chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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giovedì 17 maggio 2012

Immaginare una proposta per la scuola è possibile?

Partendo da qui...

... ed anche a proposito di 

Un’idea per la scuola – Agenda Digitale Italiana 

Se consideriamo la scuola come una istituzione, un servizio, una società dove si stabiliscono relazioni sociali e si acquisiscono strumenti per apprendere e per fare esperienza (e potremmo aggiungere altro) dobbiamo anche ammettere anche che la scuola esiste in ragione del lavoro degli insegnanti e della partecipazione di studenti di ogni età.
Propongo un paradosso: teoricamente potremmo spogliare la scuola di tutto, e immaginare di far lezione sotto a un albero, senza libri né altro, seduti nel cortile della scuola (io l’ho fatto una volta, è bellissimo), ma se c’è un docente ed un gruppo di discenti allora possiamo dire che c’è già scuola.
Che senso ha questo paradosso? Per me è semplice: i discenti (in base ai loro bisogni) e i docenti (in base a quel che discende dal loro sapere e dalle loro pratiche sperimentate) devono essere ascoltati, loro sanno qual è il bene della scuola che è la loro vita.
E dal bene della scuola discende quello di molta parte di futuro.
Se i discenti e i docenti non possono, o non volessero esprimersi, allora ogni intervento del super-esperto-politico o tecnico sarà inutile e dannoso: loro riproporranno sol vecchie o vane categorie.
Abbiamo tuttavia un evidente problema.
Mentre se chiedessimo ai nostri ragazzi “come vorreste la vostra scuola” raccoglieremmo risposte di tutti i tipi (dalle provocazioni a quelle troppo seriose, ma anche di quelle buone) se lo chiedessimo ai docenti cosa ci risponderebbero?
Posso buttare là una risposta per gettare un sasso nel nostro amato stagno?
Risponderebbero: “Oggi come oggi è inutile qualsiasi proposta: con questi ragazzi e genitori cosa pretendi di fare? Con questa gente al governo (vale sempre) a che servirebbe perdere tempo, con quei 4 soldi che ci danno?”
Sono acida? Magari. Spero di essere smentita :
Una proposta che riguardi la scuola è possibile; penso a una proposta su cui impegnarsi e a cui penso in risposta a un post di Gianni Marconato  che su fB che chiede : “Mariaserena ti immagini una proposta [per la scuola] solida, autorevole sul piano tecnico, elaborata direttamente dagli insegnanti, senza mediazioni sindacali e partitiche .... E' chiedere troppo? Nell'epoca della rete, dei social network, si può fare? E' velleitarismo?”
E aggiungo: per farla io vedo bene (lo so sono visionaria, ma la visione ci vuole) un grande forum nazionale/europeo che raccolga anche le voci dei network e le organizzi per categorie di problemi.
Se non si pensa in grande, se non cerchiamo questa proposta, se non siamo in grado allora è giusto che ci teniamo quello che abbiamo e si stia zitti.
Idee forti ce ne sono, girano in rete; si tratta di organizzarle noi: basta deleghe!
La realtà non ci aiuta? Aiutiamoci da soli.

domenica 8 gennaio 2012

Roba da insegnanti? di Mariaserena Peterlin

Elenco di frasi che dicevano (e forse dicono?) prof e maestri, e che qualcuno, bene o male, trascrisse...


Frasi che dicevano prof e maestri
“Tanti... Io ho spiegato, quindi ho fatto il mio lavoro”
“Lezione di Filosofia: Tu leggi, tu ripeti”
“Lezione di Matematica: Vieni alla lavagna tu che sei bravo! e spiega a queste capre”
“Lezione di Italiano: ma che ne sapete voi della poesia?”
“Lezione di Educaz. Fisica: Il/la prof obeso si spalma sulla sedia e inizia: uno, due, tre e quattro: coraggio!!”
“Lezione di Chimica : - Hai portato le liquirizie?- ” (Giuro che è vera, io le portavo)
“Latino: Se anche uno solo capisce, vuol dire che io mi sono spiegato”
“Filosofia : Non è vero che non avete capito, fate finta di non capire”
“Italiano: C’è chi è nato per studiare e chi per zappare”
“Scienze: E’ nato imbianchino? faccia l’imbianchino”
“Maestra elementare: La scuola non è per tutti”
“Mate: Tu la matematica non la capirai mai”
“Lettere: Non sai fare il tema? Sforzati”
“Compito di lingua straniera: ogni errore 2 punti, e un accento sbagliato è un punto in meno!”
“Preside : Fai venire i tuoi genitori: tutti e 2!”
“Maestra : Stai male? e perché sei venuto a scuola?”
“Francese : Vuoi andare al bagno? Ma a casa non hai il gabinetto?”
“Tutti e anche i supplenti : Voi non capite che sacrificio sia insegnare!”
 “Maestra: Vuoi che i genitori si vergognino di te?”

venerdì 21 ottobre 2011

Il Manifesto degli insegnanti (ed io) tra progetto, utopia e realtà



Scrivo sempre quello che penso e non di rado mi chiedo perché cedo alla tentazione di pubblicarlo su web visto che scrivere solo per me stessa è una gratificazione assoluta. La causa probabilmente risale al mio lavoro di insegnante-che-racconta che mi ha geneticamente modificata. E’ una sorta di sindrome espansiva (il nome l’ho inventato adesso, sul momento) che ho spesso osservato dentro di me, e l’ho anche scritto in una pagina de La mia classe non è.doc.

