chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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domenica 5 giugno 2022

Di #SCUOLA chi parla?

 

da ieri, di ieri?

La quaestio non mi sembra sia : può parlar di #scuola chi scuola la fa, chi entra ogni giorno nelle aule, chi ha anni di servizi eccetera.
Mi sembra sia invece che ne possa parlar chiunque, partendo dall'idea o l'ottica che l'opinione sia diversamente calibrata.
Se parlo di ospedali, di cantieri, di politica, di ferrovie, di commercio non devo essere necessariamente medico, ingegnere, senatore, capotreno o direttore di un supermercato.
La scuola è tanto e provo a dirne qualcosa.
È ambiente di relazione, è formazione, è società, è fondazione di futuro, è luogo di lavoro e vita, è trasmissione e ricezione, è dialogo, è progetto di pensiero critico, è mappa per essere cittadina e cittadino. È esercizio di diritti civili e sociali.

E poi ci sono i #contenuti. Su quelli si tratta e disegnano itinerari.
Ma se ne può parlare, ne dobbiamo parlare, anche da posizioni di contrasto.

Anche dal mio scranno dinosaurico.
E sempre non dimenticando a casa il viatico: ironia e affetto, impegno e passione.

mercoledì 12 settembre 2012

A scuola, con le mani alzate, per imparare!


Per vedere e capire il nuovo occorre sporgersi dalla finestra, ma bisogna prima aprirla e mettere in moto una circolazione ventosa di idee interne/esterne.
D'altronde si sa, la scuola non è impresa da pantofolai.

Coraggio ragazzini, le mani si alzano anche per chiedere, non solo per rispondere.
Alzate le mani, dunque! Alzatele sempre.





Alzarsi dalla sedia
e aprire le finestre
fare scoccar la freccia
non guardare il bersaglio
accendere la miccia
aspettare il ritorno
di quelle mani alzate     
che dicano "Lo so!"
ed indicare al volo
che c'è un'altra visione
ed un'altra possibile
futura soluzione...





domenica 3 giugno 2012

PROFUMO di merito per una SCUOLA TRADITA


A scuola per imparare non per selezionare

E’ vero, le decisioni annunciate dal Ministro Profumo, come al solito , cadono franando sulla scuola, senza aver per nulla ascoltato gli  insegnanti. E tanto meno gli studenti.
Molti insegnanti, dal canto loro, sembrano rassegnati in partenza, a parte qualche malumore.
La scuola di cui parlano leggi e decreti, proposte e dichiarazioni dei politici appare sempre meno un’istituzione per i nostri figli e sempre più un bucintoro burocratico a cui far risparmiare carburante, o una Costa Concordia pilotata dal solito comandante incline all’inchino e con vocazione allo scoglio.
I docenti, troppo spesso impastoiati dalle incombenze di fine anno (ma non solo) non sono ascoltati, ma nemmeno alzano la voce e tengono la testa china sui prospetti degli scrutini. I loro rappresentanti sindacali? Flebili voci asservite, per nulla autorevoli.
Francamente, ma io forse sono una troppo all'antica, di fronte a un attacco così pesante alla scuola, all'idea stessa di diritto allo studio, al distorcimento (...lo so non esiste ma lo scrivo lo stesso) , alla mala-istruzione che si profila... insomma i sindacati della scuola dovrebbero lanciare un’iniziativa forte;  il blocco degli scrutini ad esempio.
Vi è poi un’altra questione che mi sembra pesante.
Quella dello “studente dell’anno”, la nuova figura istituita da questo ministro: lo studente meritevole unico da premiare selezionandolo tra tutti e che avrà agevolazioni d’ogni tipo: dai mezzi pubblici all’esonero dalle tasse. Ed anche su questo non si levano voci contrarie.
Dunque noi insegnanti abbiamo già accettato che si interpreti la parola "merito" (sulla quale si potrebbe anche discutere intelligentemente) come un discrimine che selezione i presunti "eccellenti" come in una barbarica e primordiale lotta per la sopravvivenza?
Siamo davvero caduti così in basso? 
Dove è finita la scuola italiana? 

