chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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martedì 15 novembre 2011

Il mio nuovo manifesto? Insegnare non è da tutti - di Mariaserena Peterlin

Rosso e Blu? non bastano
Insegnante, un difficile mestiere


No, non basta mettere pietre miliari sul nostro cammino, è necessario anche proseguire e cercare nuove strade. E per trovare una strada è necessario sapere dove voler andare e guardarsi intorno.
Dal mio osservatorio guardo, vedo, cerco di capire. E mi sono formata qualche opinione che sono pronta a discutere. Una di queste opinioni è che insegnare sia un difficile mestiere, e quindi un mestiere non da tutti.
Non è una cosa nuova? Non importa, io provo anche a dire perché.

venerdì 11 febbraio 2011

Docenti da difendere, purché attacchino - di Mariaserena Peterlin

Dire che gli insegnanti si meritino delle critiche è ben diverso dall’accettare che sia giusto togliere la stima a tutti a causa di alcuni.
Anche io penso (e mi spiegherò meglio più avanti) che la categoria dei docenti non abbia fatto abbastanza per mantenere il rispetto al proprio ruolo ed è in quest’ottica che leggo sottoscrivo la frase di Gianni Marconato : - Resta comunque il fatto che il principio di autorità regge sempre di meno, che il ruolo protegge, tutela sempre di meno e che la sua autorevolezza, l’insegnante, se la deve procurare da solo col duro lavoro sul campo.-
Potremmo anche dire che molte sono le categorie non più rispettate come “una volta”, ad esempio i medici e gli ingegneri, i politici e le madri di famiglia, il clero e le forze dell’ordine, gli artigiani e gli intellettuali e potremmo continuare; ma nemmeno tra i rapporti di condominio o degli utenti della metropolitana c’è più la vecchia e diffusa “buona  e formale educazione”.
Non generalizzo, ma confermo che è la società ad essere, e violentemente, cambiata.
Immaginare che l’insegnate sia esente da questa sorta di, mi si permetta l’espressione, incanaglimento dei rapporti sociali è illogico, ma certamente non incoraggiante.
Sono in piena sintonia con Vittoria Patti quando scrive - Neanche il genitore più arrogante ed ottuso si prenderebbe la briga di maltrattare un insegnante che il figlio stima, e di cui quindi in casa parla in modo positivo. E per guadagnare la stima degli studenti, bisogna semplicemente stimarli…- Questa è anche, da tempo, la mia tesi di fondo e vedo che anche altri amici vi si accostano.
Dobbiamo costatare che le prime critiche generiche, generalizzanti e squalificanti sono venute proprio da coloro che (MIUR, Fioroni, Gelmini, Funzionari del ministero vari) avrebbero dovuto, per principio e dovere d’ufficio, seguire la categoria dei docenti, incentivarne l’azione e l’aggiornamento. Invece l’hanno tenuta e tengono sotto scacco squalificandola.
Se è vero che il bravo e valoroso insegnante riesce a ottenere la stima dei suoi studenti, è anche vero che il suo percorso è attualmente disseminato di tagliole (prove INVALSI ad esempio).
Dai Soloni del Miur e dell’OCSE si pretende che gli studenti italiani (a partire dalla seconda elementare) siano omogeneamente valutati, allineati sulle stesse competenze, uguali e coperti dalle stesse situazioni sociali. Si pretende che, tramite il vaglio delle suddette prove, dove tuttavia il nozionismo dilaga, dimostrino di saper ragionare.
Ma la vera domanda è : sanno questi signori cosa significhi “ragionare”  per un bambino o ad un adolescente?  Sanno cosa significa il tempo educativo? Sanno che i ragazzi non maturano, come i cocomeri, tutti nello stesso periodo?
Noi insegnanti, guarda caso e fatte salve le solite malerbe, lo sappiamo e siamo consapevoli che tutto l’apparato di presunto merito e presunte eccellenza e verifiche è inattendibile, vive di una fama immeritata ed infondata e sta facendo più danni di quelli che si possono immaginare.
È tempo che gli insegnanti usino i loro specifici strumenti culturali  e professionali per cominciare a dire “nossignore” invece che “signorsì” ai dirigenti, ai funzionari, al pedagoghi mediatici e non, ai Ministri (onorevole eccellenza/cavaliere senatore come diceva Rino Gaetano) e a tanti presuntuosi opinionisti.
La categoria dei docenti è o dovrebbe essere quella che, per competenza e pratica professionale, ha titolo per esprimersi sulla realtà della situazione giovanile (argomento che angoscia molti benpensanti e non) eppure si lascia bacchettare: perché?
Perché i docenti con idee si sentono isolati o soli?
Perché troppi di loro hanno mollato il timone e si lasciano andare alla deriva?
Perché il conformismo della contrapposizione famiglia-scuola deve trionfare?
In queste condizioni, e valutato il contesto, la scuola rischia di morire collassando su se stessa.
Ripartiamo dall’affermare che siamo persone impegnate in un lavoro da cui dipende non tanto “il futuro del paese” (come si ama dire per alzare retoriche fine a se stesse) quanto la vita di ciascun giovane cittadino e, di conseguenza, la sua possibilità di essere “società civile” domani.