“Così mi capita di attraversare i quartieri di Roma e di vedere una strada, un ponte o un palazzo antico, o di leggere un libro o un giornale o visitare una mostra o di riflettere per cercare di capire quello che accade nel mondo e di accorgermi che sto già cominciando, in automatico, a spiegarlo silenziosamente, dentro di me,  a loro.”

L’insegnante che racconta, ed in questo caso chi scrive, non nasconde se stesso, anzi usa ogni strategia per rendere la sua narrazione più attraente. Ma nel suo lavoro sa che non ci sono due situazioni narrative uguali come non ci sono classi, ragazzi o lezioni uguali; lo scrisse anche Goethe: non ci sono ripetizioni per il cuore, ma solo per la mente. 
Chi insegna raccontando ha costruito la sua figura professionale con la volontà e la mente (gli studi, i titoli, l’aggiornamento et similia) ma poi ha buttato il suo cuore nella classe e non poteva far altro che questo.

Ho partecipato alla costruzione del Manifesto degli insegnanti con il cuore; tanto ne misi che, a un certo punto mi si era come ingolfato e se non fosse intervenuto Andreas Formiconi che in una indimenticabile domenica pomeriggio gettò, con altrettanto e più cuore e lucida mente, una bellissima sua pagina tra i post del Ning LSCF dicendo che quella era una sua bozza, credo che non avrei trovato il filo del discorso. Naturalmente in tanti hanno valentemente partecipato fino a creare la versione definitiva, ma come dice la canzone per fare un albero ci vuole un seme, e quel seme fu gettato così.
Fu dunque, per chi scrive, un’impresa tra la coltivazione e il cantiere navale. Il cantiere, preparato da 
Gianni Marconato, era pronto ed armato di volontà perciò il Manifesto nacque e fu ben allevato dal nocchiero-giardiniere de LSCF Gianni.

Dopo più di un anno rileggo ancora una volta il testo e mi chiedo quanti altri semi possa aver generato. L’utopia ha ispirato un testo alto e denso che merita di esser tradotto in prassi: è accaduto oppure ne abbiamo fatto solo un fiore all’occhiello per migliore l’immagine? La realtà quotidiana del lavoro dell’insegnante che ha collaborato a scrivere, che ha condiviso e linkato, che ha diffuso volenterosamente il Manifesto ne è stata scalfita, modificata, ispirata o illuminata?
Ma quest’oggi non è giorno di risposte.
Chi scrive queste righe sta raccontando e non emetterà giudizi.

Chi scrive adesso alza spesso lo sguardo dallo schermo per guarda dalla finestra le foglie che bevono avidamente la pioggia prima di cedere al ciclo autunnale che le renderà humus vitale per l’albero stesso nato (quanto tempo fa?) sempre da un semplice ed umile seme.
Chi scrive immagina la storia del seme, e prova a raccontarla a modo suo. Un seme, in fondo, è uno tra i tanti suoi simili e per vivere deve essere buona, fortunata e ben curata semente. Un seme, da sempre, è solo un’opportunità, è un’ipotesi di vita. Anche il nostro Manifesto è un seme; chi ha partecipato alla sua nascita sa di aver fatto bene e sa anche di non essere responsabile di tutte le vicende che quel seme incontrerà e non può fare a meno di chiedersi quale è stata o sarà la sua storia.