Il merito sarebbe una qualità che corrisponde alla valutazione più alta che si esprime con un numero, è un valore che separa buoni e cattivi, e dunque portatore di esclusione?
Vogliamo almeno contestare questa interpretazione burocratica che stravolge la didattica e discutere cosa si dovrebbe intendere a scuola per "merito" oppure ci teniamo questa mediocre concezione  che potrei anche definire, senza tanti problemi, classista dell'istruzione?
Forse la scuola serve a questo?
E i cittadini italiani, e le famiglie degli studenti accettano di pagare tasse per avere questa scuola?

martedì 8 maggio 2012

Elsa Fornero, condotta zero


Elsa Fornero ha deciso di occuparsi di giovani e scuola, e lo fa da par suo: sentenziando acidamente e senza porsi alcun problema. Si accorge, ora che sta al governo, e dopo aver scalato tutto lo scalabile accademico e non, che è tempo di bacchettare i giovani che studiano troppo poco.

Ma va? Ma che strano! Noi, insegnati distratti e sbadati, invece pensavamo di essere in un paese non solo di di santi, di poeti, di eroi e di contribuenti corretti, di politici onesti, di super manager francescani, ma anche di studenti tutti capaci, encomiabili e meritevoli dediti allo studio e al sacrificio in vista di magnifiche sorti e progressive fortune.
Evidentemente le nuove generazioni sono, a nostra insaputa, molto diverse e tali da meritare l'etichetta di ignoranti.
Eppure ci era parso di averlo detto tante volte che la scuola ha qualche affanno vecchio di decenni. Ma questo non ha impedito a prof come Elsa Fornero et similia di veleggiare approdando (con tanto merito e sudore!) sia alle cattedre accademiche sia ai seggioloni governativi di rosso damasco rivestiti. 
E allora come la mettiamo?
Tutte le aureole a loro e tutta la monnezza a noi, plebaglia e gente di scuola?
La verità è che i meccanismi con cui questi signori e signore vanno in cattedra sono tali per cui è più facile parlare delle carenze altrui. La scuola ha di certo svariati problemi, tra questi vi è certamente anche il modesto livello di alcuni insegnanti e Dirigenti dovuto anche al fatto che negli ultimi decenni il reclutamento dei docenti è stato condotto in modo discutibile. Ma chi ha gestito il MIUR e i meccanismi di reclutamento?
E questo è solo uno dei dati. A questi vanno sommati altri fattori:
a) la mutata situazione giovanile, su cui si scrivono libri, ma che rimane un esteso problema generazionale non risolto
b) i discutibili tentativi di successive riforme della scuola abortiti, falliti, imposti senza risultati
c) la distanza sempre crescente tra la realtà giovanile e gli adulti (buoni solo a sentenziare)
d) una ostinata politica di tagli, di accorpamento di classi, di risparmio sull’aggiornamento del personale docente
e) i progetti senza né capo né coda, ma che hanno sottratto risorse a progetti validi, insomma ci sono tanti elementi e non è semplice citarli tutti.

Si aggiunga che anche un insegnante determinato a superare ogni ostacolo e che profonde passione, competenza ed energie nel suo lavoro oggi si trova di fronte a:
a) il violento furto di futuro fatto ai danni dei giovani
b) la mancanza di prospettive dopo il diploma
c) l'evidenza che il titolo di studio non conta di fatto nulla e che per un compenso di 800 euro al mese precarissimo vale altrettanto una laurea specialistica come la solita licenza media.
 E allora come esortiamo i ragazzi ad impegnarsi ? E come si fa a dir loro: studia e costruirai il tuo domani?
Cosa promettiamo sogni e chimere?
Di che parliamo? Di una ministra che blocca il traffico per acquistare le sue calzature esclusive e inanella bracciali e collane insieme ad altrettante e più castronerie?
Di una che si asciugava le lacrime con la seta e ora punta il dito ingioiellato?
Di un’ex prima-della-classe che dice, disdice e si contraddice?
Ma ci faccia il piacere Elsa, e attenta alle paccate.
Non ci provochi Elsa, non le conviene proprio!
Ma già, a lei conviene sempre: vogliamo confrontare gli stipendi?

giovedì 27 ottobre 2011

Mariastella e la rivoluzione delle Barbie - di Mariaserena

Mariastella Gelmini 
LA SVENTURATA (che fu nominata all'Istruzione) DISPOSE.


Credeva fosse una casa di bambole, invece era la scuola pubblica.
(post già pubblicato già nel Settembre 2009, ma ovviamente profetico.)

Si avverte che qui si fa un po' di satira, in regime di reciproca libertà.

