chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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lunedì 3 marzo 2008

LE CONFESSIONI DELLA PROFI

Quella volta che ... HO TIRATO I'ANTOLOGIA IN TESTA all'ALUNNO...
Quasi vent’anni fa… era il 1989
Non dico che sia stato un gesto didattico di grande stile. Ma per giudicare, se qualcuno proprio ci tenesse a farlo, bisognerebbe conoscere bene il clima che si crea qualche volta in classe. E sarebbe anche utile entrare dentro alle situazioni personali, agli stati d’animo, alle aspettative di una insegnante.
Insomma una come me (e come io ero allora) che insegna letteratura perché la ama, è una che ci crede, come si dice adesso in un gergo jolly, ed agisce di conseguenza.
Una che ci crede e che va in classe decisa a scardinare la presunta ignoranza e a spargere sapore di letteratura e sapore di poesia, ma non sempre trova ventisei o ventotto occhi-orecchi spalancati con annesso cervello connesso.
A volte è tutto il contrario; e proprio quella classe del 1989, di giovani manzi da carne e non da vibrazione estetica, aveva intenzione di pascolare tutt’altro. Però io dignitosa e fedele alla consegna quella mattina volevo spiegare la mia lezione. E non solo.
Ero anche convinta che di fronte alla grandezza dell’arte anche le belve s’incantassero (se l’ha fatto Orfeo, pensavo convinta, perché io no? Già perché? Beata incoscienza e beato anche Orfeo).
Ero inoltre determinatissima a leggere e commentare il testo. Foscolo. Uno di quelli su cui vorresti sentire un palpitare all’unisono cuori e anime, in cui vorresti che quel “Né più mai toccherò le sacre sponde” fosse assorbito come linfa vitale: nettare a cui abbeverarsi avidamente. (Ragazzi qui la correlativa “né” è usata in senso evocativo, vedete? Il poeta sottintende che non solo ha perduto fortuna, affetti, amici e patria, ma che non potrà nemmeno più ritornare in patria dopo la sua morte: “Né più mai toccherò…” capite?)
Invece niente, o press’a poco niente. Classe maschile al 90 per cento. Una decina di facce atteggiate a conveniente accondiscendenza, ma distanti anni luce, altre cinque o sei abbastanza interessate, altrettante con aria compita ma la testa altrove (pressorè dopo c’è Prosperini: compito di matematica…), in fondo agli ultimi banchi i soliti zaini uso trincea e barricata dietro alle quali succede qualsiasi trasgressione concepibile in ambito scolastico, e poi l’andirivieni al bagno (posso uscire professoressa? scusate ma per voi l’ora di lettere è diuretica? No è che gli altri non ci mandano! Ah, grazie della fiducia allora ).
Comunque la lezione si avvia, e dopo un po’ molti stanno con la testa sulla immortale Antologia Pazzaglia dello Zanichelli editore; e non solo le ragazze (brave porelle, e carine e intelligenti) prendono appunti; ma qualcuno segue davvero, e chiede spiegazioni, e interrogato interloquisce: insomma la lezione salpa quasi felice e veleggia verso Itaca-Zante tra passato e presente, tra illusione e poesia. Tanto che, perfino Andrea, all’ultimo banco dietro la barricata apre un tenue spiraglio e il solito insofferente è quasi rassegnato. Insomma in qualche modo mi seguono tutti più o meno; tutti, tranne quello al terzo banco della fila centrale il perfido Massimo S.
Lui continua a distrarsi, a parlottare, a sgomitare il compagno. Lui mi sfida o meglio non mi si fila per niente
E’ un ragazzo con gli occhiali, i capelli corti color carotene, alto e robusto, ma sempre raggomitolato per cercare di non farsi notare.
