chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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venerdì 4 maggio 2012

Qualche idea sulla scuola? Ma non solo dagli addetti ai lavori


Ma a che serve la scuola?





Breve premessa: ho scritto questo post alcuni mesi fa; mi ripromettevo di riprenderlo per farne un saggio breve, proprio sullo stile dei temi di esami di stato. Ma oggi lo pubblico così com’è. Sono stanca di bibliografie che mettono in evidenza solo gli autori. Faccio una scelta di libertà e provo, invece, a dire come la penso. La scuola è per tutti: è  così realmente e, al di là delle affermazioni ufficiali, abbiamo davvero un’istruzione per tutti?
Cosa fa sì che, nei fatti, il nostro sistema scolastico faccia ancora registrare un alto tasso di abbandono e che una Ministro, recentemente passata ad altre attività, abbia registrato come un successo l’aumento del numero degli studenti bocciati?
Dunque, si sarebbe tentati di concludere, nella nostra scuola, esiste una quota di esclusione inevitabile e comunque necessaria a garantire i progressi degli studenti apprezzati come i migliori?
Nel secondo dopoguerra abbiamo creduto nell’alfabetizzazione di massa, è stato alzata l’età dell’obbligo scolastico ed è stata realizzata la scuola media unica. Abbiamo assistito a una fase che potremmo definire di euforia scolastica. Non solo gli insegnanti si son fatti ricercatori di metodi e sperimentatori di pratiche, non solo c’è stata una fase di consenso generale nei confronti della scuola pubblica, ma non c’è stata famiglia che non abbia voluto fortemente l’istruzione per i figli, magari fino alla laurea.Studiare significava crescere socialmente ed economicamente, e le case delle famiglie più semplici mettevano in evidenza, in piccoli scaffali, le raccolte delle enciclopedie acquistate a rate. (Ricordi che suscitano tenerezza in chi ha vissuto quei tempi, seppure bambino.)
Oggi, da più parti, si levano invece motivate opinioni di coloro che lamentano il fallimento (vero, parzialmente vero, presunto) dell’istruzione di massa e, soprattutto, prevalgono con insistenza e impatto mediatico di grande effetto, le teorie dell’eccellenza, del merito e della meritocrazia.
Si organizzano manifestazioni nazionali che premiano i talenti, anche nello studio. Si celebra l’esame di stato ottenuto con il massimo dei voti e la lode, recentemente istituita. Nella realtà dei fatti è inevitabile e naturale registrare che non tutti i ragazzi abbiano lo stesso talento e possano ottenere lo stesso livello nei risultati scolastici; infatti non soltanto registriamo un aumento dell’abbandono, ma constatiamo sovente che un risultato positivo può essere durevole o fragile e, passando da un ordine degli studi ad un altro fino all’Università i successi si diradano.Ma tutto questo è sufficiente a farci dire che l’istruzione non è per tutti? In realtà è probabilmente l’istruzione omologante a non essere per tutti. In realtà è applicare per tutti lo stesso metodo e gli stessi processi di apprendimento che crea l’esclusione. Spesso si proclama il valore della differenza quando si applica ad ambiti graditi o che ci risolvono i problemi, ma stentiamo ad accettarlo quando si parla dell’altro intendendo tutti gli altri. La scuola è in grado di accogliere e di prendersi cura, allo stesso modo di bambini, ragazzi, adolescenti in fase di ribellione, studenti con modalità di apprendimento diverse, ragazzi problematici?
Nel campo dell’educazione i tempi non sono automatici e i risultati nemmeno. Non vale il proverbio che il buon giorno si vede dal mattino, casomai si dovrebbero applicare i proverbi dell’agricoltura (ne cito uno pescato tra i tanti) : “La ricchezza del contadino sta nelle braccia e chi ne vuole se ne faccia.” il che significa processi lunghi, costante impegno, flessibilità, capacità di relazionarsi con l’altro anche riscrivendo un programma o un piano di lavoro a misura della realtà classe.
Alcuni insegnanti lo fanno. Probabilmente la messa in pratica dell’idea dell’alfabetizzazione di massa è stata condotta anche velleitariamente ed è anche vero che non tutto è andato bene. Ma rinunciare all’idea di riconoscere il diritto allo studio come una garanzia proposta dalla Costituzione è una doppia grave sconfitta.
Infatti  se l’accettiamo noi rinunciamo non solo a perseguire all’obbiettivo di garantire il diritto allo studio, ma anche all’opportunità di usare un importante strumento culturale che può affrontare e risolvere in modo equo e qualificante il problema dell’integrazione multiculturale non solo delle ragazzi di seconda generazione, ma anche degli adulti immigrati o, per dir meglio, migranti. Rinunceremmo altresì a creare strumenti culturale avversi e strategicamente efficaci contro questa devastante crisi di sistema (economica e culturale)  che non sarà risolta senza la partecipazione dei giovani, dei nuovi cittadini, di tutti. Insegnanti compresi. Ogni istituzione oggi è chiamata a rispondere della sua utilità in termini di bilancio. E’ inevitabile in tempo di crisi, ma dovrebbe esserlo sempre.
Perché dobbiamo lottare per la scuola pubblica? Non per alzare sterili grida o vani lamenti su retribuzioni, orari, riconoscimento sociale; ma perché lottare significa anche andare avanti, incamminarsi verso nuove strade. Lottare significa anche fare ricerca, individuare strumenti, sperimentare e verificare percorsi. Alcuni di noi sono nella scuola come insegnanti, dirigenti, formatori. Altri lo sono come studenti, altri desidererebbero aggiornarsi sia in campo professionale sia imparando la lingua. Tutti costoro sono, come evidente, parti in causa. E nel frattempo non possiamo, non dobbiamo pensare che chi ha terminato dei suoi studi, possa dimenticare la scuola. Possiamo infatti chiudere una fase, ma la scuola non ci lascerà; la scuola è dentro di noi. Purtroppo può accadere che lasci tracce negative, ma non è sempre così. Chi si esprime con amarezza ha certamente buone ragioni. Ma la riflessione e la proposta su questi temi è, dev’essere a mio avviso, sociale e non individuale.

