chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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domenica 11 dicembre 2011

Insegnare / imparare gli è tutto sbagliato o gli è tutto da rifare? di Mariaserena Peterlin

Ikosaedro: tante facce per  un solido
Non credo sia tutto sbagliato.
Certo, l’attuale modello scolastico ha pezzi che cigolano e penzolano da tutti i lati.
Certo, la scuola funziona a un regime ben diverso da quello che vorremmo.
Le famiglie hanno perso l’antico deferente rispetto per l’istituzione e trasmettono ai figlio una diffidenza di fondo verso gli insegnanti, i programmi, le fatiche scolastiche.
I docenti, dal canto loro, sono probabilmente una categoria poco omogeneamente orientata. Alcuni difendono a buon diritto il loro ruolo; altri lo difendono nonostante risulti, per come lo svolgono, nei fatti anacronistico o indifendibile.
Come più volte s’è detto, difetti simili si possono riscontrare in tante categorie di professionisti : dall’artigiano al giudice.
Allora qual è il problema?
Il problema è che se non è tutto sbagliato certamente c’è moltissimo da rifare.
E non invochiamo media e web a soccorso o alibi delle nostre alate spiegazioni.
Prima di imputare o esaltare vecchi e nuovi media pensiamo a cosa è accaduto alla nostra società, a come si sono frantumati i legami, le consolidate ricchezze delle sapienze trasmesse tra le generazioni.
Pensiamo a come e quanto si sia diffusa una mentalità di consumo esasperato e di auto soddisfacimento di bisogni veri o presumibili, a quanto sia prevalso l’individualismo che si manifesta quando si proclama, e non sempre dopo aver ben pensato alle conseguenze, un assoluto diritto al sogno, alla felicità, alla realizzazione di sé.
Pensiamo a come questi nuovi scopi della vita abbiano agito come asfaltatori non solo di vecchie strade in cui ci si ascoltava e, diciamolo, ci si sapeva anche sopportare; ma anche come costruttori di aspirazioni irrealizzabili.
Quali?
La bellezza e la forma fisica (perfette!), la salute, l’efficienza, il movimento verso il successo, la soddisfazione, l’appagamento.
E si è perso per strada il costruire per il domani per ottenere, invece, nell’oggi.
Si è messa da parte l’attesa per sollecitare l’istantaneità della conquista.
Si è dismesso quel fondamentale specchietto retrovisore e laterale che ci aiutava a vedere non solo chi ci sopravanza, ma anche chi ci è accanto, chi cerca di raggiungerci, chi abbiamo superato.
E invece abbiamo salvato il culto delle differenze e delle presunte superiorità.
Ora molti di noi sono, dentro e fuori, soli. E non sono più felici.
La scuola non sarà tutta sbagliata, ma certamente è tutta da rifare. E potrebbe ricominciare a costruire davvero solo se si chiedesse quali sono davvero i suoi obbiettivi. Parliamo di scuola, e non di Università.
Gli obbiettivi sono le cosiddette competenze? Allora andiamo di male in peggio. Si può diventare dei competenti asociali e cinici.
Gli obbiettivi diventano, invece, la formazione di un cittadino utile a se stesso, responsabile e fortemente motivato ad interagire con i suoi simili condividendo percorsi? Bene, allora potremmo anche incamminarci verso una ricostruzione.
Ma oggi siamo molto lontani. La sirena dell’eccellenza insieme al satiro del merito hanno deformato le nostre visioni di educatori.
E se l’educazione vede distorto il futuro nasce morto.

venerdì 1 aprile 2011

(modeste) le fonti del sapere, della conoscenza, dell'apprendimento - di Mariaserena Peterlin

Oggi affronto un tema complicato dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le cose. Presunzione vana? Se mi fermassi a questa domanda, comincerei uno di quei valzerini oziosi, autoreferenziali ed inutili che allietano la nostra sopportazione.
In realtà quanti di noi possono conoscere tutto de il se e il come si apprende? Io sento di dover fare la mia parte di tentativo.

