Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.
Arriva la manovra Monti preceduta da una serie di anticipazioni. E i soliti noti preparano il terreno perché sia accettata proprio da chi (il popolo ex-sovrano) sarà chiamato a pagare e già paga pesantemente.
Dicono infatti che la manovra dev’essere assolutamente approvata. Altrimenti l’Italia fallirà, ci ammoniscono sciorinando dati, previsioni, e statistiche ben chiosati da Merkel e Sarkozy.E a noi non resta che piangere? Non è detto. Dovremmo cercare di capire meglio quanto sta accadendo. Ci sono considerazioni tecniche che hanno un peso indubbio, ci sono realtà che non possiamo ignorare, ci sono anche tensioni populistiche (forcaiole? boh, non vorrei essere così corriva) che vanno all’arrembaggio del consenso (e qui mi par di intravedere, non troppo defilati, anche di Pietro o la Lega) ci sono anche tante belle e serie spiegazioni. E va bene. Però mi pare di intravedere anche un meccanismo, e qui mi vorrei tanto sbagliare, che sembra voler indurre intenzionalmente soggezione e timore nel comune cittadino ossia nella persona che si occupa del suo lavoro ed è costretta a dedicarsi ai propri problemi quotidiani, ma non ha competenze specifiche di economia-politica-finanza.
In compenso il comune cittadino paga, come s’è detto, e paga e paga da anni.Tento di spiegarmi meglio: la soggezione ci viene indotta con lo sciorinare di dati tecnici; il timore mediante una serie di previsioni più o meno attendibili, che ci dicono, in poche parole, che lo tsunami sta inevitabilmente per colpirci e quindi dobbiamo mollare tutto e salvarci rimanendo nudi e crudi, però con un tozzo di pane in mano. A me sembra, infatti, che accettando le premesse, per di così, “europee” non rimanga che il tozzo di pane. In realtà non siamo soli: viviamo e dialoghiamo con tante persone, e sappiamo tutti che non capita di incontrare facilmente chi abbia tanta fiducia nella manovra ormai decisa da augurare buon lavoro a Monti. Noi “gente” abbiamo infatti la netta certezza dell’imminente arrivo di una batosta più grossa delle altre e non abbiamo fiducia che questa batosta sia davvero risolutiva. Anzi. Ma c’è un altro aspetto. L’attacco ai già pensionati viene sferrato sia con il blocco delle pensioni sia con l’aumento quotidiano del costo della vita. Ed ancora non basta. E’ stato scatenato un attacco pesante alla generazione pensionata perché è evidente che esiste (ed è stato generato e fomentato) una contrasto astioso con la generazione giovane e precaria. I trenta-quarantenni attribuiscono agli attuali pensionati la responsabilità della catastrofe odierna, li accusano di aver avuto chissà quali privilegi e di essere un peso alla società perché. Nessuno, invece, dice più che molti pensionati hanno pagato fino a quaranta anni di contributi corrispondenti anche al 40 o 50% del loro stipendio; e la domanda dovrebbe quindi essere: dove sono finiti tutti quei nostri soldi? Questo è il vero problema. Torniamo all’insidioso conflitto generazionale: guardiamoci intorno, leggiamo quello che accade e vedremo che non si tratta del fisiologico atteggiamento già noto come il contrasto tra generazioni che si avvicendano, chiediamoci dunque: perché un antico e consolidato patto generazionale, fatto di tradizioni, di cultura famigliare, di solidarietà, di mutuo affetto e rispetto viene di fatto messo in discussione? Perché i giovani pensano che i non giovani siano non solo un peso, ma addirittura dei parassiti privilegiati? A chi giova tutto questo? Nessuno desidera le sommosse di piazza, e meno di tutti chi ha vissuto trasmettendo, con i fatti e l’impegno, valori e pensiero democratici. Tuttavia non basteranno le parole ad evitare che la situazione peggiori quando non solo il futuro continua ad essere sempre più precario, ma ci arrivano messaggi definitivamente scoraggianti e la contrapposizione tra generazioni si rafforza . Una volta innescato un processo di questo tipo, una volta incoraggiata la lotta tra poveri, una volta disintegrato il tessuto sociale e culturale cosa potrà accadere? Scrive Giuseppe Turani sulla sua pagina di fB: i tecnici sono indispensabili; ”Mille deputati, va detto una volta per tutte, non rappresentano il popolo ma quei 4-5 signori che li hanno nominati. Si tratta di un parlamento ridicolo e che non rappresenta nessuno.” Brutta notizia. Nemmeno a me e molti altri piace questo Parlamento, ma chi (a destra, al centro e a sinistra) ha scelto le liste dei candidati, chi ha fatto eleggere questi deputati, chi dirige i lavori del Parlamento?
E perché gli opinionisti hanno avvertito solo adesso chi li legge ed ascolta che il Parlamento era diventato inutile e ridicolo e dunque, potremmo concludere, ridotto a fantoccio insieme alla democrazia che dovrebbe rappresentare?