Note non a margine
1: Quando ci si interroga tra insegnanti chiedendoci – come fare ad appassionare gli studenti ad argomenti “ostici”, come destare l’interesse che non c’è – dovremmo mettere in discussione gli argomenti, noi stessi, altri fattori o cosa? La questione è cruciale e… “ostica”.
2: Il precariato quanto incide sulla qualità dell’insegnamento?







martedì 24 gennaio 2012

Se tuo figlio va fuori tema

Alice era distratta, e forse andava fuori tema!

Al mio post di ieri Pensar non nuoce? di pancia e d’altre maniere ho ricevuto, sulla mia pagina di fB  molti commenti ben più interessanti di quello che pensavo di aver scritto io. Avevo infatti scritto le mie riflessioni di getto e senza presunzione filosofica o psicologica;   e, se proprio devo darmi una definizione, direi che mi sento una specie di artigiana dell’opinione libera. Mi sono infatti molto sorpresa sia delle corrispondenze sia delle citazioni colte che ho ricevuto a commento. Davvero non speravo, non immaginavo!
Così oggi, dopo aver letto i suggerimenti degli amici, mi viene da distinguere tra pensare ed essere intelligenti; o meglio tra essere persone che ritengono di avere un pensiero da esprimere e persone intelligenti. Le differenze, e continuo a ricamare opinioni da libera artigiana, sono molte, ma qui mi preme mettere in luce che gli intelligenti a volte riescono a tacere, gli altri non sempre.
Non sono qui a difendere gli intelligenti che non si esprimono, che non rischiano, che non dicono la loro; anzi. A volte questa sorta di rassegnazione ha generato, e genera, maggiore velleità negli altri e non lievi danni. Però nei presuntuosi arroganti, nei semplificatori di professione, in quelli che “pensano di pancia” (verso i quali ho un filo di diffidenza grosso come un cordone di canapa) non troviamo la dote del “bel tacere”.
Sui diversi tipi di intelligenza si parla molto, a me sembra di leggervi delle affinità con le attitudini, i talenti personali. Personalmente mi piace la definizione etimologica di intelligente: chi sa leggere tra le righe, ossia (sempre artigianalmente opinionando) chi allena un fine spirito critico. Questa definizione mi è stata ricordata da Simona Martini.
Credo fermamente, e su questo mi gioco volentieri tutta la mia eventuale credibilità di persona ed insegnante di lungo corso, che se la scuola incentivasse, allenasse, promuovesse, in tutti i bambini e ragazzi l’ “accendere il cervello” per imparare a leggere anche fra le righe darebbe un contributo prezioso e li renderebbe più autonomi e attrezzati per il loro futuro.
Aggiungo andando fuori del seminato… il “LORO” futuro se lo costruiranno se non continuiamo a programmarglielo a modo nostro.
E concludo con un sommesso suggerimento a tutti: se un figlio tornasse a casa con un voto basso sul compito scritto d’italiano e la motivazione dell’insegnante fosse che “è andato fuori tema” … rassicuriamo il ragazzo (la ragazza). Il fuori tema potrebbe essere una prova di intelligenza: ha letto oltre le righe. Evviva. Ma per amor di pace a volte è meglio non mostrare di esser troppo intelligenti, e come suggerisce la mia amica Elettra Tafuro, (una grande insegnante a tante stelle) : pensare senza darlo a vedere….

venerdì 21 ottobre 2011

Il Manifesto degli insegnanti (ed io) tra progetto, utopia e realtà



Scrivo sempre quello che penso e non di rado mi chiedo perché cedo alla tentazione di pubblicarlo su web visto che scrivere solo per me stessa è una gratificazione assoluta. La causa probabilmente risale al mio lavoro di insegnante-che-racconta che mi ha geneticamente modificata. E’ una sorta di sindrome espansiva (il nome l’ho inventato adesso, sul momento) che ho spesso osservato dentro di me, e l’ho anche scritto in una pagina de La mia classe non è.doc.

“Così mi capita di attraversare i quartieri di Roma e di vedere una strada, un ponte o un palazzo antico, o di leggere un libro o un giornale o visitare una mostra o di riflettere per cercare di capire quello che accade nel mondo e di accorgermi che sto già cominciando, in automatico, a spiegarlo silenziosamente, dentro di me,  a loro.”

