna della povertà più che degli abusi, delle licenze alle regole, della trasgressione delle leggi, della dignità che ci si è fatti strappare, delle umiliazioni sopportate. Se si ha pudore delle restrizioni che ci vengono imposte più che dell’accondiscendenza a subirle.
giovedì 19 luglio 2012
E lei chi è, prof ? Una storia di primo giorno scuola
dall' Antologia - Storie di didattica
| http://www.storiedididattica.it/index.php/descrizione-del-progetto |
![]() |
| partiti in 33 in terza, i superstiti in quinta |
la storia
E lei
chi è, prof ? 2
Primo giorno di scuola. Siamo in un Istituto
Tecnico per Informatici. Entro nell’aula, densamente abitata da trentatre
alunni maschi, saluto guardandoli e dico che sono l’insegnante di lettere che
li seguirà nel triennio. Chiedo ai ragazzi della nuova classe se vogliono farmi
qualche domanda. Ne ho ascoltate molte nella mia lunga storia di prof e non mi
sorprendo facilmente,
Negli anni ’80 mi chiedevano: quanti compiti in classe, interrogazioni e giustificazioni? li avrei costretti a leggere libri?
Dai primi anni ‘90: larga o stretta di voti? durante le interrogazioni potevano tenere il libro aperto davanti ?
E’ stata poi la volta di questioni più personali: il voto di laurea? e quello delle elezioni politiche?
Negli ultimi tempi mi hanno chiesto se fossi contraria proprio a tutte le sostanze e le droghe, fumo compreso, perché la scuola non si occupi di educazione sessuale e se li avrei portati in gita. Anche le domande esternano le tendenze giovanili in passato taciute? Forse sì.
Negli anni ’80 mi chiedevano: quanti compiti in classe, interrogazioni e giustificazioni? li avrei costretti a leggere libri?
Dai primi anni ‘90: larga o stretta di voti? durante le interrogazioni potevano tenere il libro aperto davanti ?
E’ stata poi la volta di questioni più personali: il voto di laurea? e quello delle elezioni politiche?
Negli ultimi tempi mi hanno chiesto se fossi contraria proprio a tutte le sostanze e le droghe, fumo compreso, perché la scuola non si occupi di educazione sessuale e se li avrei portati in gita. Anche le domande esternano le tendenze giovanili in passato taciute? Forse sì.
Oggi è, dunque, di nuovo primo giorno di lezioni:
li guardo, mi guardano ed attendo. Intanto mi chiedo: come sarà questa classe?
L’impegno e la fatica dell’anno che inizia,
infatti, dipenderà in gran parte proprio
dalla situazione della classe che costituisce, e non solo nella mia scuola, il
primo punto dell’ordine del giorno nei verbali dei Consigli che ci attendono.
Mentre li guardo penso a quello che ci diciamo
spesso con Gabriella, la mia collega di Matematica. Prima di parlare di
programma da svolgere dobbiamo capire chi sono. E non è sufficiente vederli nel
comportamento che tengono a scuola e decidere se attualmente “sono/non sono finalmente
scolarizzati”.
Certo, se andassi in Segreteria Alunni potrei
consultare le loro schede e ripercorrere il loro curriculum scolastico dalla
primaria ad fino ora. L’ho fatto a volte, ma le schede personali dell’alunno
hanno raccontato ciò che la scuola ha voluto vedere o è riuscita a capire degli
attuali adolescenti durante un percorso finalizzato all’imprescindibile giudizio,
della valutazione.
I ragazzi che ora mi stanno guardando non sono solo
degli scolari, e nemmeno sono nati con lo zaino sulle spalle. Vivono in un
contesto complesso: in famiglia, per strada, sugli autobus o la metro, nei loro
gruppi o compagnie di muretto, discoteca, baretto, palestra, e così via. Sono
ancora adolescenti, a volte con fin troppe esperienze già provate.
Come si relazionano, fuori da quest’aula, con gli
adulti? Come si mostrano in tutti quei luoghi e situazioni dove è così facile
sentir dire “ma cosa gli insegnano a scuola?”