Non siamo stati noi, popolo di cittadini quotidianamente alle prese coi problemi, ad aver deciso come e perché tutto questo potesse accadere. E se le ragioni della giustizia sociale non saranno interpretate in modo illuminato è difficile immaginare una soluzione senza conflitto.
Allora la legittima domanda: è un conflitto, che sarebbe subito strumentalizzato, quello che si cerca di indurre?
Le generazioni dei pensionati attuali e precedenti hanno già dato e pagato. Mio padre, ad esempio ha pagato quando fu spedito in Russia dal regime fascista, quando ha lavorato oltre quarant’anni e poi è morto, pensionato. Un peso per la società? Parliamone. Io sono andata a scuola a 5 anni, a ventidue ero laureata, a sessanta pensionata. E adesso, se non crescessi i nipoti, i miei figli non potrebbero lavorare (da precari laureati). Siamo di peso?
Di solito non dico né “io” né “mio” perché siamo in tanti in questa situazione. Ma vogliono farcelo dimenticare. Uniti si combatte mentre soli si perde. Questa è la differenza.
Ed è questo che non si vuol far capire. Anzi, forse si è capito: ed è questo probabilmente, uno dei motivi per cui si tentata di mettere i figli contro i padri. Una volta rotto questo legame saremmo davvero finiti.
"il popolo quando sente le parole difficili, si affeziona..."
Facciamo attenzione, non affezioniamoci, non cediamo, non abbassiamo la testa.
… e non a caso di parole ce ne dicono tante, fiduciosi che noi, popolo di cittadini, non possiamo, non riusciremo a capire.
Ma sarebbe bene cercare di capire.
Non dobbiamo rinunciare, rassegnarci e pensare che stia accadendo qualcosa di talmente nuovo che non possiamo scegliere.
Ogni volta che pensiamo di essere troppo impreparati per capire abbiamo davanti almeno due soluzioni:
a) dedicare tempo e attenzione allo studio dei problemi che ci sono proposti come troppo difficili
b) alzare la voce, ed esigere spiegazioni comprensibili.
Quelli che si propongono come classe dirigente (politica e non) o lo sono già non possono limitarsi a dire “lasciateci lavorare, voi non sapete farlo e lo facciamo noi!”
Chi vuole occupare posizioni di potere deve accettare le regole democratiche e deve essere in grado di render conto al popolo che gli dà mandato sia se governa già sia se si propone di governare nel nome del popolo.
Il video del geniale Ettore Petrolini riprende un discorso che percorre tutta la nostra storia, dal mondo antico (qui reso in satira) al Machiavelli ai giorni nostri.
E’ assolutamente necessario, quando il potere si fa maschera incantatrice e suggestiva, andare oltre la maschera.
Ricordiamoci che i diritti fondamentali sono (almeno) libertà, giustizia e lavoro.
Non possiamo sostituire la “libertà” con la “promozione di sé”, la “giustizia” con la “meritocrazia” e il “lavoro” con le “opportunità”. Non possiamo perché così facendo ci consegneremmo nelle mani di chi ci inganna.
Attenzione alle chimere, ai sogni, alle illusioni, alle bufale. Torniamo invece ai fondamentali. La maschera di Nerone-Petrolini è su di noi, oggi come ieri ad ammonire.
La libertà, la giustizia e il lavoro non ci saranno mai regalati. I punti deboli del popolo sono sempre gli stessi e chi vuole e può sa come lusingare e affascinare, confondere e sottomettere l’unica vera avversaria che teme davvero: l’idea.
La castrazione del pensiero è il vero pericolo.
L’idea grande, figlia di un pensiero forte, libero e democratico può suscitare ancora la passione civile e sociale di cui il nostro tempo ha perso memoria e che è necessario riaccendere.
Non dobbiamo dunque pensare di essere troppo poco preparati perché possiamo impegnarci, possiamo capire, possiamo almeno dire di no.
I nostri punti deboli, quelli su cui veniamo colpiti, sono ancora la soggezione indotta da una presunta superiorità parolaia e che vuol farci credere che stiamo giocando anche noi come i miliardari in calzettoni e parastinchi, troppo preziosi per essere solidali con il popolo, perché loro popolo non sono.