L’insegnante che racconta, ed in questo caso chi scrive, non nasconde se stesso, anzi usa ogni strategia per rendere la sua narrazione più attraente. Ma nel suo lavoro sa che non ci sono due situazioni narrative uguali come non ci sono classi, ragazzi o lezioni uguali; lo scrisse anche Goethe: non ci sono ripetizioni per il cuore, ma solo per la mente. 
Chi insegna raccontando ha costruito la sua figura professionale con la volontà e la mente (gli studi, i titoli, l’aggiornamento et similia) ma poi ha buttato il suo cuore nella classe e non poteva far altro che questo.

Ho partecipato alla costruzione del Manifesto degli insegnanti con il cuore; tanto ne misi che, a un certo punto mi si era come ingolfato e se non fosse intervenuto Andreas Formiconi che in una indimenticabile domenica pomeriggio gettò, con altrettanto e più cuore e lucida mente, una bellissima sua pagina tra i post del Ning LSCF dicendo che quella era una sua bozza, credo che non avrei trovato il filo del discorso. Naturalmente in tanti hanno valentemente partecipato fino a creare la versione definitiva, ma come dice la canzone per fare un albero ci vuole un seme, e quel seme fu gettato così.
Fu dunque, per chi scrive, un’impresa tra la coltivazione e il cantiere navale. Il cantiere, preparato da 
Gianni Marconato, era pronto ed armato di volontà perciò il Manifesto nacque e fu ben allevato dal nocchiero-giardiniere de LSCF Gianni.

Dopo più di un anno rileggo ancora una volta il testo e mi chiedo quanti altri semi possa aver generato. L’utopia ha ispirato un testo alto e denso che merita di esser tradotto in prassi: è accaduto oppure ne abbiamo fatto solo un fiore all’occhiello per migliore l’immagine? La realtà quotidiana del lavoro dell’insegnante che ha collaborato a scrivere, che ha condiviso e linkato, che ha diffuso volenterosamente il Manifesto ne è stata scalfita, modificata, ispirata o illuminata?
Ma quest’oggi non è giorno di risposte.
Chi scrive queste righe sta raccontando e non emetterà giudizi.

Chi scrive adesso alza spesso lo sguardo dallo schermo per guarda dalla finestra le foglie che bevono avidamente la pioggia prima di cedere al ciclo autunnale che le renderà humus vitale per l’albero stesso nato (quanto tempo fa?) sempre da un semplice ed umile seme.
Chi scrive immagina la storia del seme, e prova a raccontarla a modo suo. Un seme, in fondo, è uno tra i tanti suoi simili e per vivere deve essere buona, fortunata e ben curata semente. Un seme, da sempre, è solo un’opportunità, è un’ipotesi di vita. Anche il nostro Manifesto è un seme; chi ha partecipato alla sua nascita sa di aver fatto bene e sa anche di non essere responsabile di tutte le vicende che quel seme incontrerà e non può fare a meno di chiedersi quale è stata o sarà la sua storia.


Un albero fiorì di bianchi grappoli profumati, era una vigorosa acacia. Dopo qualche tempo il vento fece cadere ai suoi piedi dei baccelli sottili pieni di semi. Alcuni passanti li videro. Un vecchio li frugò col suo bastone, ne raccolse faticosamente una manciata e pensò che avrebbe provato a darli come becchime al fringuello che gli teneva compagnia dalla gabbietta appesa sul balcone. Una frettolosa signora li pestò, controllò che non le avessero impolverato le scarpe e se ne andò per i fatti suoi. Un artista in cerca di fama li guardò incuriosito, ma vide che non avrebbero aumentato la sua fama e volse lo sguardo in cerca di vantaggiose o più facili opportunità. Un grosso calabrone ronzante passò a veloce volo radente in cerca di prede, per sfuggirlo una donna che arrivava si chinò e vide i baccelli ormai secchi, sorrise li raccolse in un kleenex e pensò che li avrebbe portati al suo bambino che stava per uscire di scuola e già pensava che si sarebbe messo a giocare con il nintendo.
Il ragazzino arricciò il naso vedendoli, avrebbe preferito il solito ovetto kinder, ma poi la mamma gli spiegò che dentro quelle scorze secche c’erano semi e che i semi si potevano mettere in terra per fa nascere una pianta. Lo seminarono in un vaso, e non nacque nulla. Ma ormai il bambino aveva elaborato una sua teoria: se dai semi nasce una pianta (di questo era sicuro perché aveva chiesto anche alla maestra e a internet) ma non era accaduto, allora era la mamma che doveva aver sbagliato qualcosa. E lui continuò ad occuparsene, provando e riprovando, fino a riuscirci.

Dai semi può nascere o non nascere una pianta, ma quasi sempre se ne sprigiona una curiosità, un’ipotesi, una domanda. Ecco perché non bisogna smettere di curarsene, di raccoglierli, di diffonderli. Ecco perché il rito dell’agricoltore, come quello del navigante consiste nel ripetere azioni e rotte sicure conosciute, ma per scoprirne di nuove.

5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adoprerò affinché vivano cercandola.(dal Manifesto degli Insegnanti)

L’impegno a cercare la verità è il più arduo, insieme a quello dell’impegno per il bene comune, che si possa trasmettere ai nostri ragazzi; ecco perché questo è il pezzo di Manifesto che prediligo ecco la vera sementa.

