chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

Visualizzazione post con etichetta Costituzione Italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Costituzione Italiana. Mostra tutti i post

mercoledì 24 aprile 2013

La scuola, gli studenti e gli insegnanti: basta con le demolizioni

In breve: questa è una motivata protesta conto la politica che continua a distruggere scuola, pratica didattica, studenti ed insegnanti violando la costituzione italiana.

Ogni blogger, se vuole, può trovare qualcosa di positivo dal dire-fare-conoscere-parlare nel web. A me, ad esempio, capita di ritrovare i miei studenti: bellissima cosa.
Bella ed interessante soprattutto perché ho lasciato ragazze e ragazzi, adolescenti ancora spesso indeterminati, casinari, inquieti (e secondo alcuni miei colleghi decisamente "da bocciare") e ritrovo donne e uomini, ritrovo madri e padri di famiglia, gente seria che lavora, e spesso arranca tra gli attuali difficili momenti, ma con grande dignità .
Questi uomini e donne sono formati dalla scuola (troppo poco) ma soprattutto dall'esperienza e dalla vita.
Questi uomini e donne sanno quanto può essere fondamentale la scuola per i loro figli e non si meritano il ritorno di una Gelmini o l'avvento di qualsiasi altro dilettante velleitario che, per farla corta, non sa non dico cosa sia un processo educativo, un percorso di formazione, ma nemmeno un comune curriculum.
Però stanno arrivando, se ne sentono i rumori, e occuperanno la nostra scuola, come i lanzichenecchi di Wallenstein le terre di conquista, per radere al suolo la nostra tradizione, la nostra istruzione pubblica, la nostra cultura nata da studio e pratica.
 I Lanzichenecchi della politica ottusa giudicano e giudicheranno la scuola in base a "merito/non merito", "disciplina/indisciplina", “progetto/non progetto” ed altri stereotipi mutuati dal loro mondo perbenista, ingessato, miope, conservatore, borghesuccio, ignorante e, lasciatemelo dire, mercenario-benestante.
 Ogni blogger, ripeto, può trovare, se vuole, qualcosa di positivo nel web; io ho trovato e ritrovato anche tanti delle mie ragazze e dei miei ragazzi e so per certo, per aver vissuto con loro, che la scuola poteva far di più per loro, e potrei anche dire che l'errore maggiore potremmo averlo fatto, noi prof, giudicandoli troppo presto: giudicare, infatti, non è l’eccellenza della didattica.
So però anche quanto lavoro fanno tanti docenti, so come sono in difficoltà, so che sono tra le poche categorie di professionisti che hanno il polso del cambiamento con il quale si confrontano quotidianamente e senza filtri né barriere.
Dunque non è forse stupendo pensare di appioppare a queste persone, a questi giovani e meno giovani cittadini, una come la Gelmini o come qualche professore giudicante e non praticante?
Non è forse necessario dire basta?
Si potrebbe fare almeno una legge per la scuola, una sola: chi fa il ministro del miur provenga dal nostro mondo, dalle nostre trincee, dalla nostra esperienza. Tutto il resto è bufala nociva.
E davvero basta bufale.