Molti pensieri mi stanno attraversando la mente quando, finalmente, arrivano le loro prime domande:
-Per che squadra tifa? per la Roma? e le vede le partite?
Sono davvero spiazzata, ma è sceso un silenzio sospeso che mi affretto a colmare.
-Sì, vedo qualche partita e il calcio mi piace pur non essendo tifosa.
(Mi sento ridicola a rispondere così, con i miei gerundi e la sintassi da prof di lettere, ma non voglio cedere).
Molti pensieri mi stanno attraversando la mente quando, finalmente, arrivano le loro prime domande:
-Per che squadra tifa? per la Roma? e le vede le partite?
Sono davvero spiazzata, ma è sceso un silenzio sospeso che mi affretto a colmare.
-Sì, vedo qualche partita e il calcio mi piace pur non essendo tifosa.
(Mi sento ridicola a rispondere così, con i miei gerundi e la sintassi da prof di lettere, ma non voglio cedere).
- Ma
non fa il tifo? E che si guarda?
Un po’ a disagio rispondo :
- Beh a volte guardo gli incontri internazionali…-
- Beh a volte guardo gli incontri internazionali…-
Dire la verità è sempre meglio; loro mi fissano
scettici ed hanno un po’ ragione. Il calcio, per loro, è la Roma.
Avrei dovuto, entrando nell’aula, non solo guardarli, ma vederli meglio. Le sciarpe giallorosse al collo (nel sole ancora estivo di un primo settembre romano), gli zaini e anche i caschi, i diari, le scarpe, costellati di lupe e sigle disegnate con i pennarelli: tutti genotipi prodotti dalla curva e dal tifo.
Avrei dovuto, entrando nell’aula, non solo guardarli, ma vederli meglio. Le sciarpe giallorosse al collo (nel sole ancora estivo di un primo settembre romano), gli zaini e anche i caschi, i diari, le scarpe, costellati di lupe e sigle disegnate con i pennarelli: tutti genotipi prodotti dalla curva e dal tifo.
Perché non ci ho pensato e non ho aperto io il
dialogo su quel tema a loro così congeniale?
Salutandoli sorridendo avrei potuto dire: “Niente laziali qui dentro, vero?” o qualcosa del genere, e sarei andata liscia.
Ora devo ricucire, e non mi interessano le frasi che direbbero i colleghi e le colleghe autorevoli, quelli ascoltati in presidenza: “Non dargli spago! L’insegnante non è un amico, non deve dare confidenza! Se gli dai un dito ti prendono il braccio.”
Faccio l’appello, man mano li chiamo ed iniziamo a parlare; l’ora passa veloce mentre scopriamo, reciprocamente non senza prudenza, le nostre carte.
Salutandoli sorridendo avrei potuto dire: “Niente laziali qui dentro, vero?” o qualcosa del genere, e sarei andata liscia.
Ora devo ricucire, e non mi interessano le frasi che direbbero i colleghi e le colleghe autorevoli, quelli ascoltati in presidenza: “Non dargli spago! L’insegnante non è un amico, non deve dare confidenza! Se gli dai un dito ti prendono il braccio.”
Faccio l’appello, man mano li chiamo ed iniziamo a parlare; l’ora passa veloce mentre scopriamo, reciprocamente non senza prudenza, le nostre carte.
Suona la campana; scattano via dai banchi come
molle e si riversano a valanga nel corridoio. Uscendo, M. alza il coro (come
dicono loro):
"Nel cervello soltanto la Roma!", eccitati gli altri si uniscono con toni gutturali ed altissimi, "Il mio cuore batte per te/ per il mondo seguendo la Roma/ nessun mai t’amerà più di me".
Il corridoio risuona di canti dalle parole ingenue, urlate con foga primitiva. Ragazzi. Come non riflettere su una loro passione così assoluta? L’apparenza restituisce un’immagine di giovani trincerati in una fede senza religione, un credo senza ideologia per cui contano solo il rito e il gesto che, non compreso, appare brutale e istintivo. Il tifo è la Roma che non si discute; in seguito me ne racconteranno: vanno allo stadio tutti insieme, ma quasi non vedono la partita; passano il tempo a urlare, cantare, a lanciare slogan, a svolgere gli striscioni, a fumare. A volte le provocazioni, gli scontri, qualche manganellata sulla schiena.