La fortunata Mariastella quella volta ebbe in regalo un gioco bellissimo e nuovo; una grande, anzi enorme Scuola della Barbie con tanto di Miur, Usp e compagnia bella, con tanto di kit per la costruzione di mini-grandi scuolette, con tanti Big Jim prof e amiche della Barbie-maestre.
Aperta la confezione la gongolante Mariastella cominciò quello che riteneva il più bel gioco della sua vita. Si mise gli occhiali rosa, poi li tolse e scelse quelli blu-elettrico e dispose gli edifici, le aulette, le palestrine ed i mini-laboratori.
 
Mise i vestitini alle sue piccole mini alunne ed ai piccoli mini-alunni che ora sembravano i nanetti di Biancaneve del giardino, pettinò le maestre e lucidò vigorosamenti i prof Big-Jim.
 
Poi si dedicò all’edificio miur e, appolaiatasi sulla sua poltrona a viale Trastevere giocò a fare le ordinanze e le circolari. Arrivò a casa sua lo zio economista che le disse:
 

- Mariastella sei felice?
- Oh sì zietto Economista!
- E lo sai, vero, che nonostante tu sia piccola piccola hai avuto un bellissimo dono?
- Ooohhh sì zietto Economista!
- Lo sai vero che per un bel po’ devi accontentarti vero?
- Oh sì certo!
- Ok allora adesso gioca pure, ma non chiedere altro!

La felice Mariastella si fece prudente;

giovedì 29 settembre 2011

Comma ammazza blog


Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata #noleggebavaglio

Aderisco all’invito di valigiablu a diffondere lo stesso post come segnale di protesta contro il comma 29, il cosiddetto ammazza-blog. Pubblico dunque, come molti altri nella Rete, l’articolo di Bruno Saetta che spiega con precisione perché questa norma sia inaccettabile.
Continua a leggere … sul blog di Andreas Formiconi. Grazie.

giovedì 3 marzo 2011

Non è mai troppo tardi, per dissentire: fratelli d'Italia... l'Italia chiamò

Goffredo Mameli
No, non è mai troppo tardi per dissentire dal coro osannante l’esibizione equestre-recitante dell’attore Roberto Benigni che dopo essere passato per un accreditato esegeta della Commedia Dantesca ha scelto un argomento meno impegnativo, ma assai più popolar-nazionale, dilungandosi,dal palco dell'Ariston, in una presunta e discutibile spiegazione dell’Inno di Goffredo Mameli, poeta, patriota e martire del Risorgimento.