E’ questo il momento di contarsi, di chiamare a raccolta i docenti che condividano  contenuti qualificanti quali la conoscenza delle problematiche pedagogiche, delle pratiche didattiche ed il senso della alla missione educativa.
Occorre dire ad alta voce che nella scuola si svolge un lavoro quotidiano immerso nella realtà sociale, e che questa realtà non è omogenea (anche se nessuno sembra volersene accorgere). Tra i vari paesi a città, tra i nord e i sud, tra i livelli socio-economico-culturali, tra le diverse provenienze famigliari ed etniche, tra i nuovi italiani ci sono mille sfumature  che non si può pretendere di “valutare” come se si trattasse si automobili a confronto con automobili o pomodori a confronto con pomodori.
Di questi ragazzi assumiamo la responsabilità nella consapevolezza che ogni gesto di un docente ha un suo peso e una conseguenza.
Lo abbiamo ammesso,  ci sono i mediocri o pessimi docenti che non meritano giustificazioni, ma se  in un ambiente si lavora male il torto non è solo di chi, pur colpevolmente sbaglia , è prima di tutto dei responsabili e quindi anche a scuola non si può attribuire tutto ai docenti che spesso si sentono ormai allo sbando e al “si salvi chi può”

Ascolto e parlo con i docenti e li sento investiti da un profondo disagio,  so che alcuni sono addirittura intimoriti.
Affrontano genitori sospettosi o minacciosi che pensano solo al pupo di casa, studenti del tutto immuni da soggezione o abitudine al rispetto, dirigenti aziendalisti e indifferenti alla didattica, un ministro che non conosce la scuola, pomposi funzionari pontificanti che annunciano valutazioni del lavoro docente senza aver, dal canto loro, insegnato un giorno che sia uno.
Torniamo dunque all’esempio delle prove INVALSI; sono somministrate con indifferente livellamento (come la grandine d’agosto sui campi o sulle officine, sull’Appennino e sul mare, sulle automobili o sugli edifici) su classi distribuite tra Aosta e Lampedusa: cosa riusciranno a dimostrare?
Non rileveranno elementi utili a evidenziare le difficoltà incontrate dai ragazzi per i quali programmare e tarare il lavoro del docente, ma presumono di poter verificare se gli alunni hanno “imparato” e quanto.