Un albero fiorì di bianchi grappoli profumati, era una vigorosa acacia. Dopo qualche tempo il vento fece cadere ai suoi piedi dei baccelli sottili pieni di semi. Alcuni passanti li videro. Un vecchio li frugò col suo bastone, ne raccolse faticosamente una manciata e pensò che avrebbe provato a darli come becchime al fringuello che gli teneva compagnia dalla gabbietta appesa sul balcone. Una frettolosa signora li pestò, controllò che non le avessero impolverato le scarpe e se ne andò per i fatti suoi. Un artista in cerca di fama li guardò incuriosito, ma vide che non avrebbero aumentato la sua fama e volse lo sguardo in cerca di vantaggiose o più facili opportunità. Un grosso calabrone ronzante passò a veloce volo radente in cerca di prede, per sfuggirlo una donna che arrivava si chinò e vide i baccelli ormai secchi, sorrise li raccolse in un kleenex e pensò che li avrebbe portati al suo bambino che stava per uscire di scuola e già pensava che si sarebbe messo a giocare con il nintendo.
Il ragazzino arricciò il naso vedendoli, avrebbe preferito il solito ovetto kinder, ma poi la mamma gli spiegò che dentro quelle scorze secche c’erano semi e che i semi si potevano mettere in terra per fa nascere una pianta. Lo seminarono in un vaso, e non nacque nulla. Ma ormai il bambino aveva elaborato una sua teoria: se dai semi nasce una pianta (di questo era sicuro perché aveva chiesto anche alla maestra e a internet) ma non era accaduto, allora era la mamma che doveva aver sbagliato qualcosa. E lui continuò ad occuparsene, provando e riprovando, fino a riuscirci.

Dai semi può nascere o non nascere una pianta, ma quasi sempre se ne sprigiona una curiosità, un’ipotesi, una domanda. Ecco perché non bisogna smettere di curarsene, di raccoglierli, di diffonderli. Ecco perché il rito dell’agricoltore, come quello del navigante consiste nel ripetere azioni e rotte sicure conosciute, ma per scoprirne di nuove.

5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adoprerò affinché vivano cercandola.(dal Manifesto degli Insegnanti)

L’impegno a cercare la verità è il più arduo, insieme a quello dell’impegno per il bene comune, che si possa trasmettere ai nostri ragazzi; ecco perché questo è il pezzo di Manifesto che prediligo ecco la vera sementa.

E naturalmente lo racconto a modo mio.

venerdì 17 settembre 2010

Insegnante, nonostante la scuola - di Mariaserena Peterlin




L'insegnante che percorre i lunghi corridoi di qualche istituto e si chiede, ma di chi è questa scuola, si sente rispondere, è tua. E se entrando in un'aula rumorosa e grigia, umida di stillicidi incontrollati e di afrori che vincono l'azione antimicrobico-antibatterico dei più frizzanti deodoranti si chiede, di chi è quest’aria, si sente rispondere, è tua, quella che respiri anche tu. E se nota in quell’aula sorda e grigia e umida la presenza di esseri stratificati e come incistati nei banchi e si chiede chi sono costoro, deve rispondersi e insultarsi da solo: sono i miei alunni. Idiota.

Perché nella scuola tutto è dell’insegnante: anche le mura istoriate di scritte per i malpensanti, anche l’aria impregnata di secrezioni delle ghiandole sudoripare e dell’ultima imitazione D&G, anche la porta della classe fatta di plastica sbilenca, anche gli amorfi o ipercinetici adolescenti incupiti da ore ed ore di strepitose lezioni di materie-che-non-gliene-può-importare-di-meno.
Perfino il Diesse (dirigente scolastico di belle pretese funzionali e gestionali) è suo. E sa che può ignorarlo o incenerirlo con una nota al verbale se vuole. Può infilzarlo rifiutando una delle tante firme messe per quieto campare.

Però quando la campanella suona, allora l’insegnante sente rimescolarsi il sangue arterioso, e pensa stavolta faccio scuola come so farla io; e le circolari e le note e i decreti me li appiccico sul frigorifero con il magnete tanto me ne sbatto.
Perché tutto nella scuola è suo.
E di tutto la scuola può fare a meno; tranne che di lui e dei suoi adolescenti stratificati e come incistati nei banchi. L’insegnante allora fa la sua lezione ed il suo dire inizia a circolare riscaldandogli il cuore pulsante.

E quando finalmente arriva il giorno in cui l’insegnante si stanca di piegare la testa ed annuire, ed arriva anche il giorno in cui il suo sangue arterioso gli zampilla nel cuore, fontana dell’amore e dell’odio, allora finalmente la spalanca quella la porta fatta di plastica sbilenca, raduna i suoi adolescenti e li trascina per le strade della città e comincia a correre con loro gridando e cantando: scuola! Scuola! SCUOLA!!
Eccoci nella vita ragazzi, eccoci! Respirate, guardate, toccate, abbracciatevi: questa è la vita! Afferratela forte e portatela con voi ADESSO! Abbasso il vecchio, viva il domani. Viva la scuola viva, viva la scuola che si interroga, viva la scuola che vola come una creatura lucente e guizzante. Quel giorno corridoi e mura, aule e ragazzi, insegnante e città tutto si fonde e il cuore si dilata come una rete che non si spezza nonostante il peso degli innumerevoli esseri che adesso contiene. 
VIVI.


PS: QUESTO TESTO è una ri_SCRITTURA da Giovanni Verga. Se siete arrivati in fondo e non vi piace non c'è niente di male. Anzi! Bella è la critica e vivo il pensiero di chi dice no.
Però se vi piace tutto ha una sua spiegazione