chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

mercoledì 29 febbraio 2012

E' possibile una scuola che educa anche i prof?

Non poteva passare inosservato: imponente, trasandato, con un vocione perforante sempre al massimo del volume, il prof Alfredo d’E. debuttò nel nostro istituto e fu immediatamente assegnato al mio triennio A ricco di classi naturalistiche, alcune di 33 alunni; ovvio, il preside mi voleva bene, diceva che ero “da prima linea”.
Espansivo ed estemporaneo, pronto ad accettare il dialogo, ma anche ingenuamente esposto ad ogni provocazione da parte dei nostri alunni, noti come i più selvaggi dei 1200 dell’affollatissimo istituto, divenne immediatamente leggenda.
Il prof d’E. aveva l’abitudine di parlare quasi sempre in romanesco anche durante le lezioni e di mutarsi d’abito ogni quadrimestre; compenso ad ogni intemperanza degli studenti stilava, sul registro di classe, furibonde note disciplinari che spesso tracimavano dalla quieta sintassi scolastica codificata da sempre. Aveva anche irresistibili eccessi d’azione.
Conoscendone i punti deboli lo provocavano in tutti i modi non soltanto i suoi ragazzi, ma anche quelli delle classi adiacenti che, mentre lui faceva lezione, bussavano alla porta della sua aula e fuggivano scatenandone urla e improperi. Chiunque si sarebbe innervosito. Ma lui, durante una faticosa e tarda  mattinata di primavera, reagì anche fisicamente.
Esasperato dall’ennesima rappresaglia dei ragazzi non trovò migliore soluzione che staccare di peso entrambe le ante della porta sfilandole dai cardini e parcheggiandole in corridoio. Ritenendo, finalmente, risolto il problema provò a continuare la lezione inondando i corridoi col solito vocione.
La scena, goduta dai ragazzi della classe, provocò i loro applausi, ululati e fischi coronati da un coro coniato per l’occasione:Uno di noi, Alfredo uno di noi! Uno di noi, Alfredo uno di noi! (sul motivo di Guantanamera.)
Il DS intervenì e, data un’occhiata alle rovine e all’autore di tanta impresa chiese qualche spiegazione. 
Alfredo, sudato, furente e tuttavia compiaciuto, rivendicò il motivo della sua performance. Il DS, mordendosi il baffo grigio, non disse nulla e se ne andò; forse prendendosela, anche lui come gli eroi del Metastasio, con le stelle.
Nessuno tra gli insegnanti, molto incuriositi e affacciati dalle rispettive aule, intervenne per aiutare, se non altro per solidarietà umana, quel gigante pur indifendibile; anzi i sussiegosi testimoni se ne ritennero esenti ed esentati riservandosi di commentare il fatto nel sussurrio e nel chiacchiericcio dei grigi e mormoranti corridoi.
Gli alunni difficili della terza A rimasero un problema personale dei loro insegnanti che, evidentemente, se li erano meritati essendo persuasi che l’insegnare implichi affrontare quei problemi.
Ma le storie e la storia, anche quelle di scuola, sono maestra di vita che insieme al trascorrere di quel galantuomo del tempo, insegnano.
E noi, insegnanti del corso A, non eravamo un club di snob.
Il prof Alfredo d’E., gradualmente imparò a riflettere e a rettificare le sue abitudini; gli furono utili sia l’esperienza, sia qualche amico ossia la nostra vicinanza, sia l’affetto degli studenti che, a modo loro, gli volevano bene e, messi di fronte alle conseguenze delle loro azionacce, temperarono i loro eccessi.
Invece di snobbarlo o sfotterlo, alcuni colleghi presero a cuore Alfredo, che peraltro si dimostrava molto competente nella sua disciplina, e iniziarono a dargli piccoli input tra cameratismo e ironia lieve. E lui si affezionò. Mise minore impeto, nelle sue imprese, lesse e studiò i precedenti verbali del consiglio di classe (scritti dalla prof di lettere) e si offrì a sua volta di verbalizzare, frequentò più spesso barbiere e lavasciuga traendo soddisfazione dai risultati. Ma ogni tanto si lasciava andare al richiamo della foresta. 
E quindi non perdemmo, che in parte, le perle del pittoresco suo linguaggio.
Storiche alcune sue frasi, vecchia maniera, rivolte agli studenti:
“Co’ voi se perde la pazzienza, la prudenza e puro la strada de’ casa!”
“Hai scritto tante stronzate che ‘sta lavagna mo’ puzza de mmerda!”

Ma… "Honni soit qui mal y pense ". La scuola non è “fuori” dal contesto sociale, per capirla e viverla bene occorre lasciare che il fuori entri, o almeno iniziare a guardarla anche da fuori.
Alla fine Alfredo cambiò scuola. E la storia, quindi, è senza finale.

lunedì 27 febbraio 2012

Pensieri di sera

Sera


La testa mi vola
continuo a pensare,
il cuore si stanca
non vuole aspettare,
ridammi il profumo
quel caldo sentore
che avvolge e riscalda
una mano, l’amore.