- Te la do IO la conoscenza!
Per chi non si è confrontato a fondo con l’esperienza di rappresentare ad altri (recalcitranti di default) un sapere che a noi appare chiaro da capire e importante da apprendere, il mio tentativo appare forse velleitario.
A questo proposito è bene ammettere che siamo tutti disposti a riconoscerci uguali nella diversità, ma non a procedere nel cammino della conoscenza accettando di confrontarci con altre forme o procedure di comprensione e apprendimento.
Apparteniamo a una cultura (che consideriamo valida, soddisfacente ed accreditata) e spesso rifiutiamo di apprenderne una diversa.
Questo non è un problema a meno che non si pretenda di imporre la nostra a tutti. Ben più brutale e vano sarebbe, inoltre, non solo imporne i contenuti, ma anche il modo e il tempo con cui trasmetterne della conoscenza.
La questione che io pongo non riguarda, stricto sensu, quelli che, nel campo dell’istruzione, potremmo definire il “programma di studio” o “l’ordine degli studi” .
Nessuna persona di buon senso può pensare di cancellare di colpo una convenzione necessaria poiché è evidente che per essere preparati a diventare avvocati, medici, tornitori o cuochi e così via non può fare a meno di acquisire un bagaglio competenze che mettano sulla buona strada per ottenere dei risultati e non far danni.
Rifletto invece sulle “fonti del sapere e della conoscenza” ragionando non su quello che ma sul come e mi riferisco ad un contesto generale di apprendimento, come quello attuale, in cui la fonte a cui si abbevera chi è chiamato ad apprendere è, sempre più frequentemente, mediata e presto potrebbe essere quasi esclusivamente il web.
Ripeto: dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le cose rilevo una serie di miei dubbi anch’essi bassi ma radicati.

Il primo è già espresso: è ragionevole ipotizzare come risolutrice un’unica fonte a cui dissetarsi (pur se prodigiosa, ricca, sorprendente e di solito attendibile)?
Il secondo dubbio è più un timore: l’istruzione è palesemente chiamata, dall'alto e nei fatti, a rinunciare alla maieutica, un'arte peraltro già troppo spesso ignorata dagli insegnanti di ogni ordine di istruzione. Si ricusa, cioè, quella forma di attento adattamento del bravo maestro all’ascoltar-dialogando col pensiero altrui che sa guidare senza prevalere e incoraggia a trovare un pensiero proprio: una ricchezza personale benefica alla collettività che sarebbe nocivo perdere. Si svaluta dunque l’Arte pedagogica anti-violenta per eccellenza.
Il terzo dubbio è che possa accadere che questa globale autostrada del sapere e dell’informazione assorba talmente il tempo e la curiosità da non lasciare abbastanza curiosità e tempo per quella meravigliosa esperienza che sono le scoperte casuali (intese nel senso più ampio possibile).
Una scoperta casuale può infatti riguardare tutto, da un nostro talento mai coltivato, a una altra persona, un fenomeno, un fatto, un’esperienza, un sussulto, una poesia e via dicendo.
Un esempio in breve: se rovisti in un catalogo di biblioteca alla ricerca di un autore o di un argomento (che libidine gli schedari per autori e per soggetto…) puoi imbatterti, sfogliando sfogliando, in qualcosa che non sapevi esistesse; ma allo stesso  modo se esci a passeggio in un luogo sconosciuto o se guardi con occhi diversi le solite cose puoi trovare, purché tu sia recettivo e curioso un motivo di interesse da coltivare. Ancora: se un ricercatore (di qualunque materia) sta seguendo, in modo originale, aperto, curioso, dubitativo una sua pista gli può accadere di incrociare o scoprire anche casualmente un dettaglio inatteso che lo devia altrove, ma lo porta a risultati importanti per tutti.
Allora mi chiedo: quanto è intelligente un motore di ricerca nel selezionare le risposte alle voci che noi digitiamo nell’apposita casella?
Non sto proponendo un ritorno a metodi di ricerca manuale lentissimi, sto solo interrogandomi dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le cose e ragionando sul fatto che il pensiero individuale va preservato in ogni modo possibile. Sto notando che nella scuola (e in generale nel modo di comunicare sapere) la maieutica è già stata praticamente archiviata in favore dell’omologazione delle forme, dei tempi e dei modi di apprendimento, e che accade sempre più spesso di trovare le stesse citazioni o gli stessi concetti espressi e proposti come se fossero originali.
Sarebbe importante invece valorizzare l’uso delle fonti e farne esperienza originale e non mediata. Credo che le fonti vadano preservate e indicate come la genuina sapienza da cui iniziare, dissetati, un cammino proprio.
Anche a costo di cavarne l’acqua come da un pozzo; tirandola su con una cigolante carrucola.

