chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

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lunedì 13 febbraio 2012

SCUOLA ed Fb – La trasparenza reale e il luogo virtuale



A Giovanna, amica di web e non solo, voglio bene, è un’amica che non ti incarta balle, ma dice le cose come le pensa. Mi imbatto, e naturalmente siamo su fB, ma si parla di scuola, in una delle sue tipiche risposte,  secche e pulite, a una domanda barocca e polverosa.
La domanda é “Secondo voi è bene che un docente sia presente su fB ed accetti l’amicizia dai suoi alunni?”.
La risposta di Giovanna : “Se sei trasparente non hai nulla da temere.”
Sorrido, ci voglio riflettere; istintivamente direi che la risposta è spericolata anche se so che Giovanna ha esperienza, praticamente vive in rete, ne conosce e sperimenta ogni fessura, ha centinaia di contatti. Ma non è una insegnante. E mi prendo altro tempo per pensare.
Poco dopo, ancora a spasso per fB visito la bacheca di un’altra cara amica, Lucia, che insegna alle scuole medie ed ha anche gli studenti tra i suoi contatti.
Mi fermo sorpresa da una serie di insoliti messaggi postati da alcuni suoi allievi; ricostruisco e non cito alla lettera il dialogo che nasce.
“Prof, ci scusi per oggi, non avevamo intenzione di fare nulla di male”
“Ne parliamo domani a scuola.”
“Prof, mi dispiace tanto, io non pensavo che succedesse quello che …”
“Ragazzi, sono stanca, adesso studiate, domani chiariamo in classe.”
“Prof, sono… xxx, vorrei parlarle, davvero quello che abbiamo fatto …”
Lei continua a rispondere laconica, capisco che non è la solita Lucia vivace, dolce, piena di ricchezza interiore e pronta a donarsi.
Allora, d’istinto, le scrivo privatamente
Cara Lucia ho letto sulla tua bacheca i messaggi dei tuoi ragazzi; anche se non so cosa abbiano combinato, ma immagino l'abbiano fatta grossa, mi sono ritrovata in mezzo alla scuola e ho sentito tanto caos (il loro) e tanta fermezza e tenerezza intelligente (la tua). Ti scrivo per dirti che è bello vedere come i tuoi ragazzi ti cercano, è bello capire che insegnante sei e come i tuoi ragazzi tengono a te. Quando corrono a scusarsi è perché non possono rinunciare all'idea di perdere una cara e forte stella polare. Ti abbraccio e ti auguro ogni bene; una insegnante preziosa per i ragazzi lo è anche per tutti noi.
Mariaserena

Lucia poco dopo mi risponde:
Grazie Mariaserena,
le tue parole mi hanno fatto versare quelle lacrime che stavano lì in attesa di poter uscire ..
è stata una bravata per fortuna contro cose (una macchina) e non animali o persone!
Stiamo costruendo la fiducia reciproca, ci conosciamo solo da settembre .... e questi ragazzi e gli altri che erano con loro oggi sono i "peggiori" della scuola ....
quel che mi dici è un prezioso incoraggiamento 
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grazie mia cara, un forte abbracci
o
A mia volta rispondo:
 Sono felice di averti scritto, cara Laura, ho seguito un impulso improvviso. Coraggio ce ne vuole tanto in questo lavoro bello e possibile solo se non si resiste alla forza del cuore e della ragione, e tu ne hai tanti. Un altro grande abbraccio per domani.
Questo dialogo si chiude così.
Sì, coraggio ce ne vuole per insegnare e soprattutto per essere insegnanti trasparenti; il coraggio è una virtù della trasparenza, proprio quella di cui aveva parlato Giovanna. Se sei trasparente puoi stare in rete, su fB e dialogare, con la giusta attenzione a non offendere la vita privata e la riservatezza, anche con gli adolescenti.
Quella sera ho immaginato loro, i ragazzi di Lucia, i peggiori della scuola, i Lucignoli come mi piace chiamarli; quelli per cui la scuola è, potrebbe essere, davvero tutto.
Ho captato chiaro il loro sgomento; si saranno chiesti : “Cosa dirà lei ? L’unica che ci aveva dato fiducia! Cosa facciamo? Dobbiamo aspettare domattina e parlarle a scuola” .
Ma  poi no, non ce l’hanno fatta ad aspettare nemmeno poche ore, e l’hanno cercata: nel mondo virtuale del tempo reale.
Mai parole più ambigue di queste mi sono suonate più chiare e trasparenti: un mondo virtuale, e questa volta anche virtuoso, in un tempo reale, e in questo caso anche tempo vero, immediato: necessario ed essenziale.
Né la prof né i suoi ragazzi, perché suoi sono, hanno potuto attendere ancora una notte di angoscia perché hanno prevalso i sentimenti di stima, di affetto, di turbamento. E allora sono partiti e sono stati lanciati segnali di luce e d’affetto.
La rete, un filo che si intreccia e dipana.
Un filo che ci unisce, e può far bene, purché trasparente, anche alla scuola.
LE ANIME SI PARLANO