mercoledì 12 dicembre 2012

Il caimano ridens, il coccodrillo lacrimans e noi, le prede


Indurre la frustrazione fa parte della strategia del potere, ossia della cosiddetta casta o meglio del potere ramificato e complesso che ci può dominare, anche psicologicamente, usando i media, i nostri sentimenti, la nostra irrazionalità, il legittimo desiderio di benessere e felicità. Non a caso il caimano reveniens torna agitando, insieme alla dentiera luccicante, il vessillo di una crisi che sarebbe psicologica e superabile e con lo slogan che il fiducioso buonumore (e a quello ci penserebbe lui a botte di velinazze) tornerà ed avremo soldi da spendere.
Ma non dovremmo dimenticare di chiederci: che je frega, al caimano, del popolo dei cittadini vessati dai balzelli e dai ricatti delle spese e dei bisogni, delle famiglie normali, degli esodati, dei licenziati, dei precari, dei malati, degli emarginati?
Il caimano è un predatore, questo caimano è un predatore ridens anche se, non nascondiamocelo, c’è a chi piace.
Però esistono anche caimani austeri, probi, sobri e mesti: di quelli che, dopo averti ben ben sbocconcellato, lacrimano come il fratello maggiore, il coccodrillo.
Infatti è vero che in natura, e tra noi, ci sono i predatori e i predati, ma è bene avere chiaro che per difendersi dai predatori bisogna individuarli e capire bene chi sono, e soprattutto non illudersi che un predatore ci possa difendere da un altro suo simile. Un coccodrillo non ci difenderebbe da un caimano, e un potenziale predato si suiciderebbe se, per difendesi dal lupo, si rifugiasse presso la volpe.
Caimani a parte, noi siamo trattati, e ci siamo lasciati trattare, da anni e decenni, come polli e galline: siamo stati chiusi in gabbie mentali e sociali ed allevati per la carne e le uova. Forse anche per le scadenti piume. Ci siamo praticamente abituati al cibo della gabbia: ci hanno infatti somministrato tanto becchime mediatico e terrore dell’altro che pensiamo di non poter fare più a meno né dell’uno né dell’altro. Abbiamo un frenetico bisogno di nutrirci di due fondamentali elementi: notizie manipolate e indifferenza ed odio verso il diverso.
Per imbrogliarci meglio, inoltre, ci hanno fatto identificare il diverso con categorie precise, facendoci dimenticare che il diverso, fondamentalmente, non è tale solo per razza, religione o orientamento sessuale, ma anche perché sostiene ed elabora un pensiero non conformato, non convenzionale, libero dal condizionamenti: non da pollaio insomma. E quel cibo ora ci sembra amaro.
Ma non siamo polli e galline, anche se a volte qualcuno si comporta come tale. Siamo umani sapiens, pensanti, potenzialmente nati liberi e dobbiamo riprenderci la libertà per ritrovarne il sapore, o almeno quel margine possibile di libertà da cui ricominciare.
Soprattutto non possiamo pensare che una libertà qualsiasi ci sia data in dono da un caimano ridens o in dote da un coccodrillo lacrimans come premio per essere sfuggiti dai denti aguzzi di suo cugino.Nessuno può chiamarsi innocente se non si oppone ai predatori; per opporsi ci sono tanti modi, ad esempio anche rifiutarsi di accettare il modello sociale e di consumo dominante, smettere di non pensare, rifiutarsi di dipendere dall’attesa del becchime delle notizie manipolate.
Non è per niente facile essere non allineati, ma è necessario.

venerdì 15 aprile 2011

Eppure Asor Rosa dovrebbe esser ascoltato - di Mariaserena Peterlin

Eppure Asor Rosa dovrebbe essere ascoltato.  
Le reazioni al suo 
editoriale apparso sul Manifesto sono state di vario tono e colore, ma generalmente negative ed alcune addirittura alcune offensive: qualcuno ha parlato di colpo di stato e qualcun altro, addirittura di imbecillità.
Ma Asor non è affatto un imbecille.
Non ho mai aderito alle linee delle sue analisi, né all’impostazione della sua critica letteraria; ma credo che gli debba esser riconosciuta una indiscussa statura di studioso e di intellettuale.
Chi ha opposto alla sua opinione argomenti biechi o offensivi non fa un buon servizio né alla democrazia, né alla verità storica, né all’Italia.
Asor Rosa non ha, contro questo governo, polemizzato con i noti e soliti argomenti, ma con una propria linea di interpretazione e una proposta cui va riconosciuta un’elaborazione culturale di consistenza ben diversa rispetto a quella dei soliti noti che non nomino perché comunque si citano da soli.