Uno organizzato: decide lui quando studiare, infatti amministra (o così vorrebbe) la scuola e l’impegno scolastico, ha l’agenda delle verifiche e si presenta volontario quando ritiene sia il caso per poi pretendere di avere assolto il suo compito.
E’ un tipo che mi fa innervosire perché secondo me lui considera la scuola come lo sportello delle poste: vado, scrivo il telegramma, pago e ritiro la ricevuta. E la ricevuta è la sufficienza anche in Italiano, materia che lui sopporta appena. La cosa che mi fa ringhiare dentro, ma cerco di dominarmi. Quindi lo richiamo, lo sgrido, lo invito a seguire. E lui risponde: “sì sì, seguo”, “Massimo ma come segui se parli?”, “Questa l’ho fatta in terza media, la so a memoria” risponde con impudenza.
Petulante e insopportabile: come può pensare che un testo fatto “in terza media” possa esser stato analizzato e spiegato come si deve fare al triennio delle superiori. (E silenziosamente mi domando : perché? Perché con tanta letteratura disponibile, alle medie si debbono fare gli autori del programma che poi sarà della maturità… a quale scopo?).
Tuttavia proseguo la spiegazione, approfondisco, chiarisco i risvolti storici, i collegamenti classici. Insomma una spiegazione fatta coscienziosamente (Massimo S. se ne infischia e continua; per non far vedere che ride tiene la testa china). Vado aventi: definizione di sonetto e tipi di sonetto; le rime, le assonanze del testo. Il mondo classico nel Foscolo, il richiamo ai temi ortisiani e a quelli dei Sepolcri…
Massimo non cambia atteggiamento, mi sbircia e finge di mettersi serio ma continua, batto la mano sulla cattedra per richiamarlo all’attenzione, annuisce con degnazione, ma prosegue, e io alzo la voce per sottolineare i concetti. Niente. Quasi un duello. A un certo punto vedo che non finge nemmeno più e si distrae completamente. Ho l’antologia in mano; un bel volumone di peso discreto. Il testo lo conosco a memoria ovviamente (e comunque non mi serve per spiegare, ma per indicare le pagine ai ragazzi).
Quindi continuo la spiegazione … “Tu non altro che il canto avrai del figlio … o materna mia terra …”
Vedo che l’ho completamente perso e non resisto per cui d’impulso lancio il libro in volo planare verso Massimo. I compagni dei banchi davanti a lui hanno visto la mossa e si spostano svelti e il libro atterra sul malcapitato colpendolo tra naso e fronte.
Ne segue una scena epica: la classe si rotola dalle risate, qualcuno allibisce, Massimo si alza feroce (per un attimo penso mi voglia picchiare…)
Poi borbotta oscure minacce (genitori, denunce, ritorsioni).
Oggi mi chiedo come mi sia venuto in mente di fare una cosa simile e come ho fatto lanciarmi così sconsideratamente nella sfida. Non è un gesto che avrei potuto giustificare né è stato un atto razionale, misurato e pensato.
A distanza di vent’anni però confesso che mi rivedo con soddisfazione e non solo stupore. Perché so che il gesto, inconsueto e censurabile certamente, era però in piena coerenza con me stessa: con la determinazione a cogliere sempre la loro attenzione, di stravolgere il loro convenzionalismo, di dimostrare che ci vuole anche coraggio, sfida e prepotenza quando si ha in mente di ottenere qualcosa di importante. E per me trasmettere un insegnamento era importante. Era importante far arrivare nella loro testa la letteratura e una poesia: magari non con il libro allegato.
Ma quel che è fatto è fatto.