E naturalmente lo racconto a modo mio.

giovedì 29 settembre 2011

Rory Weal: un adolescente solo al comando?

guardarsi dagli amici?
Sperare, finalmente, negli adolescenti o nutrire qualche ben giustificato dubbio su molti quarantenni? 
Lamponi o banane? Un breve post sul fenomeno del piccolo Rory qui

lunedì 26 settembre 2011

Note elettriche di scuola, con aggiornamenti di Mariaserena Peterlin


L'opera è di Nadagemini, un mio (ex) studente, che ringrazio con il solito affetto
Nello scrivere penso al precedente post di Fermina Daza, autrice di questo Blog, sulla didattica ortodossa e ho in mente anche tante considerazione che abbiamo fatto insieme e che un giorno insieme, spero, scriveremo. Questo scritto, non è un tentativo di narrazione letteraria. Lo dichiaro subito in omaggio alla evidenza che altro è dire, altro è commentare, parlare di ricordi, chiosare, annotare, altro è divertirsi a ciarlare, scambiar parole ecc e altro è narrare per far opera letteraria.

Meglio non sottovalutare le parole, specialmente in campo narratologico, perché se ne potrebbe uscire fulminati.
Forse riuscirò a spiegare come e perché.
Alcune parti di questo scritto sono state prese e riviste da una mia raccolta di cose vere e di scuola che ha preso il titolo “La (mia) classe non è doc”.
Altre parti di questo scritto sono considerazioni di oggi.
Le prime sono scritte in corsivo, le altre a caratteri normali. L’ordine segue solo una mia logica di associazione mentale, e non.

3. Storie e lotte di classi
Le iscrizioni alla scuola, dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e ri-orientamento, sono messe in atto in collaborazione con le Scuole di provenienza degli studenti.
Sull’attribuzione degli studenti alle sezioni e sulla distribuzione numero dei ragazzi iscritti si aprono spesso, tra gli insegnanti, danze e contraddanze non proprio armoniose.
Accade, infatti, che la formazione delle classi sia solo apparentemente casuale o stabilita da criteri d’equilibrio.
Pochi sono gli insegnanti che, per candido senso democratico, per stoica indifferenza alla comune sorte, o per altri indecifrabili motivi continuano ad accettare le classi così come capitano; la gran parte, invece, è costituita da più avveduti prof che si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori della diplomazia mediorientale.

Ma in fondo cos’è mai una classe?

Mi è sempre piaciuta la definizione che Maria Corti ne ha dato ne “Il ballo dei sapienti” un libro che narra di scuola, non abbastanza conosciuto e di cui la scrittrice stessa sospese le stampe perché si era posta “un problema di specializzazione o invecchiamento o fossilizzazione del linguaggio, che troppo da vicino connota una realtà sociale e storica di fronte ai mutamenti rapidi del reale” Gabriella Palli Baroni Seduzione intellettuale e creatività: Maria Corti scrittore in cattedra

Maria Corti scrive: “Una classe era una classe, non trentadue ragazzi, una fitta rete di correnti alternate tesa tra trentadue ragazzi.”
Certo si può dirne anche di più, ma forse sarebbe assai più saggio non dirne altro, specialmente se ci si avventura a narrare, e prendere ad esempio la Corti, geniale autrice saggista e non solo stupenda narratrice, per limitarsi a piccole note a margine di un Consiglio di classe.
Dipende dai punti di vista.
Per alcuni una classe è un luogo (sociale, fisico ecc) in cui si passano ore di lavoro insegnando a ragazze e ragazzi aggregati per età. È anche un qualcosa da dimenticare al più presto tornando alle proprie vite quotidiane.
Ma c’è anche chi considera la situazione in modo diverso. Torniamo dunque a Maria Corti. La classe è elettricità perché la classe, innanzitutto, sono gli studenti, ossia i ragazzi.
Loro, considerati individualmente, sono persone di cui prendersi cura dialogando, ricevendo e trasmettendo input e saperi.
La classe, però, non è una semplice somma di un tot ragazzi e ragazze, ma è uno speciale mosaico attraversato (appunto) da un’elettricità scaturita da un complesso aggregarsi di alunni portatori di varianti socio-culturali e affettive.
Ma qui non si narra, qui si fanno note didascaliche e memorialistiche; perciò vado a precisare.
Alcune di queste varianti, essendo impossibile esser certi di definirle tutte, sono: la percentuale di maschi-femmine, la provenienza da scuole diverse, l’appartenenza a quartieri centrali o periferie, l’aver vissuto in realtà sociali le più diverse, la percentuale di studenti con diagnosi di difficoltà cognitive o di altro tipo e di quelli altrettanto problematici, ma dei quali le famiglie non vogliono rivelare (e possono farlo) la situazione reale.
Il mix di queste varianti genera classi tutte diverse (e diversamente elettriche). Le benevolmente cosiddette situazioni difficili, già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari (ma che non sono a disposizione di tutti) si palesano infatti come tante terminazioni nervose scoperte.
E sarebbe davvero illogico farne ricadere il peso sui nostri ragazzi.
Tutti questi elementi si combinano nell’insieme classe e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante non solo al docente ma anche agli studenti medesimi.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, ma non lo è poiché spesso vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof, funzionali e spigliati, che organizza. Per sé va a creare  ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni sono stare, fin dalle scuole di provenienza, scrupolosamente pilotate verso predeterminate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Ma quali sono le conseguenze, sul lavoro docente e sulla vita di classe, di questo vellutato siparietto estivo?
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare, ad esempio, trentuno adolescenti sedicenni maschi portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli/e di famiglia, divisi in uguale numero di  maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea  anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici, di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dall’altro lato (i mio ad esempio) le chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia incollata ad onda perfino cotonata.
Ma anche gli ambienti sono diversi.
Nel loro corridoio le aule sono ben esposte e luminose,  nel nostro abbiamo gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top regna una quiete contegnosa e borghese, ma evidentemente corroborante, nel mio corso, invece, i tumulti scoppiano disinibiti e devono essere sedati da una continua e ostinata presenza didattica: le lezioni  si avvicendano come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Si corre da una classe all’altra cercando di prevenire gli effetti di qualche frazione di tempo inevitabilmente scoperta dal cambio d’ora. Si entra in classe con almeno cinque minuti di anticipo sulla campanella della prima ora avviandosi, veloci e in preda ad un’inutile ansia, sul pavimento di granito rosso e polveroso dei lunghi corridoi incorniciati dalle finestre di alluminio.