venerdì 13 gennaio 2012

Narrare è bello

clicca per ingrandire
I Blog hanno almeno il merito di aver dato impulso alla scrittura. Sarebbe interessante e probabilmente utile che le persone che scrivono diventassero sempre di più. Scrivere è comunicare senza perdere le nostre parole.
Da narratrice artigiana ma appassionata, ostinata e ormai di lungo corso direi che chi si accinge a narrare può incontrare alcuni particolari momenti di difficoltà e provo ad elencarne qualcuno per vedere se sia possibile razionalizzare:
A) non c’è solo un modo di narrare ragion per cui (e qui contraddico impunemente, spero, tanto strutturalismo) immaginare schemi, strutture, modelli a cui adeguarsi a volte non solo non facilita, ma impedisce la narrazione
B)  per narrare è importante prima ascoltarsi (se non ci ascoltiamo noi come possiamo immaginare l’ascolto di altri?)
C) per narrare è bello (uso volutamente questo aggettivo) immaginare un interlocutore; in questo caso possiamo sia scegliere un interlocutore da “convincere”, o con cui “condividere” perché già sappiamo di essere in sintonia, da”sorprendere”, da far “sorridere” o commuovere; e potremmo dirne tante altre.
D) se qualcuno esita a narrare ha certamente i suoi buoni motivi; uno di questi è la scuola che ci ha condizionato mettendo troppi paletti quando abbiamo iniziato a comporre i primi pensieri, temi ecc
D.1) motivo di più per contestare il nostro passato condizionato!  Se ci accorgiamo che questo è un motivo di scontentezza allora ribelliamoci perchè scrivere è bello, lasciamo da parte tutto ciò che ci pesa: (fossero pure ortografia, sintassi nonchè tutte le cose che possiamo sistemare dopo).
D.2) Partiamo leggeri e senza altro bagaglio delle parole.
E) Non esiste una scrittura che nasca perfetta; Beppe Fenoglio, un enorme narratore, diceva che “la sua pagina più spensierata” usciva da lunghi rifacimenti (non ho sotto mano la citazione completa e vado a memoria, semmai integrerò appena possibile). Lui stesso disse che scrivere era come torturare il cervello con gli spilli. E qualcun altro (Pirandello) parla di “stanza della tortura”. Dunque perchè preoccuparsi mangiucchiando la matita… ops la tastiera?
F) Gli attuali narratori di successo sono super-assistiti e tutorati da editor professionisti; io, che spudoratamente mi considero una narratrice :) )) certo non sono una da successo editoriale in libreria, infatti mi autopubblico e me ne infischio: scrivo perciò a modo mio, ma divertendomi pazzamente. E concludo citando-parafrasando Jannacci
- Scrivo anch’io? -
- sì tu sì! -
- Ma perché !? -
- Perchè sì! -