Ieri è stato il giorno dello sciopero generale, Cremaschi aveva scritto: "Questo sciopero è dunque un primo segnale di una svolta" Invece qualcuno ha parlato di flop, e ne ha vilmente goduto. Peccato. "C'è da augurarsi che anche chi ha dovuto subire contestazioni e fischi , come il vecchio Bertinotti, che rappresenta molto per l'Italia che lavora, e può essere anche il simbolo storico di una sinistra che probabilmente non ha azzeccato tutte le sue scelte, ma che ha dato tanto al paese, continui a resistere, e a sostenere le ragioni del lavoro e dei lavoratori o meglio del popolo dei lavoratori. Una domanda è quasi inevitabile: esiste ancora una categoria sociale consapevole di rappresentare il "popolo dei lavoratori"? Se non esiste o manca questa consapevolezza occorrerà ripartire da ancor più lontano, ma qualcuno deve sobbarcarsi in compito di farlo, di raccogliere le forze, di continuare a trasmettere segnali. E un segnale forte viene proprio dalla nostra storia ancora abbastanza recente da poterci insegnare molto. Mi riferisco alla nostra storia tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento quella che ci racconta come si sia passati da condizioni di esclusione delle donne e situazione semi-feudale dei lavoratori a una società dei diritti e come dall'analfabetismo e dal suffragio per censo si sia passati all'istruzione obbligatoria e al suffragio universale. Qui si dovrebbe chiamare in causa la scuola e chieder conto ai docenti (non solo quelli di lettere e storia, ma certamente a loro in primis ) del perché, nonostante il loro insegnamento e i nostri attuali giovani appaiano così "ignoranti" da non saper interpretare il presente, storicizzare il contesto, e progettare il futuro. Già la scuola e gli insegnanti : perchè accade che, anche loro, latitino pure alle manifestazioni sindacali? Se è vero che alcune categorie, come appunto i docenti, non hanno mai dato segnali particolarmente accesi di partecipazione a scioperi e manifestazioni è anche vero che, in linea generale, l’attuale precarizzazione del lavoro unita al sistema diffuso dei contratti a progetto, cococo, lavoratori costretti alla partita iva ecc ecc ha, nei fatti, ridotto parecchio il numero di tutti i lavoratori che possono davvero scioperare. Personalmente sono sgomenta di fronte al fatto che tutti tendiamo alle divisioni piuttosto che all’unione; qualcuno di coloro che ha aderito allo sciopero si sdegna per la non partecipazione di altri lavoratori e dice che non si devono più lamentare o non “mando a…”. Invece qui si commette un grave errore: non si deve “mandare” proprio nessuno in alcun luogo, piuttosto è necessario rifondare la solidarietà e la partecipazione; occorre credere fermamente nel futuro, e continuare a lottare per l’unione e per la crescita della consapevolezza dei diritti, per la giustizia sociale, per la lotta contro il privilegio. Tutto il resto fa il gioco di quei signori che toccano e ritoccano la manovra sempre a nostre spese. Tutto questo ingrassa il padrone e tiene a digiuno il popolo. Ormai è tempo di indignarsi. E’ bene, tuttavia, fare molta attenzione prima di fomentare ulteriori divisioni.
“Io ci sono nato su questa nave. …La terra... è una nave troppo grande per me…. È una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave. Al massimo, posso scendere dalla mia vita.” T.D. Lemon Novecento preferisce la certezza della morte all’incertezza della vita sulla terraferma. Una storia di “passioni tristi” in cui la sofferenza non è caratterizzata dal dolore ma dalla rinuncia ad abbandonare le proprie persuasioni indiscusse e indiscutibili.
Sono molte le persone che preferiscono morire con la propria nave. Sono molte le persone che preferiscono non affrontare il dolore di scendere ed immergersi in una vita nuova. Si tratta di un vero e proprio cambiamento qualitativo della sofferenza psichica che trova le sue ragioni non più nel dolore ma nella crisi stessa della società. Una crisi nella crisi.
E la crisi è nella mancanza di prospettive, è nel crollo della capacità di ideare, di inventare e di inventarsi, è nell’incertezza del futuro che non è più sogno nel cassetto ma vera e propria minaccia, è nella mancanza di iniziativa, è nella ricerca della più perfetta forma di pensiero di difesa.
E la crisi è in ogni individuo che riflette in solitudine, scegliendo più o meno consapevolmente di diventare agorà di se stesso e misura del suo stesso pensiero. Un pensiero che si guarda allo specchio, un pensiero che si copre con i veli dell’incertezza, un pensiero che confonde la causa con l’effetto, un pensiero orizzontale in cui la direzione è definita dalle parole e non dalle idee. Un pensiero che avverte il pericolo e decide di rimanere a bordo della sua nave. Un pensiero che al pericolo risponde non con l’attacco ma con la difesa.
E ci si difende escludendo la “promessa” e il “desiderio”, ci si difende imparando a “sopravvivere” e non a “vivere”, ci si difende eliminando la “narrazione esperenziale”, ci si difende ragionando in termini di “competenze attivabili per migliorare l’efficienza e l’efficacia della prestazione”. Ci si difende smettendo di creare.
Saremo capaci di fare un passo indietro? Saremo capaci di superare le “passioni tristi”? saremo capaci di fare in modo che le autoprofezie non si adempiano? Saremo in grado si superare il “dogma dell’immacolata osservazione” secondo cui l’unica realtà possibile è quella che io vedo e in cui io stesso sono misura delle cose? “Non sei mai davvero fregato finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.” (A. Baricco, Novecento)