"Nel cervello soltanto la Roma!", eccitati gli altri si uniscono con toni gutturali ed altissimi, "Il mio cuore batte per te/ per il mondo seguendo la Roma/ nessun mai t’amerà più di me".
Il corridoio risuona di canti dalle parole ingenue, urlate con foga primitiva. Ragazzi. Come non riflettere su una loro passione così assoluta? L’apparenza restituisce un’immagine di giovani trincerati in una fede senza religione, un credo senza ideologia per cui contano solo il rito e il gesto che, non compreso, appare brutale e istintivo. Il tifo è la Roma che non si discute; in seguito me ne racconteranno: vanno allo stadio tutti insieme, ma quasi non vedono la partita; passano il tempo a urlare, cantare, a lanciare slogan, a svolgere gli striscioni, a fumare. A volte le provocazioni, gli scontri, qualche manganellata sulla schiena.
Il tifo calcistico: aggregatore di passioni che li
spinge a scavalcare le reti di recinzione per conquistare un posto in curva.
No, non è sbagliato chiedersi dei perché.
E’ il cambio dell’ora: le prof-colleghe delle classi adiacenti sciamano, verso le loro classi. Mi sembra che abbiano espressioni po’ ostili, sono costrette a passare accanto ai miei studenti, il corridoio ne è invaso, ma si affrettano e li evitano accelerando il passo: le braccia strette intorno al corpo fasciato dal tailleur ancora estivo, la collana di corallo legato in oro, lo sguardo accigliato, la bocca serrata.
Ah, il linguaggio del corpo (insegnante).
Il gruppo non diventa branco né gregge, ma si apre mentre loro ridono strafottenti quasi invitando le insegnanti che passano al confronto dispettoso anche se infantile.
Il gridare insieme, che a tanti riti sociali appartiene, qui stabilisce il contatto; il gesto, il canto, gli slogan comuni concretizzano e concludono una esigenza fisica di marcare la presenza, di segnare l’identità di occupare un spazio, la scuola, che appartiene soprattutto a loro e sul quale vorrebbero imporre o almeno negoziare le regole.
Non mi sembrano animati da un’intenzione aggressiva; giocano un gioco ruvido e disinibito, sfrenato e chiassoso: irregolare rispetto alle normali usanze imposte dalle istituzioni. Una sfida alla disciplina, tradizionalmente intesa, non compresa né accettata. Ha ragione Gabriella; dobbiamo conoscerli.
Eccoli dunque, ora sono i miei ragazzi: età sedici
anni e per almeno dieci la scuola si è variamente interessata a loro
intrattenendoli, classificandoli, scrivendone le schede, valutandoli, a volte
annoiandoli, selezionando i più dotati, ma solo di rado riuscendo ad
emozionarli.
Cercherò di prendermene cura, il primo passo sarà capirci dialogando piuttosto che somministrandogli un test d’ingresso. Loro mi hanno chiesto, sia con domande esplicite sia studiando le mie reazioni alla loro performance “ma lei, che si presenta qui nel territorio della nostra classe, che ci metterà voti, che ci assegnerà compiti e ci darà regole, lei chi è prof?”
Cercherò di prendermene cura, il primo passo sarà capirci dialogando piuttosto che somministrandogli un test d’ingresso. Loro mi hanno chiesto, sia con domande esplicite sia studiando le mie reazioni alla loro performance “ma lei, che si presenta qui nel territorio della nostra classe, che ci metterà voti, che ci assegnerà compiti e ci darà regole, lei chi è prof?”