pozzo nel deserto (Immagine da web)
Cigola la carrucola del pozzo, 
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
                          Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

martedì 23 novembre 2010

DIVERSI PER FORZA di Fermina Daza

”Nella prospettiva di garantire l’istruzione a tutti,contenendo nello stesso tempo i costi,la formazione scolastica ed accademica viene organizzata in modo analogo alle linee di produzione delle industrie che producono tessuti o macchinari a buon mercato. Gli studenti passano da una lezione all’altra come i componenti di un’automobile lungo la catena di montaggio; dopo circa quindici anni dovrebbero essere preparati ad affrontare il mondo. Fortunatamente vi sono ancora insegnanti che non concepiscono gli studenti come macchine per l’apprendimento, computer in carne e ossa che si possono accendere premendo un pulsante e che elaborano e riproducono automaticamente informazioni. Questi insegnanti vedono gli studenti come esseri umani,con paure e sogni,con scopi e obiettivi e con un desiderio di autonomia di pensiero, che è praticamente impossibile estinguere. Gli insegnanti che condividono questa visione possono facilitare l’apprendimento dei propri studenti, ma l’organizzazione scolastica, i percorsi formativi proposti e le strategie pedagogiche utilizzate si fondano ancora, in molti casi, sulla convinzione che l’insegnamento possa essere razionalizzato ed automatizzato; in questo modo però si mancano clamorosamente gli autentici obiettivi educativi”.
(M.CSIKSZENTMIHALYI)

L’ educazione positiva ispirata alla psicologia positiva di Csikszentmihalyi necessita, per essere praticata, di un approccio alla comunicazione fondato sul riconoscimento dell’altro come soggetto.
E proprio un approccio etico-deontologico alla soggettività potrebbe evitare le varie forme di oggettivazione che finiscono per produrre fenomeni di sopraffazione culturale e ideologica nella scuola e fuori della scuola.
A che punto è il tema della comunicazione fra docente e allievo?
Sempre più spesso i nostri ragazzi denunciano demotivazione e malessere... E' possibile addebitare la criticità relazionale alla distanza esistenziale e culturale dei protagonisti del processo educativo?
Secondo recenti stime, l’età media dei docenti italiani è di circa 54 anni, mentre l’età media degli alunni è di 14 anni. Una distanza media tra alunni e docenti di circa 40 anni.
E qui la diversità ci sta tutta!

lunedì 1 novembre 2010

SONO UGUALE E DEVO ESSERLO di Fermina Daza

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

Così recita l’articolo n. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948).

In base all’articolo appena citato, l’uguaglianza si configura come un valore che, recependo pienamente il diritto naturale di ciascun uomo, si concretizza come vero e proprio dovere al perseguimento dell’equità.

Ma quali sono i criteri in base ai quali si può perseguire il diritto/dovere all’uguaglianza? Chi stabilisce le regole dell’uguaglianza? Come può essere evitato il rischio che qualcuno sia più uguale dell’altro?

E soprattutto, quale relazione è possibile stabilire tra diversità e uguaglianza?
A tal proposito può essere fatta una duplice riflessione: se da una parte il tentativo di abbattere le disuguaglianze generate dalla diversità dà vita a politiche ispirate alle pari opportunità, dall’altra la ricerca dell’uguaglianza a tutti i costi innesca un pericoloso processo di massificazione.

E ancora.
Le forti diversità economico-culturali delle società umane creano veri e propri sistemi chiusi, quasi delle enclaves. In tali contesti, la pratica dell’eterofilia è solo apparente poiché la diversità culturale ed economica dei sistemi chiusi, paradigma alternativo alla diversità biologica, è sempre più spesso generatrice di eterofobia.
All’interno di tali sistemi chiusi come viene gestito il rapporto tra diversità e uguaglianza? La tendenza è ad integrare o ad assimilare la diversità?