lunedì 7 gennaio 2008

EBook - La classe non è doc - Mariaserena Peterlin

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"La classe non è doc" eBOOK -
scaricabile dal sito Lulu.com, alla pagina
Maria Serena Peterlin libri ed eBook

“La classe non è .doc” parla di ragazzi e di scuola, di insegnanti, di dirigenti e della quotidiana vita scolastica. Racconta solo fatti accaduti e persone reali. Non è un’opera di fantasia, però mi sono presa la libertà di interpretare ciò che ho raccontato.
Potrebbe essere definito un diario, anche se non ho registrato sistematicamente giorno per giorno fatti e pensieri.
Ho cominciato quasi per caso: non pensavo a un libro o a un romanzo.
Come insegnante di lettere nel triennio di un Istituto Tecnico di Roma-Eur avevo avuto una terza classe maschile, considerata da tutti come la peggiore di sempre. Ma quella sfida è stata la più interessante e coinvolgente della mia vita di insegnante.
Scrivevo per esprimere le mie riflessioni e qualche contestazione, la passione e l’amore per l’insegnamento, ma anche l’insofferenza e la delusione verso molte situazioni che non riuscivo a condividere e ad accettare. Ho continuato a scrivere e, mentre avevo sempre maggiore motivazioni nel lavoro in classe, trovavo sempre più difficile parlare con alcuni colleghi.
I ragazzi della classe protagonista del mio scritto hanno saputo (non da me) che scrivevo di loro, ma hanno avuto in lettura il testo solo al termine del triennio e dopo la maturità. La loro gioia, l’emozione, l’entusiasmo con cui si sono riconosciuti in ciò che avevo elaborato mi hanno reso felice. Potrei citare le loro lettere, gli sms, le frasi che mi hanno detto, ma ne sono gelosa.
Il passaggio dal file di Word alla realizzazione dell’e-Book è stata opera del team del sito del Praticomondo: è stato interessante affidare ad altri giovani non solo la parte informatica, ma anche la scelta della grafica e della struttura dell’opera. La formula e-Book multimediale ha reso l’insieme molto più vivace perchè ha semplificato la consultazione (che non è rigida), ed abbiamo potuto aggiungere molte foto dei miei ragazzi e qualcuna che racconta anche di me.
Il risultato è ora sul web. Libero e gratuitamente fruibile.
Tenterò una schematica spiegazione delle convinzioni su cui si basa l’e-Book.
All’insegnamento si arriva per tante strade, e nemmeno io ci sono arrivata in prima battuta da neolaureata: però, senza mezzi termini, credo che insegnare senza amare questo lavoro sia colpevole e disonesto.
Nel corso degli anni ci siamo tutti lamentati del fatto che il “livello degli studenti” si abbassava; pochissimi però hanno voluto ammettere che (prima) si era abbassato anche il livello dell’insegnamento.
Insegnare stanca è il titolo di un libro molto interessante di Ossola-Bertinetto del 1982: aggiungerei che anche “imparare e studiare è, per chi vi si impegna, faticoso”. Ed è ancora più faticoso quando gli insegnanti sono meno motivati e coinvolgenti e da quando è diventato evidente che il termine degli studi non apre più la strada del lavoro.
C’è un altra questione fondamentale: la scuola esiste per tutti; però alcuni ragazzi hanno alle spalle famiglia e cultura, altri hanno astuzie e strategie socio-culturali, altri hanno esperienze evolute, altri sono, uso con affetto queste espressioni anche nel libro, ruspanti, non bio-tech, non protetti. Io credo che la loro aggressività, la cosiddetta indisciplina o la maleducazione, il piccolo bullismo (non parlo di fenomeni di delinquenza vera, che peraltro sono, nonostante il clamore mediatico, eccezioni) sono punti di debolezza, sono carenze sulle quali si deve intervenire, sono una sfida a cui l’insegnante non dovrebbe sottrarsi.
Prima di iniziare a distribuire nozioni e concetti è dunque fondamentale conoscere la classe.
E ogni classe è un fenomeno a sé, è un reticolo vivo e interattivo, a volte renitente e insolente.
Purtroppo accade che gli insegnanti non conoscano abbastanza i loro alunni o non si pongano il problema, accade che affermino: “Sono qui per insegnare e se loro non seguono sono affari loro, il mio lavoro è spiegare e non fare lo psicologo”.
Ma la psicologia non c’entra e non è una giustificazione.
Inoltre può accadere che i dirigenti chiedano voti e disciplina e non interventi educativi.
Però la magia dell’insegnamento è anche questa: una volta chiusa la porta dell’aula siamo di fronte ai nostri ragazzi, ai loro occhi e ai loro sentimenti; e se vogliamo, se ci mettiamo in gioco, se non alziamo barriere, tutto può ancora accadere.