Domanda legittima, no?
venerdì 13 luglio 2012
Oggi Che SI fa, prof? Conflitti fra Genitori e Insegnanti: UN parere
Oggi Che SI fa, prof? Conflitti fra Genitori e Insegnanti: UN parere
dal Blog di Vittoria Patti: Oggi che si fa, prof?
dal Blog di Vittoria Patti: Oggi che si fa, prof?
sabato 30 giugno 2012
Francesco Consoli: Merito e talenti
Merito e talenti - Un post di Francesco Consoli su:
La questione del valore inteso come qualità di una persona
Il riconoscimento dei meriti come valore.
| dall'album di F.Consoli, in viaggio nella Cornovaglia |
lunedì 25 giugno 2012
SCUOLA E MERITOCRAZIA: per CRESCERE INSIEME O CRESCERE CONTRO?
Se il
merito fosse uno strumento per motivare allo studio allora la meritocrazia in
didattica dovrebbe essere obbligatoria.
Ma
siccome per convincere un ragazzo a studiare non basta promettergli che sarà
insignito di medaglie (metaforiche) e buoni voti allora la meritocrazia a
scuola diventa escludente e quindi sia per gli effetti sulla formazione, sia per utilità ed efficacia didattica, sia per una
questione di eticità sociale ha già fallito, fallisce e fallirà.
Chi è
il destinatario dell’azione degli insegnanti? Se la scuola fosse un'istituzione
per i ragazzi tutti buoni e bravi, interessati e studiosi, che amano lo studio
e la maestra o il prof allora la meritocrazia sarebbe un incentivo alla gara
tra bravi; ma nei fatti non è così. Invece anche per sullodati (buoni, bravi,
ecc ecc) la scuola è fase ed esperienza di crescita umana, sociale, culturale in cui confrontarsi
con gli altri: infatti i ragazzi devono crescere insieme, e non crescere
contro.
Per questo servono bravi insegnanti, non giudici di gara, né capi ufficio.
Per questo servono bravi insegnanti, non giudici di gara, né capi ufficio.
Etichette:
apprendere,
cambiamento,
conoscenza,
diseguaglianza,
diversità,
Imparare,
insegnanti,
la mia classe non è doc,
meritocrazia,
scuola,
Ti auguro un bravo insegnante
domenica 24 giugno 2012
Meritocrazia o Manifesto degli insegnanti?
Con l’enfatizzazione della meritocrazia, imposta da Profumo, la
scuola è di fronte a qualcosa di più di una sfida, è di fronte al confronto con
vincoli imposti e che incidono anche sui criteri di valutazione, ma soprattutto
determinano un mutamento radicale dei
suoi obbiettivi educativi.
Infatti sollecitando gli insegnanti ad adottare criteri
meritocratici si va a modificare le finalità stesse dell’educazione tra le
quali non vi è il misurare il merito ed attribuirgli un potere, ma lo stimolare
e far crescere quelle doti che, in un tempo successivo a quello scolastico,
possono costituire alcuni degli elementi che compongono il merito del singolo.
Le conseguenze ricadono anche sul profilo professionale
dell’insegnante che, a questo punto, dovrebbe riappropriarsi, discutere e
riaffermare la propria specificità diversa, specie nella fascia scolastica
0-18, dalle logiche delle strutture produttive del mondo del lavoro.
Dunque "M" come meritocrazia?
venerdì 22 giugno 2012
MERITOCRAZIA, POTERE E IPOCRISIA
"la profonda
ipocrisia di tanti argomenti meritocratici mi fa soffrire troppo"
| ad rivum eundem lups et agnus venerant siti compulsi Non inibiamo la sete di sapere, innata in tutti |
Leggo questa frase (di Andreas Formiconi) nel forum
lanciato da Gianni Marconato nel network La Scuola Che Funziona.
La condivido interamente.
Parliamo di meritocrazia. Se ne parla molto nel mondo della scuola in generale.
E non sempre si tien conto nemmeno dei vari e diversi livelli dell’istruzione.
Purtroppo spesso anche le famiglie sposano l’idea: un figlio campione,
meritevole, bravissimo anzi eccellente. Lo vogliono così. Perché?
E' come se, da insegnanti, ci
si fosse messi a giocare al piccolo Machiavelli della didattica
E non si ragiona partendo dai nostri ragazzi e dai loro bisogni, ma
da quello che il comune percepire pilotato ci porta a considerare come buon
risultato, o, peggio il successo.