Asor ha, infatti, scritto un testo pieno di passione e sdegno, ma ha anche proposto un’analisi, a tratti, accorata e ci ha richiamato alla Storia, alla Storia italiana ed Europea. Quanti lo sanno fare? Anzi la domanda corretta è: quanti sanno la storia?
Sulle tesi asoriane si può discutere proprio in quella direzione e non schierandosi dietro a un conformismo legalitario a cui, probabilmente, crede sinceramente ben pochi.
Leggere ed interpretare l’editoriale, invece di accontentarsi dei commenti che ne son stati fatti, non è affatto un esercizio banale, a meno che non si preferisca mettersi in coda alle tesi di Giuliano Ferrara (ma anche di Ezio Mauro) o di chi non aspetta altro che poter bastonare un avversario politico dall’alto del suo sussiego mediatico filoberlusca o antiberlusca.
Asor deve essere ascoltato, e le sue tesi discusse senza faziosità.
Tra l’altro appare anche evidente come la sua sia un’analisi, come s’è detto, passionale ma con un quadro di riferimento storico che non può essere ignorato.
Ad esempio Asor Rosa si interroga sulle cause del collasso di una democrazia e scrive:
“… quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?”

Ebbene se è evidente che parlare di democrazia nell’Italia del 1922 è un’estrapolazione spericolata (non solo non votavano le donne, ma si votava con la legge elettorale del regno di Piemonte, per censo e gli elettori erano una minima parte della popolazione) vale tuttavia la pena di cogliere lo spunto più interessante e di chiedersi davvero perché Vittorio Emanuele III non abbia schierato l’esercito contro la marcia su Roma e il fascismo. Chi ha letto anche meno di due libri sa come la monarchia abbia a lungo tentennato ed abbia scelto Benito Mussolini solo per salvare se stessa e gli interessi di chi la sosteneva e non certo per fare un favore ai socialisti, agli operai o ai contadini. Per questo (e per altri motivi) l’affermazione di Asor è comunque interessante e dovrebbe far riflettere in direzione parallela ed analoga: cui prodest l’attuale Governo? Solo al presidente del consiglio?
Davvero siamo così candidi e sprovveduti da pensare che siamo di fronte solo ad un governo, per dir così, autoreferenziale che gode vantaggio di se stesso anche se, prima o poi, dovrà cedere il potere?
A una persona semplice, ma razionale non vien forse naturale chiedersicome mai il sistema-berlusca sia blindato e tutto sommato in concerto (nonostante le apparenze) con partner europei e non solo?

Ma non c’è solo questo; Asor Rosa afferma : “La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.” In natura, verrebbe marginalmente da commentare, i tarli stanno sempre dentro e nonfuori, ma proprio per questo la metafora è interessante. Il tarlo è dentro, non solo, ma, aggiunge lo studioso, lo storico, il politico: “Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è un fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.”
Non è sufficiente perché manca di autorevolezza. Affermazione grave. Dunque un sistema democratico come il nostro è, secondo Asor Rosa, in una tale crisi che non può far leva proprie risorse culturali, di pensiero politico; non sa elaborare una proposta diversa, influente, potentemente persuasiva tale da riuscire a determinare un avvicendamento che potremmo definire fisiologico.

 “Ciò cui io penso” prosegue l’editoriale “è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere” e aggiunge “ la democrazia si salva, anche forzandone le regole”.

E nuovamente rifletto: su queste, così pesanti, affermazioni può una persona semplice, ma razionale non chiedersi come mai la democrazia fallisce proprio laddove dovrebbe esercitare in modo più efficace la sua azione a beneficio del popolo? In sostanza perché non è sufficiente puntare su un avvicendamento delle forze in campo? Dire che la legge elettorale, regolarmente votata in Parlamento, non è adeguata appare una spiegazione proporzionata alla situazione?