sabato 1 ottobre 2011

NUOTO LIBERO

Sala docenti vuota. Per un’ora sarà nuoto libero. Mi tuffo.
Polanyi mi piace, mi piace sentirgli dire che la didattica è un’arte che non può essere specificata nei dettagli e non può essere trasmessa mediante prescrizioni… Già, la didattica è un’arte. E l’artista non conosce ricette da applicare, può solo andare oltre superando se stesso o il maestro, se mai ha eletto qualcuno a maestro.
Considero lo stato dell’arte, quello della mia arte, e mi chiedo quante volte sono riuscita ad andare oltre e se sono davvero andata oltre me stessa. Nessuna risposta. Impossibile per me definire l’infinita sequenza degli atti creativi. Impossibile spiegare la nascita del pensiero, impossibile descriverne il concepimento. C’è sempre un quid che sfugge… La sequenza degli atti creativi è talmente veloce da rendere necessario l’uso di una lingua supersonica. Fantastico su sequenze e frequenze da poter utilizzare ma c’è sempre un quid che sfugge.
Cerco riparo da me stessa nel sano pragmatismo di Pellerey. Niente arte questa volta. La didattica è fatta di conoscenze e competenze che consentono di praticare un insegnamento all’insegna dell’efficacia. Non ne sono proprio sicura ma a braccio così mi pare di ricordare.
Ma il termine efficacia mi rimanda all’andare oltre. Parto. Quest’anno voglio sperimentare la robotica in classe. Ho già una parte del percorso in testa. Al resto penserà la divina scintilla, quella scintilla che non so raccontare.
La sala docenti a poco a poco si riempie di voci e di aroma di caffè. La campanella sta per suonare. Un ultimo pensiero alla robotica, anzi una domanda, la prima di una lunga serie. $$$ per il materiale?
Qui non mi aiutano né Polanyi né Pellerey. Superando la soglia della sala docenti, macino possibili soluzioni:
1) Chiedere a scuola (il fondo del barile è stato già grattato, dovrei accontentarmi del buco…);
2) Chiedere a privati (mmmhhh, sarebbero i privati a non accontentarsi…..);
3) Chiedere a me stessa (portare il materiale da casa. Possibile, anzi, certo…)
Raggiungo la classe, un orizzonte sempre nuovo in un mondo in cui non c’è più nulla da scoprire o un fondo da grattare. Inviterò i ragazzi a nuotare con me. Nuoto libero.

Fermina Daza

mercoledì 28 settembre 2011

"I" ed "R"





Dieci anni fa così scriveva un dirigente scolastico.
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il “forum” didattico da lei voluto e organizzato sapientemente, mi ha riconciliato con la didattica vera e con lo spirito e la sostanza della scuola dell’autonomia.
Se il prossimo presidente del consiglio ha parlato delle tre “I” , internet – inglese – impresa, per la scuola del terzo millennio, lei ha risposto con la scuola delle tre “R”: ricerca - risorse umane e strumentali - Responsabilità.
Durante i novanta minuti trascorsi nella sua II B, ho potuto apprezzare che il docente ha ancora la possibilità di porsi come punto di riferimento capace di suscitare curiosità intellettuali.
Sono rientrato in ufficio con l’animo sereno dopo molti mesi di affanni e di preoccupazioni, finalmente riconciliato con la vera scuola che deve offrire opportunità a tutti e a ciascuno.
È quanto mai opportuno “ripartire” da qui con i colleghi del consiglio di classe, lasciare che le occasioni mancate si traducano in “progetti” futuri.
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Dieci anni fa così rispondeva una docente.