E come si misura il successo? In base all'adattamento al conformismo, al politicamente corretto, all'equidistanza, all'appartenenza, alla cordata giusta e a tante altre ipocrisie che condizionano anche chi, essendo docente, se ne dovrebbe vaccinare da piccino.
Il merito della discussione che
Gianni ha suscitato è, a mio avviso, paragonabile a quello che Foscolo
attribuisce al Machiavelli (GM, non t'allargare troppo, è solo un esempio
che funziona! :)) ; ho detto tante volte, e sono di parte ma non mi
interessano gli apprezzamenti negativo o positivi, che si impara più dai grandi
scrittori e poeti che non da solenni pedagoghi (tanto meno da solenni
predicatori)
Foscolo disse che
Machiavelli
"temprando lo
scettro a’ regnatori
gli allòr ne
sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime
grondi e di che sangue;"
Meditate gente, meditate. La Meritocrazia è potere. E questa discussione, con tutte le sue pieghe, arricciature e scollature, dimostra come quando si parla di potere se ne svela il meccanismo. Come?
A) chi è favorevole alla
meritocrazia si affanna a trovarne i pregi (ma alla prova dei fatti ne emergono
i lati asociali, competitivi, escludenti)
B) chi ne è contrario gioca
sulle differenze tra una meritocrazia buona e una cattiva... ma per farlo
dovrebbe ripartire dalle fondamenta dei principi dell'educazione e i suoi scopi
C) chi entra nel merito fa
esempi: e allora andiamo a vedere cosa ha prodotto questa vincente
meritocrazia, come è stata attuata, chi ha incluso e chi ha escluso, chi ha
davvero educato e chi si è perso
D) chi ha a cuore l'educazione
si chiede: quanto devo condividere del sistema a cui mi sono
affidato? O meglio: sono entrato in un sistema statale, sono parte di uno
stato, il patto economico che ho fatto con lo stato mi chiede prestazioni in
cambio di stipendio, la stessa cosa mi chiedono gli altri concittadini dello
stesso stato-sistema. Ho bisogno di questo stipendio. I genitori mi affidano i
figli perchè io sono funzionario di questo stato.... e allora che faccio? Sputo
tre volte nel piatto e poi ci mangio o lavo il piatto e ci metto qualcosa di
digeribile per me e i miei ragazzi?
Ma sposare la causa
meritocratica, perdonatemi la metafora noir, insanguina le nostre menti. E
anche io non posso che provare irritazione per il potere che logora chi
lo serve, ma non chi lo cavalca.
A cuore aperto vi saluto
Etichette:
Andreas Formiconi,
bambini bambini,
Gianni Marconato,
insegnanti,
La Testa Pensante,
merito,
meritocrazia,
scuola e meritocrazia,
Scuola italiana,
SOCIALIZZAZIONE,
Ti auguro un bravo insegnante
Italy
Roma, Italia
giovedì 21 giugno 2012
L'EDUCAZIONE è UNA STREGA? Mariaserena pensa che forse sì.
Premessa: questo è un testo lungo per essere un post; ma non ho scelta. Si tratta di dire cose che non sempre possono essere lanciate come uno slogan
| disegno di Nadagemini, un mio ex-alunno da cui ho imparato |
Ho compiuto una lunga carriera di insegnante e nonostante vi sia approdata per caso l’ho vissuta con entusiasmo sentendomi utile, mettendomi in discussione e cercando di imparare.
Mi sento tanto diversa dagli
attuali insegnanti che discutono, protestano, sciorinano le loro convinzioni a
cui sono tanto affezionati; non sono migliore, sono diversa, aliena come se
venissi da una galassia estranea al sistema solare attorno a cui loro vanno galleggiando,
tutto sommato, senza disagio profondo. Paradossalmente li sento arcaici, lenti,
addormentati. Li sento vecchi: io vecchia prof sento più vecchi i quarantenni,
i trentacinquenni (per tacere degli altri).