Di conseguenza se un insegnante avrà in classe troppi ragazzi che non imparano, si sentirà a sua volta valutato negativamente e frustrato poiché anche la considerazione e il suo prestigio personale, e probabilmente lo stipendio e carriera, saranno direttamente proporzionali al suo insuccesso o successo.
E allora come potrebbe reagire il docente?
Se è uno in gamba o un eroe (perché ormai siamo a questo) se ne infischierà nel nome della sua missione e si sacrificherà salvando i  ragazzi, perché è su di loro che investe il suo lavoro.
Ma se non è abbastanza eroico o in gamba sacrificherà invece ragazzi meno “dotati” o con problemi e li imputerà del suo fallimento e li escluderà dalla scuola bocciandoli.
La lotteria delle valutazioni è pronta, basta solo dare inizio ad un meccanico giro di manovella ... e il danno sociale sarà enorme, incalcolabile.
L’Italia sarà sempre più povera di teste che ragionano, perché a nessuno interessa che i cittadini pensino e siano critici.
La sensazione  dunque è, purtroppo, che si vada incentivando un allevamento di consumatori obbedienti, non di cittadini.
Fermiamo il disastro. Ogni gesto virtuoso può essere  un granello che contribuisce ad inceppare questo meccanismo perverso.
Si rivendichino invece identità professionale e specifiche competenze e si unisca la categoria sui contenuti di una lotta qualificante: finiamola con le tristezze  sconcertanti del tipo “docenti in mutande” e “la scuola è morta”. Finiamola di dire “però in classe mia….”  quando anche i gatti sanno che la formazione delle classi non è il risultato dell’opera della Dea bendata…
Basta con gli slogan qualunquisti e vittimistici.
Ci vuole più coraggio e meno dipendenza dall’opinione altrui e dai media. La scuola deve essere viva. Viva la scuola. 

martedì 7 dicembre 2010

Che la protesta inizi, perché NUNTEREGGAEPIÙ.



In un società evoluta e civile e tecnologicamente avanzata, avendo ormai spenta ogni e qualunque velleità di conoscenza, in considerazione che conoscere richiede tempo e tempo non ce n’è, ci si è organizzati anche per spegnere ogni e qualunque velleità di tipo deregolamentato per creare una ordinata e costruttiva dinamica sociale politicamente corretta.
Talchè, Signora mia, anche per decidere cosa indossare o quando fare il bucato si fa un patto di stabilità con il meteo tv o con le fasce orarie dell’Ente erogatore dell’energia elettrica (che a Roma è la vecchia Acea), se e quando si vuole fare un viaggio si fa programmare il tutto compreso ad un’Agenzia e pure per sapere se si è davvero innamorati (o cornuti) si chiede alle cartomanti televisive che forniscono anche una serie di servizi aggiuntivi niente male (pietre, numeri, pratiche igieniche, sacchetti di sale eccetera eccetera).
In questa società evoluta e civile, esistono altre virtuose pratiche comunicative; il sindaco di Roma dice che apprezza Che Guevara (che se si rigira nella tomba sono cavoli suoi) gli agnelli pascolano con le volpi (vedi le recenti presunzioni di alleanze politiche) e i lupi si fanno gli affari loro oppure non esistono più.
Ma c’è di meglio: infatti tout va très bien. La dimostrazione?
Eccola: i ben pensanti o ben viventi e amanti della convivenza pacificata possono prepararsi tranquillamente al Santo Natale mescolando ai pastori del presepio le figurine di qualche boss o delinquente comune e mettere a reggere il mantello dei Re Magi Putin-Berlusconi-Merkel o sistemare Alessia Marcuzzi&Facchinetti a far capolino dietro San Giuseppe per ricordargli cos’è l’amore vero.
In un presepio politicamente corretto ci sta pure questo, mica siamo razzisti o moralisti.
E non basta, Signora mia. Siamo proprio fortunati.
In un società evoluta e civile e tecnologicamente avanzata non abbiamo più bisogno di informazioni, di notizie e di impegno giornalistico morbosamente curioso.
Allo scopo si tappano graziosamente anche i buchi delle serrature magnetiche: infatti un igienico mandato di cattura provvederà con lo zelo necessario a far cambiare direzione civilmente chi stona dal coro: a Natale il coro è di rigore e deve avere il sopr-avvento.
Tranquilli, che c’è anche la ciliegina per il panettone: il popolo italiano è un bravo popolo, ma ha qualche frangia spettinata che bisogna provvedere a rimettere in riga.
Sì insomma il mondo del lavoro, la solita gente : l’universo del Precariato, Ricerca, Università e Scuola; i lavoratori sottopagati e messi in regola ma solo nella forma mentre nella sostanza sono costretti ad accettare condizioni e clausole vessatorie, oppure quegli sfigati dei cinquantenni messi in mobilità con un civile calcio nel sedere e così via; frange marginali!
L’importante, insomma la ciliegina sul panettone, è che tutti quelli che vogliono protestare lo possono finalmente fare: ma in modo “civile e corretto”.
Facile: basta divulgare una mentalità civile e corretta ed indurre la disapprovazione per chi pensa di fare il furbo con cortei, cartelli, striscioni, schiamazzi, disturbo della quiete (è Natale!), manifestazioni pubbliche, appollaiamento sui tetti e sulle gru, invasione di strade e vicoli urbani o extraurbani.
Insomma viva il libero mugugno interiore e la faccina soave.
Una buona protesta civile e corretta, sarebbe approvata e convenevole per tutti, anche ai non pochi esponenti de genere “onorevole eccellenza/cavaliere senatore/nobildonna eminenza/monsignore/vossia cherie mon amour/NUNTEREGGAEPIU'”
Grazie a Dio (e a Rino) a noi il NUNTEREGGAEPIÙ ce lo avevano detto, e l’avevamo potuto ascoltare. Ma ora basta con questi disordini che creano disagio a chi vuole lavorare e studiare...
Quindi d’ora in avanti: “Avanti popolo alla riscossa corretta e civile! e dalla durata te-lesivamente efficace, sennò non vi ascolta nessuno. Chiaro?
Talchè, Signora mia, potrebbero chiudere anche il sipario perché la musica sarebbe proprio finita.
E' così che si formano le nuove generazioni?