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Ho colto pienamente il significato delle “occasioni mancate” e a questo proposito credo che tutti noi siamo chiamati ad approfondire la riflessione sui diversi stili di insegnamento e sul contrasto stridente di questi ultimi all’interno del consiglio di classe. Credo, inoltre, che dovremmo porci ulteriori domande sugli stili di apprendimento non solo degli alunni ma anche dei docenti. Il rischio sempre in agguato è quello di proiettare i nostri bisogni sui ragazzi e di percorrere strade che appartengono solo a noi, al nostro vissuto, e non ai bisogni e al vissuto degli alunni.
Cosa dire poi degli affanni e delle preoccupazioni che a quanto pare sono fedeli compagni di viaggio? Personalmente non posso che rammaricarmi per la sua decisione di gettare la spugna. Ne posso però intuire le ragioni ed i motivi più evidenti.
Spero sinceramente che voglia ritornare sui suoi passi anche se mi rendo conto che nella vita si è spesso costretti a valutare il rapporto danno-beneficio.
Credo di aver espresso, sia pure in maniera fortemente sintetica, quanto è nella mia mente a proposito delle situazioni conflittuali, situazioni in cui la comunicazione di tipo emotivo esige la messa in gioco dell’hic et nunc.
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Ripartire dalle tre “R”?



Fermina Daza

lunedì 26 settembre 2011

Note elettriche di scuola, con aggiornamenti di Mariaserena Peterlin


L'opera è di Nadagemini, un mio (ex) studente, che ringrazio con il solito affetto
Nello scrivere penso al precedente post di Fermina Daza, autrice di questo Blog, sulla didattica ortodossa e ho in mente anche tante considerazione che abbiamo fatto insieme e che un giorno insieme, spero, scriveremo. Questo scritto, non è un tentativo di narrazione letteraria. Lo dichiaro subito in omaggio alla evidenza che altro è dire, altro è commentare, parlare di ricordi, chiosare, annotare, altro è divertirsi a ciarlare, scambiar parole ecc e altro è narrare per far opera letteraria.

Meglio non sottovalutare le parole, specialmente in campo narratologico, perché se ne potrebbe uscire fulminati.
Forse riuscirò a spiegare come e perché.
Alcune parti di questo scritto sono state prese e riviste da una mia raccolta di cose vere e di scuola che ha preso il titolo “La (mia) classe non è doc”.
Altre parti di questo scritto sono considerazioni di oggi.
Le prime sono scritte in corsivo, le altre a caratteri normali. L’ordine segue solo una mia logica di associazione mentale, e non.

3. Storie e lotte di classi
Le iscrizioni alla scuola, dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e ri-orientamento, sono messe in atto in collaborazione con le Scuole di provenienza degli studenti.
Sull’attribuzione degli studenti alle sezioni e sulla distribuzione numero dei ragazzi iscritti si aprono spesso, tra gli insegnanti, danze e contraddanze non proprio armoniose.
Accade, infatti, che la formazione delle classi sia solo apparentemente casuale o stabilita da criteri d’equilibrio.
Pochi sono gli insegnanti che, per candido senso democratico, per stoica indifferenza alla comune sorte, o per altri indecifrabili motivi continuano ad accettare le classi così come capitano; la gran parte, invece, è costituita da più avveduti prof che si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori della diplomazia mediorientale.

Ma in fondo cos’è mai una classe?

Mi è sempre piaciuta la definizione che Maria Corti ne ha dato ne “Il ballo dei sapienti” un libro che narra di scuola, non abbastanza conosciuto e di cui la scrittrice stessa sospese le stampe perché si era posta “un problema di specializzazione o invecchiamento o fossilizzazione del linguaggio, che troppo da vicino connota una realtà sociale e storica di fronte ai mutamenti rapidi del reale” Gabriella Palli Baroni Seduzione intellettuale e creatività: Maria Corti scrittore in cattedra