Disinvoltamente, secondo me,
discutono di merito e il demerito, di buono e
non buono, impegno e il disimpegno, e perfino di intelligenza e non intelligenza: per me discutono di taralli e tarocchi pedagogici. I
presupposti sono tali per cui quelle discussioni nascono sterili. Lo voglio
scrivere e lo sto scrivendo in questo spazio mio.
Non contesto l’utilità delle
discussioni: ne contesto il palco, la scena, l’azione, la partitura. Ne
contesto la barricata, la strategia. E credo sia un diritto contestare.
Nel merito del merito potremmo
citare cento esempi di geni adulti che sono stati somari a scuola: ma a che
serve?
La scuola è interazione, se
non funziona non è per demerito di uno solo.
Ma perché te lo dico?
Perché ho scritto dieci anni
or sono, in piena attività; un testo da cui non torno indietro. Adesso ho
troppi anni addosso per affrontare una classe "a modo mio", ossia con
la tenerezza e la violenza necessarie ad entrargli dentro il cuore e la
mente per capire e farmi capire.
Ma la persona che scrisse questa risposta alla lettera di James Hillman agli insegnanti italiani è ancora qui che pesta la sua tastiera: sono io.
Ma la persona che scrisse questa risposta alla lettera di James Hillman agli insegnanti italiani è ancora qui che pesta la sua tastiera: sono io.
Risposi a modo mio, senza
sapere niente di particolare di quel signor Hillman di cui ora ho qualche libro. Mi
sarei dovuta documentare?
Ma perchè? Lui scrisse, e io, come ci fu chiesto, risposi. Lui si era forse documentato su me e sui docenti italiani? Ne dubito.
Quindi siamo pari; ma quella sua lettera mi è piaciuta tanto e mi è piaciuto
rispondergli. Ecco qui il testo. E se leggete il Manifesto degli insegnanti vi accorgerete che il suo dna ne è stato, e non poco, contaminato nonostante sia difficile pensare che se ne converrà facilmente :)
Risposta al
professor James Hillman
Gentile James
Hillman,
ho d’impulso deciso
di risponderle perché l’impatto con i suoi pensieri, le sue riflessioni e le
sue analisi ha prodotto su di me, nello stesso tempo, l’effetto del pungolo e
del balsamo.
Insegno, che parola
impegnativa... Italiano e Storia a ragazzi tra i sedici e i diciotto anni; la mia
non potrà dunque essere un’analisi scientifica ma, al più, una riflessione
empirica e forse generica. Detto per inciso mi ha incuriosito e divertito
l’aderire alla “gara” (le tre migliori risposte addirittura premiate!) che mi è
sembrata, in un certo qual modo, coerente alla ricerca di Hansel e Gretel nel
bosco. Spero che nel lasciarsi tentare dalle delizie dei premi promessi non
capiti, anche ai concorrenti, di essere catturati dalla strega!
Colgo l’occasione
per immaginare di tornare alunna, di svolgere il compito e di prendere,
ancora una volta, parte ad un gioco del quale ora conosco un po’ meglio le
regole, ma da cui altrimenti sarei esclusa perché fuori tempo massimo. Ritorno
con la mente nelle aule dove la scuola era sottomissione, dove ero costretta a
dimostrare qualcosa, magari inventando e fingendo, china sul banco e sui fogli
bianchi così ostili ai miei pensieri e sento ancora il freddo dell’ansia e l’odore
dell’inchiostro sulle dita macchiate.
Gentile professor
Hillman, parto da una considerazione che mi sembra realistica anche se ovvia:
quando i nostri ragazzi approdano alla scuola l’Educazione, di cui lei parla,
ha già operato in modo massiccio su di loro (questo ancora di più per le
Superiori). Vale la pena di puntare
l’indice contro qualcuno? Non solo la famiglia, ma l’ambiente sociale, i media,
gli sport praticati, le associazioni frequentate, il quartiere, la strada e
così via influenzano e condizionano i bambini e le bambine (fin da
piccolissimi) e gli adolescenti.
Stimoli e modelli in
alcuni casi positivi, ma non solo, li avvolgono, li attraggono, stampando
un’impronta, una sorta di “uniformità” che probabilmente ha effetti più
dominanti su quanti crescono in ambienti, per diversi aspetti, meno illuminati,
meno evoluti o colti.