Ma come arginare l’elettricità? Certo non a mani nude. Occorrono forse le solite cose: esperienza, sapienza, mestiere? Sì certo, ma è necessario anche mettersi nella condizione mentale e affettiva di voler capire cosa sia quell’elettricità, come accostarla e cosa fare insieme.
Non la fermerete nemmeno con le parole.

È l’inizio dell’anno e anche i miei ragazzi festeggiano selvaggiamente il ritorno a scuola. Sono quasi tutti puntuali; agitatissimi si scelgono il banco (opzione che considerano fondamentale per l’andamento dei futuri compiti in classe e non solo).
L’aula è strapiena e ululante e rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti (dolci rumori) fin dal piano sottostante e più in là.

Chi, invece, ha congegnato ed ottenuto una buona classettina sorride (e perchè non dovrebbe?). Alcune prof sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella, i prof, sobriamente intellettuali, le accompagnano galanti (come negarlo) accordandosi per un caffè e forse qualche cosa in più, nel pomeriggio, perché no?

E la classe? La classe è energia ed ha bisogno di energia, la classe è anche apparenza, bisogna accenderla per riuscire a veder oltre. La classe è davvero elettrica e dunque può illuminarsi o spegnersi, può accumularsi o trasformarsi, può accenderti, riscaldarti o folgorarti: dipende nolto da noi.
Quanto a me la mia classe, amici miei, non era doc e non lo è mai stata.
E quando invece lo fosse stata non sarebbe, elettricamente, toccata a me.


"Tutto questo è piuttosto incredibile no? (Silvio d'Arzo - narratore) 

mercoledì 21 settembre 2011

INSEGNARE è IMPARARE

Manifestino 2 La Scuola Ed Io

lunedì 29 agosto 2011

eBOOK - La (mia) classe non è.doc - di Mariaserena Peterlin

Entro in classe. Guardo assenze-presenze già scritte nell’ora precedente. Meccanicamente leggo le annotazioni e le firme dei colleghi; anche quest’anno qualcuno ha scritto, nello spazio riservato alla casella degli argomenti delle lezioni, la frase rituale "conoscenza con la classe". In casi come questi l’elegante-sportivo collega D’Orazio che insegna lettere in un corso parallelo, mi definisce, senza tante esitazioni, ipercritica e non costruttiva; perciò sanziona, saviamente, il mio eccepire su forma e sostanza. 
Mi astengo dunque dall'esprimermi sulla vuota ovvietà della frase rituale, invece m’impunto impaziente, nell’approccio verso una classe nuova, sulla disinvoltura con cui si adopera la parola conoscenza.
Mi guardo intorno: l’aula, ridipinta, chissà quando e da chi, di un freddo colore verde mentolo da emicrania, ricorda i camici chirurgici degli ospedali di fiction televisive, ma anche certe minuscole rane velenose delle foreste amazzoniche.
Le finestre ampie, nemmeno gli infissi opachi di sporcizia sedimentata riescono a velare lo splendore del sole, sono tutte aperte.
Fuori, sulle robinie e gli allori, assaliti dalle edere incolte, le cicale strillano ancora ininterrotte e solamente di tanto in tanto sovrastate dai rumori del traffico, delle ambulanze in corsa verso il pronto soccorso del vicino Ospedale S. Eugenio, dei taglia-erba manovrati dai bidelli.
Istantaneamente tutto l’esterno diventa un unico rombo sonoro di fondo, mentre qui dentro è, per un lungo attimo, il silenzio: sono entrata, li guardo e mi guardano.
Sono loro i miei trentuno interlocutori: hanno sedici o diciassette anni, sono tutti maschi e appaiono goffi, sproporzionati e sudati.
Li osservo presentendo che li troverò inglobati nel loro brodo primordiale d’irrancidite abitudini scolastiche.
Li scruto, mi paiono a loro volta rassegnati, forse sono invece semplicemente in attesa.
"Buongiorno ragazzi"
"Buongiorno" ripete qualcuno rifacendomi un po' il verso.
"Che significa, che dovevamo alzarci in piedi?" prosegue un po' diffidente.
"Perché me lo chiedi?"
"No, visto che ci ha salutato, pensavo che ce volesse fa' capì, che insomma, noi invece..."
"Tu sei?" chiedo abbastanza incuriosita, e solo per conoscerlo...
"So' Ugo!" dichiara un po' animoso e sulla difensiva.
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lunedì 6 giugno 2011