domenica 8 agosto 2010

Scuola e "pari opportunità": la vecchia corsa all'oro? di Loretta Bertoni



Si parla tanto di "pari opportunità" in ambiente scolastico, di "pari dignità" degli studenti che, indifferentemente dal tipo di scuola che frequentano, dovrebbero avere la possibilità di raggiungere un grado di istruzione dello stesso livello, che possa garantire loro un inserimento libero e consapevole nel mondo. Sacrosanto. Ma io andrei oltre...Perché queste pari opportunità dovrebbero essere concesse soltanto agli studenti? Come si può raggiungere questo stato di cose idilliaco se gli insegnanti per primi non sono liberi?

Propongo quindi che lo stesso grado di pari dignità venga concesso e garantito anche ai docenti che, pur se desiderosi di cambiare, vengono spesso repressi da dirigenti scolastici troppo rigidi, incapaci e abili soltanto a vendere fumo. La partita è solo in mano ai singoli insegnanti ormai, ci vuole un enorme coraggio ad andare contro tutti, e non tutti ce l'hanno. Ormai i dirigenti fanno a gara a pubblicizzare le proprie scuole con sistemi più o meno biechi, sono rimasti pochissimi quelli che non partecipano a questa guerra fra poveri e portano avanti idee concrete rispettando i vari utenti della scuola. Spesso i presidi, seguendo le linee direttive del governo ad occhi bendati (nell'illusione di trarre non so quale vantaggio da certe adulazioni), lusingano i "loro" docenti, accarezzandoli viscidamente con promesse di "premi" (si veda il caso delle tanto decantate LIM ad esempio) adatti a chi di scuola non capisce niente. Il problema è che molti non se ne accorgono e si fanno irretire, così la scuola continua a morire.
Con questo continuo distrarre le menti degli insegnanti dai veri modi di fare innovazione, si fa mercificazione di sistemi innovativi. Si fa solo vuoto presentismo.