Non è tardi perché, anzi, è assai meglio attendere, riflettere, e gustare freddo il sapore della ragione. In queste ore, scesi il sipario e l’attenzione sulle esibizioni iperpagate a Sanreno (e non si vengano a giustificare i milioni con l’alibi che sono stati dati in beneficienza perchè la beneficienza si poteva e doveva fare anche senza passare attraverso Benigni, ed anzi è imperativo non sprecare denaro e sostenere invece la sanità e la ricerca) una domanda è lecita e necessaria.
Che cosa resta di utile di quell’esibizione? Oggi si parla di sabotaggio della legalità, di federalismo fiscale, di eventuali nuove tasse, di fazzoletti verdi sventolati come il vessillo di un battaglione eroico e vincente.  Si parla di altri morti in missione di pace. Si parla di territori devastati da due o tre giorni di pioggia… Si parla dell’accurata e meticolosa pratica diserbante e defoliante che si fa della scuola pubblica. Si parla di minori che scompaiono da casa e che vengono o ritrovati cadaveri. Ma in quale paese viviamo?
Si parla del Nord Africa e di migliaia di disperati in fuga di fronte ai quali si sollecita la  preoccupazione che non ci invadano, ma che vengano fermati. Ma certo fermiamoli, e cantiamogli l’inno di Mameli, forse arretreranno sgomenti e intimiditi. Cosa sono violenza e guerra, fame e stato di profugo a confronto di una bella spiegazione dell’Inno?
Siamo davvero nn paese in cui siamo pronti a inghiottire qualunque minestra mediatica e divorare un po’ di tutto? E tutto siamo in grado di digerirlo senza troppi se e ma? Oppure sono i media che vogliono dare questa immagine e questa soltanto e il cervello medio si assopisce beato tutto obliando?
No, non è troppo tardi per dissentire. Ieri riordinavo le mie sbertucciate cartelline di cartone che contengono ciò che ho fatto negli ultimi anni di scuola: compiti, dispensine, appunti, fotocopie, copie di prospetti degli scrutini, giudizi e tanto altro. Tra le carte è emersa una fotocopia dell’Inno di Mameli: parole e musica, insomma lo spartito completo.Sia chiaro, niente di che e niente di cui vantarsi. Lo avevo dato ai miei studenti che, in occasione di un mondiale di calcio perché era diventato di moda cantare a squarciagola l’inno nazionale senza nemmeno capire quello che dicevano. Tutto qui. Una delle mille cose che si fanno durante un anno scolastico senza presumere di essere per questo docenti doc, ma solo onesti lavoratori . Sicuramente altri docenti hanno fatto cose simili e probabilmente migliori. Sicuramente molte famiglie si sono dedicate ai loro progetti di vita e milioni di lavoratori hanno fatto quotidianamente il loro dovere.
Ma tutto questo Morandi non lo sa e per questo ha affermato commosso e compunto che la “lectio magistralis” (mioddiooooo “lectio magistralis” addirittura…) di Benigni doveva essere fatta vedere a tutti gli studenti d’Italia; e per questo il Miur di Fioroni decise che i dvd della Commedia letta da Benigni (letta e niente di più… non diciamo cose esagerate) dovessero essere distribuiti nelle scuole.
Basta con queste carnevalate. Unicuique suum. A ciascuno il suo (mestiere), cercando di essere tutti utili al paese. Per questo è ora di finirla e di  proporre invece retribuzioni omogenee, eque e paritarie per qualsiasi lavoro e funzione (dal senatore al precario). Basta con le scandalose disuguaglianze sociali ed economiche. 
Perché il Benigni democratico non usa il suo carisma per cause socialmente utili?
Proposta anacronistica? maoista? E perché? Vale così tanto di più un cittadino X su un altro Y?
O non siamo più fratelli d’Italia, stretti a coorte, pronti alla morte chè l’Italia chiamò?
E allora che problema c’è ad andare tutti, ma proprio tutti (presunti geni compresi) al regime di mille-cinque / duemila euro (facciamo anche duemilacento)  al mese?
Fratelli d’Italia,  siam pronti alla morte…. l’Italia chiamò.