Giusto ribellarsi se la scuola non funziona - di Mariaserena e Fermina Daza

La scuola non dev'essere questo...
da Mariaserena :
Ci sono buoni motivi per dire che esiste una scuola che funziona. 
È tuttavia necessario anche riconoscere che non tutta la scuola funziona. Le lamentele esterne (di una parte dell’opinione pubblica) le conosciamo altrettanto bene delle difese, più o meno d’ufficio, interne (degli addetti ai lavori).
Quando l’anno scolastico va concludendosi e si arriva alla stretta finale allora i due fronti sono più agguerriti e ostili del solito.
Non intendo prender partito.
Vorrei, ancora una volta, sottolineare che la posta in gioco è talmente delicata e importante che l’irrigidirsi dei contendenti in posizioni avverse ed ostili ha lo stesso effetto di un duello in un museo di porcellane.
Parlo di museo perché l’attuale istituzione scolastica ormai è troppo spesso paragonabile a una fondazione museale dove si conserva il passato, si restaurano vecchi reperti (didattici) e si esibiscono documenti o testimonianze di virtù ottocentesche del tutto inattuali che, in apposite teche vetrate e custodite gelosamente, possono solo essere visionate dall’esterno.
Mentre il museo scuola esibisce le sue prassi gelosamente custodite la cosiddetta utenza scalpita oppure si adegua. Chi si adegua accetta ed è accettato e chi, invece, scalpita lo fa a suo rischio e pericolo.
Detto questo, e francamente non mi sento di continuare un discorso anche troppo noto, rimane almeno un evidente assurdità su cui la scuola, se vuole funzionare, deve necessariamente riflettere: la scuola non funziona se è solo una vetrina o una teca allarmata di docenti intoccabili. Unicuique suum? Verissimo: a ciascuno il suo (mestiere), ma si dà il caso che il mestiere di educatore non sia quello dell’artista; e per essere svolto utilmente ha bisogno di interrelazione.
Invece c’è una consistente parte di insegnanti e scuola che si ostina nella pratica dell’autoreferenzialità gemente o sentenziante a seconda dei casi e, nonostante le apparenze, sostanzialmente gelminesca: Questa è la scuola che non funziona, in cui i docenti si trovano bene “tra di loro”, non dialogano con i genitori, che non costruiscono un quotidiano dialogo coi ragazzi e soprattutto non si lasciano contaminare dalla realtà viva e dal suo risuonare.
Questa scuola che non funziona induce, infatti, a scrivere in bacheca su fB a ragazzi bravi, curiosi, intellettualmente vivi e intelligenti (che conosco personalmente come tali, ma di cui non metto il nome per ovvi motivi)

a me la scuola NON mancherà, neanche dopo 3 mesi di vacanze!!!!

e basta, E BASTA CON QUESTE INTERROGAZIONI A MANETTA!! LASCIATECI VIVERE, PORCA EVA!!! voglio andare al mare, non voglio stare chiusa in un aula a sciogliermi dal caldo come un ghiacciolo!!!

Non sono frasi scritte da somari per i quali si chiede se “ Per te è giusto bocciare chi va male a scuola?”” (come recita un “divertente” test che gira in questi giorni su fb) ma sono frasi che ci dovrebbero instillare dei dubbi, e far chiedere invece se “E’ giusto continuare a mantenere una scuola che non funziona?” Io creso sia davvero urgente farsi venire il dubbio che se la scuola fa scappare i ragazzi bravi, curiosi, intellettualmente vivi e intelligenti, allora davvero è un museo da rifare da capo.
O da chiudere per ben più di tre mesi.


da Fermina Daza  
Oggi ho scritto così a due colleghi che sento vicini al mio pensiero:
SE CONTINUA COSI' FINIRA' CHE MI AMMALO DAVVERO....Come si fa, quando ci sono dei problemi, a chiamare in causa le famiglie? Certo, i genitori devono fare la loro parte ma quando, come nel caso di alunni non ammessi, i genitori sono inabili o inesistenti, quali risposte la scuola è in grado di dare? E' come se la scuola funzionasse a due marce: quella degli alunni capaci e seguiti e quella degli alunni che non hanno i genitori dietro le spalle. Beh, per questi ultimi la scuola è piena di bocciature taumaturgiche..... Mi è stato fatto l'esempio di ... e del suo miracoloso recupero. Bene, del suo recupero non si è fatta carico la scuola, ma il ragazzo stesso, che ha trovato autonomamente la sua collocazione anche grazie alla benevolenza di ... e di ... Ma la scuola, quella fatta di classi e di programmi, dove era quando ... ciondolava nei corridoi? A dare note e sospensioni...In certe occasioni la scuola appare in grado di rispondere solo a situazioni "standard" e la conseguenza è che se non sappiamo recuperare non sappiamo nemmeno attivare veri percorsi per l'eccellenza.
La bocciatura serve a dare ulteriori possibilità... e perché non ne sappiamo dare in tempo utile, a cominciare da me? Nessun individuo è incapace di fare e di imparare, l'uomo si è evoluto aanche grazie a queste due capacità innate. Le sappiamo davvero cercare le cose che gli alunni sanno o i ragazzi devono sapere quello che è nella nostra testa e nei programmi ministeriali o nelle prove invalsi? Io non ci sto, a questo punto non ci sto. Gli insegnanti devono educare e non ammaestrare....
Pensavo di poter cambiare la scuola ma mi sono accorta che prima bisogna cambiare la testa delle persone. Spesso mi chiedo perché, pur in presenza di alti profili professionali, le richieste degli alunni rimangono inevase. Forse gli interessi degli alunni non sono sempre in primo piano...? Ci sono mille risposte possibili ma io sto cercando ancora le mie...
Scusate lo sfogo, ma quello che vedo mi piace sempre di meno.... e non sono certo depressa....sono solo stanca ed avvilita.... Ma anche quando sarò riposata e gioiosa penserò esattamente le stesse cose che vi ho detto ora.