In realtà sappiamo tutti che la realtà sociale è profondamente mutata e lo sono anche i nostri riferimenti culturali, i modelli sociali, il modo di guardare (con ansia) al futuro; siamo in piena crisi non solo economica, ma dei diritti.
Di questi argomenti, semplici ma ragionevoli, forse occorre tener conto, anche perché se la proposta di Asor Rosa, che ha alle spalle una vita di militanza politica e impegno culturale, è di chiamare carabinieri e polizia ci sarà forse qualche altro motivo che lo studioso non esplicita, ma a cui sembra indirettamente riferirsi.  E comunque queste deduzioni nascono proprio sulla scorta delle sue provocazioni.
Per questo non è da scartare l’ipotesi che Asor quando afferma “sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti – del contrario” sottolinei la mancanza di prospettive, di idee, alternative, di proposte politiche e di progetti condivisibili dai cittadini di questo paese.
Nello stesso tempo sembra mettere a nudo come ad occupare la scena mediatica e politica (a pietiner sur place ) siano, con scarso frutto, sempre gli stessi personaggi che ben poco hanno saputo fare tranne (come è accaduto) insultare chi esprime un parere dal sapore forte e amaro, ma che va ben oltre, piaccia o non piaccia, le genuflessioncelle e le riverenze di chi ha più care le poltrone e i cadreghini e pure gli strapuntini dal pullmann che non la verità.
 

domenica 20 marzo 2011

NO WAR - RIPUDIAMO LA GUERRA, TUTTE LE GUERRE

Elsa Morante lo dedica "all'unico pubblico che ormai sia forse capace di ascoltare la parola dei poeti"

Art. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

I padri costituenti sono stati illuminati e saggi quando hanno scritto l’articolo 11 che dà, come molti altri, prestigio alla nostra Carta Costituzionale. L’hanno scritto ispirati e forti di una coscienza plasmata anche dalla comune tragedia della II guerra mondiale e delle sue lunghe e terribili conseguenze pagate con il sangue di troppe vite umane.
Quella tragedia li aveva, come sappiamo, profondamente coinvolti, aveva segnato per sempre le loro vite personali ma anche quelle dei popoli trascinati nel conflitto.
Lungi, infatti, dall’ideare un libro dei desideri, hanno scritto dando voce e anima anche a quei nostri morti (i morti sono sempre di tutti) che ci ammoniscono ancora.
Leggendo l’Articolo 11 non si ascoltano dunque solo le buone e oneste voci di maestri di vita, ma dovremmo sentire invece la voce di chi ha pagato innocente o di chi ha provato cosa significa la disperazione della guerra.
Eppure noi non li stiamo ascoltando.
Ma opporsi alla guerra è necessario.
Le ragioni di chi ha voluto l’attacco sulla Libia sono tante, ma la guerra non si evita cercando di prevalere con altrettante, più o meno forti, ragioni.
La guerra, come ci hanno insegnato i padri della Costituzione della Repubblica Italiana, deve essere evitata ripudiandola, ossia rifiutandola per un principio che è baluardo di civiltà.
Dobbiamo evitarla e trovare gli strumenti per farlo. Dovremmo accorgerci dell’inganno nascosto dietro la falsa soluzione dell’entrata in guerra.
Sappiamo che l’inutile strage, non risolve le controversie internazionali, ma le estende; che sconvolge equilibri imperfetti, ma ne crea altri; che i vinti non si pacificheranno e che gli eventuali vincitori non scamperanno alle vendette.
Sappiamo che non saranno i popoli a giovarsi della guerra e che i nostri figli (anche i figli dobbiamo sentirli di tutti) possono essere tra i giustizieri come tra le vittime. Perché accettare tutto questo?
Sappiamo che si decide di iniziare un conflitto a tavolino, ma che si chiude (seppure lo si chiude) contando i morti.
Perché dobbiamo ancora una volta subire le logiche dell’interesse, dell’intolleranza, dell’ingiustizia, del razzismo, del massacro e non attuare vie diplomatiche?
Perché rinneghiamo la voce della nostra Costituzione?
Ma se la ragione non è ascoltata proviamo ad ascoltare la voce delle vittime, una voce  che parla al cuore. O ma molti uomini non hanno più cuore? 
Noi, invece, lo abbiamo. 

20 marzo 2011, Maria Serena Peterlin