venerdì 11 febbraio 2011

Docenti da difendere, purché attacchino - di Mariaserena Peterlin

Dire che gli insegnanti si meritino delle critiche è ben diverso dall’accettare che sia giusto togliere la stima a tutti a causa di alcuni.
Anche io penso (e mi spiegherò meglio più avanti) che la categoria dei docenti non abbia fatto abbastanza per mantenere il rispetto al proprio ruolo ed è in quest’ottica che leggo sottoscrivo la frase di Gianni Marconato : - Resta comunque il fatto che il principio di autorità regge sempre di meno, che il ruolo protegge, tutela sempre di meno e che la sua autorevolezza, l’insegnante, se la deve procurare da solo col duro lavoro sul campo.-
Potremmo anche dire che molte sono le categorie non più rispettate come “una volta”, ad esempio i medici e gli ingegneri, i politici e le madri di famiglia, il clero e le forze dell’ordine, gli artigiani e gli intellettuali e potremmo continuare; ma nemmeno tra i rapporti di condominio o degli utenti della metropolitana c’è più la vecchia e diffusa “buona  e formale educazione”.
Non generalizzo, ma confermo che è la società ad essere, e violentemente, cambiata.
Immaginare che l’insegnate sia esente da questa sorta di, mi si permetta l’espressione, incanaglimento dei rapporti sociali è illogico, ma certamente non incoraggiante.
Sono in piena sintonia con Vittoria Patti quando scrive - Neanche il genitore più arrogante ed ottuso si prenderebbe la briga di maltrattare un insegnante che il figlio stima, e di cui quindi in casa parla in modo positivo. E per guadagnare la stima degli studenti, bisogna semplicemente stimarli…- Questa è anche, da tempo, la mia tesi di fondo e vedo che anche altri amici vi si accostano.
Dobbiamo costatare che le prime critiche generiche, generalizzanti e squalificanti sono venute proprio da coloro che (MIUR, Fioroni, Gelmini, Funzionari del ministero vari) avrebbero dovuto, per principio e dovere d’ufficio, seguire la categoria dei docenti, incentivarne l’azione e l’aggiornamento. Invece l’hanno tenuta e tengono sotto scacco squalificandola.
Se è vero che il bravo e valoroso insegnante riesce a ottenere la stima dei suoi studenti, è anche vero che il suo percorso è attualmente disseminato di tagliole (prove INVALSI ad esempio).
Dai Soloni del Miur e dell’OCSE si pretende che gli studenti italiani (a partire dalla seconda elementare) siano omogeneamente valutati, allineati sulle stesse competenze, uguali e coperti dalle stesse situazioni sociali. Si pretende che, tramite il vaglio delle suddette prove, dove tuttavia il nozionismo dilaga, dimostrino di saper ragionare.
Ma la vera domanda è : sanno questi signori cosa significhi “ragionare”  per un bambino o ad un adolescente?  Sanno cosa significa il tempo educativo? Sanno che i ragazzi non maturano, come i cocomeri, tutti nello stesso periodo?
Noi insegnanti, guarda caso e fatte salve le solite malerbe, lo sappiamo e siamo consapevoli che tutto l’apparato di presunto merito e presunte eccellenza e verifiche è inattendibile, vive di una fama immeritata ed infondata e sta facendo più danni di quelli che si possono immaginare.
È tempo che gli insegnanti usino i loro specifici strumenti culturali  e professionali per cominciare a dire “nossignore” invece che “signorsì” ai dirigenti, ai funzionari, al pedagoghi mediatici e non, ai Ministri (onorevole eccellenza/cavaliere senatore come diceva Rino Gaetano) e a tanti presuntuosi opinionisti.
La categoria dei docenti è o dovrebbe essere quella che, per competenza e pratica professionale, ha titolo per esprimersi sulla realtà della situazione giovanile (argomento che angoscia molti benpensanti e non) eppure si lascia bacchettare: perché?
Perché i docenti con idee si sentono isolati o soli?
Perché troppi di loro hanno mollato il timone e si lasciano andare alla deriva?
Perché il conformismo della contrapposizione famiglia-scuola deve trionfare?
In queste condizioni, e valutato il contesto, la scuola rischia di morire collassando su se stessa.
Ripartiamo dall’affermare che siamo persone impegnate in un lavoro da cui dipende non tanto “il futuro del paese” (come si ama dire per alzare retoriche fine a se stesse) quanto la vita di ciascun giovane cittadino e, di conseguenza, la sua possibilità di essere “società civile” domani.

E’ questo il momento di contarsi, di chiamare a raccolta i docenti che condividano  contenuti qualificanti quali la conoscenza delle problematiche pedagogiche, delle pratiche didattiche ed il senso della alla missione educativa.
Occorre dire ad alta voce che nella scuola si svolge un lavoro quotidiano immerso nella realtà sociale, e che questa realtà non è omogenea (anche se nessuno sembra volersene accorgere). Tra i vari paesi a città, tra i nord e i sud, tra i livelli socio-economico-culturali, tra le diverse provenienze famigliari ed etniche, tra i nuovi italiani ci sono mille sfumature  che non si può pretendere di “valutare” come se si trattasse si automobili a confronto con automobili o pomodori a confronto con pomodori.
Di questi ragazzi assumiamo la responsabilità nella consapevolezza che ogni gesto di un docente ha un suo peso e una conseguenza.
Lo abbiamo ammesso,  ci sono i mediocri o pessimi docenti che non meritano giustificazioni, ma se  in un ambiente si lavora male il torto non è solo di chi, pur colpevolmente sbaglia , è prima di tutto dei responsabili e quindi anche a scuola non si può attribuire tutto ai docenti che spesso si sentono ormai allo sbando e al “si salvi chi può”

Ascolto e parlo con i docenti e li sento investiti da un profondo disagio,  so che alcuni sono addirittura intimoriti.
Affrontano genitori sospettosi o minacciosi che pensano solo al pupo di casa, studenti del tutto immuni da soggezione o abitudine al rispetto, dirigenti aziendalisti e indifferenti alla didattica, un ministro che non conosce la scuola, pomposi funzionari pontificanti che annunciano valutazioni del lavoro docente senza aver, dal canto loro, insegnato un giorno che sia uno.
Torniamo dunque all’esempio delle prove INVALSI; sono somministrate con indifferente livellamento (come la grandine d’agosto sui campi o sulle officine, sull’Appennino e sul mare, sulle automobili o sugli edifici) su classi distribuite tra Aosta e Lampedusa: cosa riusciranno a dimostrare?
Non rileveranno elementi utili a evidenziare le difficoltà incontrate dai ragazzi per i quali programmare e tarare il lavoro del docente, ma presumono di poter verificare se gli alunni hanno “imparato” e quanto.