giovedì 28 aprile 2011

Royal Wedding & tv, bomba o non bomba e teste pensanti

Che i messaggi mediatici siano probabilmente negativi, se non nocivi, non me lo sto inventando io.
La sconcertante abbondanza di melassa mediatica sull’imminente Royal Wedding  (Matrimonio Reale del Principe William e Catherine Middleton) è un esempio che potrebbe valere per tutti.
Tuttavia anche se ci spostiamo nell’ambito dei programmi per ragazzi o, peggio, delle fiction, degli eventi sportivi, delle news o della stessa pubblicità cosa ci rimane di credibile e di condivisibile per non dire di istruttivo o educativo?
Il fatto è che se chi ha il potere di scegliere i palinsesti, ed il loro contenuto, ritiene che il pubblico si appassioni a quello che ci ammannisce un motivo ci sarà.
E il motivo principale è, amara verità, che siamo in troppo pochi a spegnere o a usare diversamente il televisore.
Intendiamoci: osservare è corretto e a volte necessario.
Sopportare, eventualmente, con leggerezza il royal wedding e sghignazzare sull’evento può essere oggetto d’intrattenimento.
Ma digerire tutto passivamente e fare zapping anestetico, ossia subendo e senza esercitare l’intelletto, tra bombe e non bombe (e mi riferisco a una canzone di Antonello Venditti ovviamente) mi sembra eccessivo.
E comunque, forse, non basta a fare o a dimostrare di essere teste pensanti, né a formulare utili ipotesi di futuro.

venerdì 11 febbraio 2011

Docenti da difendere, purché attacchino - di Mariaserena Peterlin

Dire che gli insegnanti si meritino delle critiche è ben diverso dall’accettare che sia giusto togliere la stima a tutti a causa di alcuni.
Anche io penso (e mi spiegherò meglio più avanti) che la categoria dei docenti non abbia fatto abbastanza per mantenere il rispetto al proprio ruolo ed è in quest’ottica che leggo sottoscrivo la frase di Gianni Marconato : - Resta comunque il fatto che il principio di autorità regge sempre di meno, che il ruolo protegge, tutela sempre di meno e che la sua autorevolezza, l’insegnante, se la deve procurare da solo col duro lavoro sul campo.-
Potremmo anche dire che molte sono le categorie non più rispettate come “una volta”, ad esempio i medici e gli ingegneri, i politici e le madri di famiglia, il clero e le forze dell’ordine, gli artigiani e gli intellettuali e potremmo continuare; ma nemmeno tra i rapporti di condominio o degli utenti della metropolitana c’è più la vecchia e diffusa “buona  e formale educazione”.
Non generalizzo, ma confermo che è la società ad essere, e violentemente, cambiata.
Immaginare che l’insegnate sia esente da questa sorta di, mi si permetta l’espressione, incanaglimento dei rapporti sociali è illogico, ma certamente non incoraggiante.
Sono in piena sintonia con Vittoria Patti quando scrive - Neanche il genitore più arrogante ed ottuso si prenderebbe la briga di maltrattare un insegnante che il figlio stima, e di cui quindi in casa parla in modo positivo. E per guadagnare la stima degli studenti, bisogna semplicemente stimarli…- Questa è anche, da tempo, la mia tesi di fondo e vedo che anche altri amici vi si accostano.
Dobbiamo costatare che le prime critiche generiche, generalizzanti e squalificanti sono venute proprio da coloro che (MIUR, Fioroni, Gelmini, Funzionari del ministero vari) avrebbero dovuto, per principio e dovere d’ufficio, seguire la categoria dei docenti, incentivarne l’azione e l’aggiornamento. Invece l’hanno tenuta e tengono sotto scacco squalificandola.
Se è vero che il bravo e valoroso insegnante riesce a ottenere la stima dei suoi studenti, è anche vero che il suo percorso è attualmente disseminato di tagliole (prove INVALSI ad esempio).
Dai Soloni del Miur e dell’OCSE si pretende che gli studenti italiani (a partire dalla seconda elementare) siano omogeneamente valutati, allineati sulle stesse competenze, uguali e coperti dalle stesse situazioni sociali. Si pretende che, tramite il vaglio delle suddette prove, dove tuttavia il nozionismo dilaga, dimostrino di saper ragionare.
Ma la vera domanda è : sanno questi signori cosa significhi “ragionare”  per un bambino o ad un adolescente?  Sanno cosa significa il tempo educativo? Sanno che i ragazzi non maturano, come i cocomeri, tutti nello stesso periodo?
Noi insegnanti, guarda caso e fatte salve le solite malerbe, lo sappiamo e siamo consapevoli che tutto l’apparato di presunto merito e presunte eccellenza e verifiche è inattendibile, vive di una fama immeritata ed infondata e sta facendo più danni di quelli che si possono immaginare.
È tempo che gli insegnanti usino i loro specifici strumenti culturali  e professionali per cominciare a dire “nossignore” invece che “signorsì” ai dirigenti, ai funzionari, al pedagoghi mediatici e non, ai Ministri (onorevole eccellenza/cavaliere senatore come diceva Rino Gaetano) e a tanti presuntuosi opinionisti.
La categoria dei docenti è o dovrebbe essere quella che, per competenza e pratica professionale, ha titolo per esprimersi sulla realtà della situazione giovanile (argomento che angoscia molti benpensanti e non) eppure si lascia bacchettare: perché?
Perché i docenti con idee si sentono isolati o soli?
Perché troppi di loro hanno mollato il timone e si lasciano andare alla deriva?
Perché il conformismo della contrapposizione famiglia-scuola deve trionfare?
In queste condizioni, e valutato il contesto, la scuola rischia di morire collassando su se stessa.
Ripartiamo dall’affermare che siamo persone impegnate in un lavoro da cui dipende non tanto “il futuro del paese” (come si ama dire per alzare retoriche fine a se stesse) quanto la vita di ciascun giovane cittadino e, di conseguenza, la sua possibilità di essere “società civile” domani.