Il titolo “La classe non è .doc” è nato come nome di un file di word che stavo salvando. Avevo scritto “La classe”, ma quando ho visto apparire il suffisso “.doc” ho sorriso; la mia classe era tutto, meno che un prodotto “doc”, e così ho aggiunto “non è”; il nomefile “La classe non è .doc” era molto più adatto, e tale è rimasto anche per altri motivi.
Il primissimo file conteneva dei giudizi che avevo scritto sui ragazzi quasi per gioco.
Nel nuovo esame di Maturità l’ammissione si basa sulla media aritmetica delle medie dei voti (scritti e orali, conteggio di crediti e debiti etc) mentre per decenni avevamo elaborato giudizi di ammissione. Per me redigere i giudizi era una prassi acquisita e quasi divertente. Avevo pensato: e se scrivessi come li vedo davvero questi ragazzi? Lo feci. Si trattava di giudizi liberamente ideati: atipici e anticonformisti; scritti ironicamente e più per mettere in luce il carattere, il comportamento, le attitudini e, diciamola tutta, l’umanità naïf e provocatrice; però evidenziavano anche la spaccatura, non priva di drammaticità, tra la realtà studentesca in senso sociale, affettivo e umano (lasciamo in questo frangente in ombra quello culturale) e la scuola solennemente declamata o genericamente ideata nei luoghi deputati della politica scolastica. Mentre li scrivevo constatavo quanto lontani fossero non solo i soloni dell’istruzione, ma anche i mass media, gli opinionisti e le stesse buone famiglie dalla nostra realtà di docenti alle prese con il problema quotidiano dell’istruzione e dell’educazione. Molti infatti non si rendono conto dello sgomento che un bravo e buon insegnante affronta nell’impatto con LA CLASSE. La domanda più pressante infatti è: “…e con questi da dove comincio?”
Il libro è nato così, e dai giudizi sono passata a raccontare la vita nella mia scuola: per descriverla dal di dentro, per raccontare come siamo noi e come sono loro, i ragazzi. È nato per amore verso questa professione che considero bella e in un certo senso fatata; una professione che rende la vita degna e nobile, un lavoro reale e costruttivo del quale non possiamo fare a meno né come individui né come cittadini, né come società. Una professione faticosa e seria, ma senza potere, senza monetizzazione credibile, senza ipocrisie e che dovremmo tutti rispettare. Noi insegnanti per primi.
Ho sempre detestato i cosiddetti “asinari” o “stupidari” scolatici: raccolte di bestialità e di orrori detti un po’ per ignoranzam, un po’ per ingenuità dai nostri ragazzi e golosamente collezionati e raccolti da qualche insegnante non degno del nome. Non mi sono mai piaciuti anche perché se, per contro, i ragazzi avessero pubblicato le asinerie o le isterie dei prof (che collezionano e raccolgono ora su Youtube, ma da sempre sui loro quaderni e diari) probabilmente la classe docente ne uscirebbe pestata e sconfitta da un punteggio in qualche caso umiliante.
Infine mi sono tolta qualche sassolino. Sono stata a volte considerata troppo materna dai colleghi. Questa è stata la critica che mi ha dato più fastidio in assoluto. Una modalità di apertura rispettosa e affettuosa verso i ragazzi non ha niente a che vedere con la maternità. Ribadisco anche nel libro la mia convinzione che l’unica modalità nella quale l’insegnamento trova un senso autentico è quella del dialogo. Insegnare è dialogare: non è semplice e ci mette di fronte a noi stessi fino in fondo. Ma è la specifica dignità del maestro degno di stima.
Ho parlato della scuola rappresentandola dal mio punto di vista.
Non è materiale per una fiction. Di quelle ce ne sono anche troppe.Mariaserena Peterlin Libri ed eBook