Di conseguenza se un insegnante avrà in classe troppi ragazzi che non imparano, si sentirà a sua volta valutato negativamente e frustrato poiché anche la considerazione e il suo prestigio personale, e probabilmente lo stipendio e carriera, saranno direttamente proporzionali al suo insuccesso o successo.
E allora come potrebbe reagire il docente?
Se è uno in gamba o un eroe (perché ormai siamo a questo) se ne infischierà nel nome della sua missione e si sacrificherà salvando i  ragazzi, perché è su di loro che investe il suo lavoro.
Ma se non è abbastanza eroico o in gamba sacrificherà invece ragazzi meno “dotati” o con problemi e li imputerà del suo fallimento e li escluderà dalla scuola bocciandoli.
La lotteria delle valutazioni è pronta, basta solo dare inizio ad un meccanico giro di manovella ... e il danno sociale sarà enorme, incalcolabile.
L’Italia sarà sempre più povera di teste che ragionano, perché a nessuno interessa che i cittadini pensino e siano critici.
La sensazione  dunque è, purtroppo, che si vada incentivando un allevamento di consumatori obbedienti, non di cittadini.
Fermiamo il disastro. Ogni gesto virtuoso può essere  un granello che contribuisce ad inceppare questo meccanismo perverso.
Si rivendichino invece identità professionale e specifiche competenze e si unisca la categoria sui contenuti di una lotta qualificante: finiamola con le tristezze  sconcertanti del tipo “docenti in mutande” e “la scuola è morta”. Finiamola di dire “però in classe mia….”  quando anche i gatti sanno che la formazione delle classi non è il risultato dell’opera della Dea bendata…
Basta con gli slogan qualunquisti e vittimistici.
Ci vuole più coraggio e meno dipendenza dall’opinione altrui e dai media. La scuola deve essere viva. Viva la scuola. 

lunedì 7 gennaio 2008

EBook - La classe non è doc - Mariaserena Peterlin

clicca qui
"La classe non è doc" eBOOK -
scaricabile dal sito Lulu.com, alla pagina
Maria Serena Peterlin libri ed eBook