E’ questo il momento di contarsi, di chiamare a raccolta i docenti che condividano  contenuti qualificanti quali la conoscenza delle problematiche pedagogiche, delle pratiche didattiche ed il senso della alla missione educativa.
Occorre dire ad alta voce che nella scuola si svolge un lavoro quotidiano immerso nella realtà sociale, e che questa realtà non è omogenea (anche se nessuno sembra volersene accorgere). Tra i vari paesi a città, tra i nord e i sud, tra i livelli socio-economico-culturali, tra le diverse provenienze famigliari ed etniche, tra i nuovi italiani ci sono mille sfumature  che non si può pretendere di “valutare” come se si trattasse si automobili a confronto con automobili o pomodori a confronto con pomodori.
Di questi ragazzi assumiamo la responsabilità nella consapevolezza che ogni gesto di un docente ha un suo peso e una conseguenza.
Lo abbiamo ammesso,  ci sono i mediocri o pessimi docenti che non meritano giustificazioni, ma se  in un ambiente si lavora male il torto non è solo di chi, pur colpevolmente sbaglia , è prima di tutto dei responsabili e quindi anche a scuola non si può attribuire tutto ai docenti che spesso si sentono ormai allo sbando e al “si salvi chi può”

Ascolto e parlo con i docenti e li sento investiti da un profondo disagio,  so che alcuni sono addirittura intimoriti.
Affrontano genitori sospettosi o minacciosi che pensano solo al pupo di casa, studenti del tutto immuni da soggezione o abitudine al rispetto, dirigenti aziendalisti e indifferenti alla didattica, un ministro che non conosce la scuola, pomposi funzionari pontificanti che annunciano valutazioni del lavoro docente senza aver, dal canto loro, insegnato un giorno che sia uno.
Torniamo dunque all’esempio delle prove INVALSI; sono somministrate con indifferente livellamento (come la grandine d’agosto sui campi o sulle officine, sull’Appennino e sul mare, sulle automobili o sugli edifici) su classi distribuite tra Aosta e Lampedusa: cosa riusciranno a dimostrare?
Non rileveranno elementi utili a evidenziare le difficoltà incontrate dai ragazzi per i quali programmare e tarare il lavoro del docente, ma presumono di poter verificare se gli alunni hanno “imparato” e quanto.


Di conseguenza se un insegnante avrà in classe troppi ragazzi che non imparano, si sentirà a sua volta valutato negativamente e frustrato poiché anche la considerazione e il suo prestigio personale, e probabilmente lo stipendio e carriera, saranno direttamente proporzionali al suo insuccesso o successo.
E allora come potrebbe reagire il docente?
Se è uno in gamba o un eroe (perché ormai siamo a questo) se ne infischierà nel nome della sua missione e si sacrificherà salvando i  ragazzi, perché è su di loro che investe il suo lavoro.
Ma se non è abbastanza eroico o in gamba sacrificherà invece ragazzi meno “dotati” o con problemi e li imputerà del suo fallimento e li escluderà dalla scuola bocciandoli.
La lotteria delle valutazioni è pronta, basta solo dare inizio ad un meccanico giro di manovella ... e il danno sociale sarà enorme, incalcolabile.
L’Italia sarà sempre più povera di teste che ragionano, perché a nessuno interessa che i cittadini pensino e siano critici.
La sensazione  dunque è, purtroppo, che si vada incentivando un allevamento di consumatori obbedienti, non di cittadini.
Fermiamo il disastro. Ogni gesto virtuoso può essere  un granello che contribuisce ad inceppare questo meccanismo perverso.
Si rivendichino invece identità professionale e specifiche competenze e si unisca la categoria sui contenuti di una lotta qualificante: finiamola con le tristezze  sconcertanti del tipo “docenti in mutande” e “la scuola è morta”. Finiamola di dire “però in classe mia….”  quando anche i gatti sanno che la formazione delle classi non è il risultato dell’opera della Dea bendata…
Basta con gli slogan qualunquisti e vittimistici.
Ci vuole più coraggio e meno dipendenza dall’opinione altrui e dai media. La scuola deve essere viva. Viva la scuola.