Maria Corti scrive: “Una classe era una classe, non trentadue ragazzi, una fitta rete di correnti alternate tesa tra trentadue ragazzi.”
Certo si può dirne anche di più, ma forse sarebbe assai più saggio non dirne altro, specialmente se ci si avventura a narrare, e prendere ad esempio la Corti, geniale autrice saggista e non solo stupenda narratrice, per limitarsi a piccole note a margine di un Consiglio di classe.
Dipende dai punti di vista.
Per alcuni una classe è un luogo (sociale, fisico ecc) in cui si passano ore di lavoro insegnando a ragazze e ragazzi aggregati per età. È anche un qualcosa da dimenticare al più presto tornando alle proprie vite quotidiane.
Ma c’è anche chi considera la situazione in modo diverso. Torniamo dunque a Maria Corti. La classe è elettricità perché la classe, innanzitutto, sono gli studenti, ossia i ragazzi.
Loro, considerati individualmente, sono persone di cui prendersi cura dialogando, ricevendo e trasmettendo input e saperi.
La classe, però, non è una semplice somma di un tot ragazzi e ragazze, ma è uno speciale mosaico attraversato (appunto) da un’elettricità scaturita da un complesso aggregarsi di alunni portatori di varianti socio-culturali e affettive.
Ma qui non si narra, qui si fanno note didascaliche e memorialistiche; perciò vado a precisare.
Alcune di queste varianti, essendo impossibile esser certi di definirle tutte, sono: la percentuale di maschi-femmine, la provenienza da scuole diverse, l’appartenenza a quartieri centrali o periferie, l’aver vissuto in realtà sociali le più diverse, la percentuale di studenti con diagnosi di difficoltà cognitive o di altro tipo e di quelli altrettanto problematici, ma dei quali le famiglie non vogliono rivelare (e possono farlo) la situazione reale.
Il mix di queste varianti genera classi tutte diverse (e diversamente elettriche). Le benevolmente cosiddette situazioni difficili, già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari (ma che non sono a disposizione di tutti) si palesano infatti come tante terminazioni nervose scoperte.
E sarebbe davvero illogico farne ricadere il peso sui nostri ragazzi.
Tutti questi elementi si combinano nell’insieme classe e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante non solo al docente ma anche agli studenti medesimi.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, ma non lo è poiché spesso vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof, funzionali e spigliati, che organizza. Per sé va a creare  ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni sono stare, fin dalle scuole di provenienza, scrupolosamente pilotate verso predeterminate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Ma quali sono le conseguenze, sul lavoro docente e sulla vita di classe, di questo vellutato siparietto estivo?
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare, ad esempio, trentuno adolescenti sedicenni maschi portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli/e di famiglia, divisi in uguale numero di  maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea  anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici, di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dall’altro lato (i mio ad esempio) le chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia incollata ad onda perfino cotonata.
Ma anche gli ambienti sono diversi.
Nel loro corridoio le aule sono ben esposte e luminose,  nel nostro abbiamo gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top regna una quiete contegnosa e borghese, ma evidentemente corroborante, nel mio corso, invece, i tumulti scoppiano disinibiti e devono essere sedati da una continua e ostinata presenza didattica: le lezioni  si avvicendano come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Si corre da una classe all’altra cercando di prevenire gli effetti di qualche frazione di tempo inevitabilmente scoperta dal cambio d’ora. Si entra in classe con almeno cinque minuti di anticipo sulla campanella della prima ora avviandosi, veloci e in preda ad un’inutile ansia, sul pavimento di granito rosso e polveroso dei lunghi corridoi incorniciati dalle finestre di alluminio.

Ma come arginare l’elettricità? Certo non a mani nude. Occorrono forse le solite cose: esperienza, sapienza, mestiere? Sì certo, ma è necessario anche mettersi nella condizione mentale e affettiva di voler capire cosa sia quell’elettricità, come accostarla e cosa fare insieme.
Non la fermerete nemmeno con le parole.