“La classe non è .doc” parla di ragazzi e di scuola, di insegnanti, di dirigenti e della quotidiana vita scolastica. Racconta solo fatti accaduti e persone reali. Non è un’opera di fantasia, però mi sono presa la libertà di interpretare ciò che ho raccontato.
Potrebbe essere definito un diario, anche se non ho registrato sistematicamente giorno per giorno fatti e pensieri.
Ho cominciato quasi per caso: non pensavo a un libro o a un romanzo.
Come insegnante di lettere nel triennio di un Istituto Tecnico di Roma-Eur avevo avuto una terza classe maschile, considerata da tutti come la peggiore di sempre. Ma quella sfida è stata la più interessante e coinvolgente della mia vita di insegnante.
Scrivevo per esprimere le mie riflessioni e qualche contestazione, la passione e l’amore per l’insegnamento, ma anche l’insofferenza e la delusione verso molte situazioni che non riuscivo a condividere e ad accettare. Ho continuato a scrivere e, mentre avevo sempre maggiore motivazioni nel lavoro in classe, trovavo sempre più difficile parlare con alcuni colleghi.
I ragazzi della classe protagonista del mio scritto hanno saputo (non da me) che scrivevo di loro, ma hanno avuto in lettura il testo solo al termine del triennio e dopo la maturità. La loro gioia, l’emozione, l’entusiasmo con cui si sono riconosciuti in ciò che avevo elaborato mi hanno reso felice. Potrei citare le loro lettere, gli sms, le frasi che mi hanno detto, ma ne sono gelosa.
Il passaggio dal file di Word alla realizzazione dell’e-Book è stata opera del team del sito del Praticomondo: è stato interessante affidare ad altri giovani non solo la parte informatica, ma anche la scelta della grafica e della struttura dell’opera. La formula e-Book multimediale ha reso l’insieme molto più vivace perchè ha semplificato la consultazione (che non è rigida), ed abbiamo potuto aggiungere molte foto dei miei ragazzi e qualcuna che racconta anche di me.
Il risultato è ora sul web. Libero e gratuitamente fruibile.
Tenterò una schematica spiegazione delle convinzioni su cui si basa l’e-Book.
All’insegnamento si arriva per tante strade, e nemmeno io ci sono arrivata in prima battuta da neolaureata: però, senza mezzi termini, credo che insegnare senza amare questo lavoro sia colpevole e disonesto.
Nel corso degli anni ci siamo tutti lamentati del fatto che il “livello degli studenti” si abbassava; pochissimi però hanno voluto ammettere che (prima) si era abbassato anche il livello dell’insegnamento.
Insegnare stanca è il titolo di un libro molto interessante di Ossola-Bertinetto del 1982: aggiungerei che anche “imparare e studiare è, per chi vi si impegna, faticoso”. Ed è ancora più faticoso quando gli insegnanti sono meno motivati e coinvolgenti e da quando è diventato evidente che il termine degli studi non apre più la strada del lavoro.
C’è un altra questione fondamentale: la scuola esiste per tutti; però alcuni ragazzi hanno alle spalle famiglia e cultura, altri hanno astuzie e strategie socio-culturali, altri hanno esperienze evolute, altri sono, uso con affetto queste espressioni anche nel libro, ruspanti, non bio-tech, non protetti. Io credo che la loro aggressività, la cosiddetta indisciplina o la maleducazione, il piccolo bullismo (non parlo di fenomeni di delinquenza vera, che peraltro sono, nonostante il clamore mediatico, eccezioni) sono punti di debolezza, sono carenze sulle quali si deve intervenire, sono una sfida a cui l’insegnante non dovrebbe sottrarsi.
Prima di iniziare a distribuire nozioni e concetti è dunque fondamentale conoscere la classe.
E ogni classe è un fenomeno a sé, è un reticolo vivo e interattivo, a volte renitente e insolente.
Purtroppo accade che gli insegnanti non conoscano abbastanza i loro alunni o non si pongano il problema, accade che affermino: “Sono qui per insegnare e se loro non seguono sono affari loro, il mio lavoro è spiegare e non fare lo psicologo”.
Ma la psicologia non c’entra e non è una giustificazione.
Inoltre può accadere che i dirigenti chiedano voti e disciplina e non interventi educativi.
Però la magia dell’insegnamento è anche questa: una volta chiusa la porta dell’aula siamo di fronte ai nostri ragazzi, ai loro occhi e ai loro sentimenti; e se vogliamo, se ci mettiamo in gioco, se non alziamo barriere, tutto può ancora accadere.

Il titolo “La classe non è .doc” è nato come nome di un file di word che stavo salvando. Avevo scritto “La classe”, ma quando ho visto apparire il suffisso “.doc” ho sorriso; la mia classe era tutto, meno che un prodotto “doc”, e così ho aggiunto “non è”; il nomefile “La classe non è .doc” era molto più adatto, e tale è rimasto anche per altri motivi.
Il primissimo file conteneva dei giudizi che avevo scritto sui ragazzi quasi per gioco.
Nel nuovo esame di Maturità l’ammissione si basa sulla media aritmetica delle medie dei voti (scritti e orali, conteggio di crediti e debiti etc) mentre per decenni avevamo elaborato giudizi di ammissione. Per me redigere i giudizi era una prassi acquisita e quasi divertente. Avevo pensato: e se scrivessi come li vedo davvero questi ragazzi? Lo feci. Si trattava di giudizi liberamente ideati: atipici e anticonformisti; scritti ironicamente e più per mettere in luce il carattere, il comportamento, le attitudini e, diciamola tutta, l’umanità naïf e provocatrice; però evidenziavano anche la spaccatura, non priva di drammaticità, tra la realtà studentesca in senso sociale, affettivo e umano (lasciamo in questo frangente in ombra quello culturale) e la scuola solennemente declamata o genericamente ideata nei luoghi deputati della politica scolastica. Mentre li scrivevo constatavo quanto lontani fossero non solo i soloni dell’istruzione, ma anche i mass media, gli opinionisti e le stesse buone famiglie dalla nostra realtà di docenti alle prese con il problema quotidiano dell’istruzione e dell’educazione. Molti infatti non si rendono conto dello sgomento che un bravo e buon insegnante affronta nell’impatto con LA CLASSE. La domanda più pressante infatti è: “…e con questi da dove comincio?”
Il libro è nato così, e dai giudizi sono passata a raccontare la vita nella mia scuola: per descriverla dal di dentro, per raccontare come siamo noi e come sono loro, i ragazzi. È nato per amore verso questa professione che considero bella e in un certo senso fatata; una professione che rende la vita degna e nobile, un lavoro reale e costruttivo del quale non possiamo fare a meno né come individui né come cittadini, né come società. Una professione faticosa e seria, ma senza potere, senza monetizzazione credibile, senza ipocrisie e che dovremmo tutti rispettare. Noi insegnanti per primi.
Ho sempre detestato i cosiddetti “asinari” o “stupidari” scolatici: raccolte di bestialità e di orrori detti un po’ per ignoranzam, un po’ per ingenuità dai nostri ragazzi e golosamente collezionati e raccolti da qualche insegnante non degno del nome. Non mi sono mai piaciuti anche perché se, per contro, i ragazzi avessero pubblicato le asinerie o le isterie dei prof (che collezionano e raccolgono ora su Youtube, ma da sempre sui loro quaderni e diari) probabilmente la classe docente ne uscirebbe pestata e sconfitta da un punteggio in qualche caso umiliante.
Infine mi sono tolta qualche sassolino. Sono stata a volte considerata troppo materna dai colleghi. Questa è stata la critica che mi ha dato più fastidio in assoluto. Una modalità di apertura rispettosa e affettuosa verso i ragazzi non ha niente a che vedere con la maternità. Ribadisco anche nel libro la mia convinzione che l’unica modalità nella quale l’insegnamento trova un senso autentico è quella del dialogo. Insegnare è dialogare: non è semplice e ci mette di fronte a noi stessi fino in fondo. Ma è la specifica dignità del maestro degno di stima.
Ho parlato della scuola rappresentandola dal mio punto di vista.
Non è materiale per una fiction. Di quelle ce ne sono anche troppe.Mariaserena Peterlin Libri ed eBook