Una volta a scuola
avranno la ventura di, finalmente, incontrare un insegnante disposto a
confrontarsi con la loro molteplicità, che ne riconosca l’irripetibile
individualità, valorizzi e faccia uscir
fuori l’individualità dei pensieri, dei sentimenti, delle passioni, del
carattere? Qualcuno restituirà, come
giustizia vorrebbe, un’opportunità di crescita e indicherà loro,
democraticamente, la strada per scoprire se stessi?
Noi abbiamo queste
responsabilità. Oppure è giustificabile limitarsi a denunciare senza reagire e
senza fornire qualche strumento? Pur essendo noi stessi immersi e pressati
dalla quotidiana uniformità della massificazione non dovremmo rifiutarci di
esserne omologati?
Tuttavia: quanta
fermezza per accettare questa sfida, quanta convinzione umanistica, quanta
disponibilità a mettersi in gioco deve possedere chi accetti l’evidenza (tale a
me sembra) delle molteplicità delle intelligenze, delle immaginazioni, dei
sentimenti delle persone-studenti? E come può riuscire a far convivere gli
obiettivi formativi del sistema scolastico con il far camminare l’insegnare e
l’imparare, come Hansel e Gretel, nella varietà del bosco e dei loro pensieri?
Qualche indispensabile
margine di libertà va dunque affermato e difeso nella pratica
dell’insegnare/imparare, perché se invece fosse inevitabile il sottomettersi
alle regole volute dall’esercito di amministratori, esperti e specialisti si
dovrebbe senza indugi consigliare affettuosamente ad Hansel e Gretel non la via
del bosco, ma quella della clandestinità.
L’Educazione può
davvero togliere il respiro e l’anima all’insegnare e all’imparare quando
i sistemi educativi non prevedono e sopprimono le emozioni.
Eppure è la storia a
dimostrare come, più di quanto non lo facciamo noi insegnanti, siano gli
studenti a resistere e, penso,
con ottime ragioni.
Non ho conosciuto
studenti che rifiutassero il confronto e il dialogo (il che non esclude, come
per ogni forma di comunicazione la possibilità di fraintendimenti o errori)
anzi di solito hanno verso il rapporto con l’insegnante un’attrazione e una
curiosità istintiva.
Questa istintività
li guida a riconoscere e distinguere senza sbagliare il fratello con cui
attraversare, “l’uno per l’altro”, l’uno con l’altro, il bosco; il
complice con cui percorrere un itinerario dell’anima e della mente intuendo di
non doversi difendere dall’altro, ma di doversi guardare, insieme, dalla strega.
Lo stesso istinto fa
riconoscere a noi insegnanti il (come negarlo?) prediletto, l’affine e questa
dinamica evoca e attiva la bellezza dell’insegnare/apprendere. A me sembra che
questo legame non tolga nulla agli altri, anzi acuisca ed aumenti la profondità
del dialogo, renda più facile allargarlo e distribuirlo, più interessante,
anche per gli altri, parteciparvi.
Si è diffusa, per
cattiva sorte, una recente categoria di studenti veramente “difficili”: ragazzi
precocemente, artificialmente, invecchiati che arrivano a scuola, anche per le
ragioni suddette, con una mentalità già rigida e conservatrice nel senso
peggiore cui si abbarbicano tenacemente; credono di sapere già tutto su come
vanno il mondo, la società, la politica e ritengono di poter pretendere un tipo
di insegnamento acritico e preconfezionato, ingurgitano passivi nozioni
mnemoniche tratte da porzioni di libri e… presentano il conto per ottenere un
voto. Quando, come e per colpa di chi è potuto accadere che il loro animale ed
istintivo voler imparare sia stato radicalmente modificato? E come abbassare la
loro ottusa difesa e tentare di convincerli al dialogo se non travolgendoli
affettivamente? I risultati potrebbero richiedere anni di lavoro ma, come ha
detto la mamma illuminata, di un mio studente, Tito, gli insegnanti sono
“seminatori”...