È l’inizio dell’anno e anche i miei ragazzi festeggiano selvaggiamente il ritorno a scuola. Sono quasi tutti puntuali; agitatissimi si scelgono il banco (opzione che considerano fondamentale per l’andamento dei futuri compiti in classe e non solo).
L’aula è strapiena e ululante e rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti (dolci rumori) fin dal piano sottostante e più in là.

Chi, invece, ha congegnato ed ottenuto una buona classettina sorride (e perchè non dovrebbe?). Alcune prof sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella, i prof, sobriamente intellettuali, le accompagnano galanti (come negarlo) accordandosi per un caffè e forse qualche cosa in più, nel pomeriggio, perché no?

E la classe? La classe è energia ed ha bisogno di energia, la classe è anche apparenza, bisogna accenderla per riuscire a veder oltre. La classe è davvero elettrica e dunque può illuminarsi o spegnersi, può accumularsi o trasformarsi, può accenderti, riscaldarti o folgorarti: dipende nolto da noi.
Quanto a me la mia classe, amici miei, non era doc e non lo è mai stata.
E quando invece lo fosse stata non sarebbe, elettricamente, toccata a me.


"Tutto questo è piuttosto incredibile no? (Silvio d'Arzo - narratore) 

lunedì 29 agosto 2011

eBOOK - La (mia) classe non è.doc - di Mariaserena Peterlin

Entro in classe. Guardo assenze-presenze già scritte nell’ora precedente. Meccanicamente leggo le annotazioni e le firme dei colleghi; anche quest’anno qualcuno ha scritto, nello spazio riservato alla casella degli argomenti delle lezioni, la frase rituale "conoscenza con la classe". In casi come questi l’elegante-sportivo collega D’Orazio che insegna lettere in un corso parallelo, mi definisce, senza tante esitazioni, ipercritica e non costruttiva; perciò sanziona, saviamente, il mio eccepire su forma e sostanza. 
Mi astengo dunque dall'esprimermi sulla vuota ovvietà della frase rituale, invece m’impunto impaziente, nell’approccio verso una classe nuova, sulla disinvoltura con cui si adopera la parola conoscenza.
Mi guardo intorno: l’aula, ridipinta, chissà quando e da chi, di un freddo colore verde mentolo da emicrania, ricorda i camici chirurgici degli ospedali di fiction televisive, ma anche certe minuscole rane velenose delle foreste amazzoniche.
Le finestre ampie, nemmeno gli infissi opachi di sporcizia sedimentata riescono a velare lo splendore del sole, sono tutte aperte.
Fuori, sulle robinie e gli allori, assaliti dalle edere incolte, le cicale strillano ancora ininterrotte e solamente di tanto in tanto sovrastate dai rumori del traffico, delle ambulanze in corsa verso il pronto soccorso del vicino Ospedale S. Eugenio, dei taglia-erba manovrati dai bidelli.
Istantaneamente tutto l’esterno diventa un unico rombo sonoro di fondo, mentre qui dentro è, per un lungo attimo, il silenzio: sono entrata, li guardo e mi guardano.
Sono loro i miei trentuno interlocutori: hanno sedici o diciassette anni, sono tutti maschi e appaiono goffi, sproporzionati e sudati.
Li osservo presentendo che li troverò inglobati nel loro brodo primordiale d’irrancidite abitudini scolastiche.
Li scruto, mi paiono a loro volta rassegnati, forse sono invece semplicemente in attesa.
"Buongiorno ragazzi"
"Buongiorno" ripete qualcuno rifacendomi un po' il verso.
"Che significa, che dovevamo alzarci in piedi?" prosegue un po' diffidente.
"Perché me lo chiedi?"
"No, visto che ci ha salutato, pensavo che ce volesse fa' capì, che insomma, noi invece..."
"Tu sei?" chiedo abbastanza incuriosita, e solo per conoscerlo...
"So' Ugo!" dichiara un po' animoso e sulla difensiva.
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