mercoledì 12 dicembre 2007

Da FIORONI a GARIBALDI e ritorno

Da Fioroni a Garibaldi (e ritorno)
L'incauto navigatore che percorrendo l'ampio oceanico web decidesse di approdare per una sosta culturale ristoratrice presso il sito della Pubblica Istruzione (il portale per l'autonomia e l'innovazione, recita, modestia a parte, l'intestazione di Viale Trastevere) cliccando su http://www.pubblica.istruzione.it/
verrebbe accolto dal sorriso ben pasciuto in grisaglia grigioperla e cravatta azzurro-laziale del principale inquilino. Ma se, non contento se ne addentrasse nei seni e nei golfi e, ancor non pago si inoltrasse con vero sprezzo del pericolo nella baia della sezione studenti http://www.pubblica.istruzione.it/studentionline/ si imbatterebbe immediatamente in tempestosi guardiani dal nomi inequivocabili: Sezione legalità, Sezione bullismo, Sezione costituzione (tutte attive e cliccabili) e da una modesta Sezione diritto allo studio non ancora attivata.

Se l'austera atmosfera non l'avesse ancora scoraggiato a sufficienza, l'avventuroso web-nauta potrebbe essere tentato dall'esplorare le Ultime notizie e in particolare la -Proposta alle scolaresche di un soggiorno a Genova in occasione della rassegna “Garibaldi. Il mito” -
Ed ecco aprirsi al suo sguardo l'accogliente e bella scritta rossa a caratteri x-large : Dal mito alla Superba - Garibaldi e Genova Proposte alle scolaresche di un soggiorno a Genova in occasione della rassegna: "Garibaldi. Il mito" -
Sissignori. Garibaldi. Il mito.
Seguono dettagliati programmi articolati e distinti per tipi di scuole : Elementari, Medie e Superiori. Con illustrazione degli itinerari, dei pranzi al sacco e, in caso di pioggia, in uno spazio coperto e così via.
Niente di sorprendente, niente di negativo. Considero la visita di studio un evento positivo e utile all'esperienza socio-affettiva e culturale dei ragazzi. Rimane da chiedersi se sia educativo storicamente corretto proporre con tanta naturalezza la definizione di "Mito" per la complessa figura di Garibaldi. Se sia corretto sponsorizzare quella mostra in quella determinata città e prospetticamente orientarla a quella visione storica. E rimane da chiedersi se nelle centinaia di altre belle città italiane (Venezia, Ferrara, Napoli, Firenze etc) manchino spazi, eventi, occasioni.
Garibadi e basta invece... ma perchè?


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