La tendenza del
sistema educativo sembra invece tenere poco conto di ciò, preferendo
incoraggiare la sistematizzazione. “Progetti didattici”, “educativi”,
“gestionali” si diffondono oggi nella nostra scuola italiana come infestandola;
si potrebbe sensatamente obbiettare che non si può lavorare alla cieca e che
non ci si può muovere senza scegliere direzioni, strategie, metodi,
obbiettivi…Tutto vero, ma chi beneficerà
davvero di queste scelte? Mi chiedo se il bisogno reciproco di
insegnare/imparare, non contaminato da interessi economici o da tattiche di
carriera, resisterà alle strategie didattiche dell’Educazione.
Le istituzioni sono
necessarie perché non possiamo fare a meno di strutture, luoghi deputati, amministratori e così via; forse non possiamo
rinunciare nemmeno alla piazza, al mercato. Come è vero che non possiamo vivere
senza aria, ma non potremmo nemmeno respirarla se fosse soffiata compressa a
forza nei polmoni perché anche il cuore cederebbe; come non possiamo vivere
senza acqua, ma essa ci può anche travolgere, schiacciare, affogare.
Talvolta,
guardandomi intorno, ascoltando i discorsi dei colleghi (nelle riunioni, nei
corridoi, nelle aule) mi sembra di percepire davvero che l’Educazione e i dogmi
educativi ci vogliano imprigionare nella casa della strega e costringere a
prostituirci, ma che, ahimè, non per
tutti questo sia davvero un problema.
Se lo volessimo
forse sapremmo almeno cercare una via d’uscita (non dovrebbe essere impossibile
a chi si nutra di studi).
E gli studenti? I
più intelligenti e vitali non hanno perso la voglia di sognare e di ribellarsi
all’Educazione e rivendicano la dignità della loro protesta. E’ indispensabile
ed essenziale ascoltarli e rispettare la
loro resistenza all’imparare; da essa nascono idee, sentimenti, passioni,
esperienze: i giochi della vita e del futuro. Le loro diversificate e
molteplici, impetuose e violente ribellioni sono inoltre generose e prive di
calcolo e, anche se possono apparire
sproporzionate e contraddittorie, sono stimoli vitali per noi.
Non ho conosciuto
studenti indifferenti al dialogo con l’insegnante che si occupi di loro.
Conosco invece
insegnanti che non si occupano dei loro studenti, ma li giudicano.
Conosco e ricordo,
inoltre, personificazioni di Educazione del tutto insopportabili tanto per me
(insegnante), quanto per loro (studenti).
Conosco e ricordo
tanti educatori presuntuosi che, nella loro serissima professionalità, pur non
avendo mai sperimentato il senso vocazionale dell’insegnamento e vivendo con
infelicità e frustrazioni il loro ruolo, si ostinano a non scegliere un altro
lavoro.
Gentile prof.
Hillman, conosco anche bravi insegnanti, poco propensi a “sottomettersi senza
protestare ai dogmi educativi” come lei scrive; la loro bravura è di
solito il risultato di una ricerca individuale per nulla gratificata, poco
incoraggiata, quando non ignorata dalle istituzioni; ma continuo a pensare che
la nostra attività richieda comunque capacità e volontà di fare, quando
necessario, scelte autonome e personali.
E termino esprimendo
una forse incongrua speranza (o un pio desiderio): che il mettersi in gioco,
l’imprudenza e il rischio che sottendono ad ogni iniziativa volta alla comune
scoperta di quello che il bosco di Hansel e Gretel nasconde, continuino ad
attirarmi; perché non mi accada, ancora per un po’, di provare la miserevole
amarezza di non trovare più nessuno che voglia ciò che posso insegnargli e di
non riuscire a capire perché. Un saluto affettuoso
M. Serena Peterlin
Roma, 16 Dicembre
2002
Etichette:
Andreas Formiconi,
discussioni,
Hillman,
insegnamento,
manifesto degli insegnanti,
maria serena peterlin,
mariaserena peterlin,
merito,
meritocrazia,
scuola
Italy
Roma, Italia
Iscriviti a:
Post (Atom)