Son solo parole,
ma a volte son tutto
son solo parole
che vanno da sole
amiche e compagne
che dicono un fatto
raccontano piano
sussurrano invano.

Son  solo parole,
che giocan con noi
il senso non nasce
col senno di poi;
ma nasce a contatto
tra suoni e colori
tra le ombre del chiuso
e il sole di fuori.

Venute a parlarmi
di un mondo diverso:
la nostra canzone
ch’è musica e testo
per poche persone
o molte, se buone.

mercoledì 22 febbraio 2012

VITTORIA PIRRICA


Un ragazzo parla di me. Una sua libera scelta.

La mia prof di italiano ha un carattere particolare. Ha una voce accesa e acuta ma non la usa per urlare. È molto calma e comprensiva. Secondo me, il suo sguardo è agghiacciante, nel senso che, quando mi guarda, capisco subito cosa ho fatto di sbagliato e altre cose del genere. Il suo gesto abituale consiste nel muovere la testa quando c’è qualcosa che non va. Lei è la mia professoressa preferita perché sa sempre quello che bisogna fare. Io credo che abbia fiducia in me. Io capisco sempre ogni cosa che dice e per questo credo di andare bene nelle sue materie. Io di questa cosa sono davvero soddisfatto.

Beatificazione di una prof. Può accadere.

Quando un ragazzo scrive certe cose di te, saresti tentata di dire che hai fatto centro. Saresti tentata di mettere un punto alla cosa e di godertela per sempre questa tua vittoria pirrica.

Ma io non voglio mettere un punto alla cosa. Il cucciolo d’uomo, si è affidato a me. La sua riuscita dipende da me, dal mio sguardo, dai miei gesti, dal mio potere decisionale, dai miei voti, dal mio giudizio… Il suo locus of control sono io… Già, lui dipende da me. Dipende dai miei assensi e dai miei dissensi. Per assurdo, se lo affermassi, sarebbe anche disposto a credere che la terra è piatta.

E se sparissi dal suo orizzonte? Probabilmente cercherebbe ancora qualcuno da cui dipendere…

Potrei mettere un punto, ma non lo voglio fare.

È questo il punto da cui voglio partire.

Fermina Daza

martedì 21 febbraio 2012

Scrivere? A scuola NO!


Mi sono spesso chiesta perché le ragazze e i ragazzi che odiano fare il tema, non perdono occasione per scrivere le loro parole altrove: non solo nel diario o con gli sms, ma spesso nei loro blog e nei social network. E non solo: scrivono poesie, coniamo slogan, lanciano nella lingua viva e vissuta modi di dire che diventano di uso comune, titoli di film o di romanzi. Insomma loro dicono, parlando e scrivendo, ciò che sono, sentono, provano, sognano; esprimono i loro sentimenti, le rabbie, le ansie, i desideri. Lo fanno con le loro parole, le scrivono, ma non nel tema. Non è facile dar loro torto.
Il tema è imposto da un o una insegnante che ha già in testa tutto: quello che vuole sentirsi dire,  il modo in cui deve esser detto, il tono con cui pretende sia espresso. Un ragazzo è polemico e diretto?
Errore! Deve essere moderato ed equilibrato.
Una ragazza è esplicita e sincera?
Errore! Deve esprimersi con  moderazione ed equilibrio.
Ragazzi e ragazze pretendono di dire quello che pensano davvero?
Doppio errore: devono esprimersi in modo equilibrato e corretto, essere in sintonia con quello che c'è nel cervello all'insegnante ed omologarsi.
E siccome non possono quasi mai farlo, allora odiano il tema. E continueranno per tutta la vita a sentirsi a disagio se devono scrivere qualcosa che esca dalla loro cerchia fidata. Come dargli torto? Forse la nemesi li potrebbe liberare? E se diventassero insegnanti? Meglio non pensare alle conseguenze.

sabato 18 febbraio 2012

A cosa pensa una prof? Anche all'Afghanistan



  Leggo una frase su fB, è di un giovane che scherza e scrive : 
"tutti se mascherano stasera..è Carnevale!!! nn è qui ad A.... c'è qualcuno che se maschera da DONNA tante volte ???" 
So chi è, è uno dei miei ragazzi del triennio superiore. 
Scambio qualche frase affettuosa con lui. Poi passo sulla mia bacheca e vedo la scritta dello stato "A cosa stai pensando?" 
Di getto rispondo, come se parlassi a un curioso importuno... 
Sto pensando tanto, ad esempio adesso penso a un ragazzo che sta in servizio nella zona di Herat, e che pochi anni fa stava nella mia classe, un'aula piccola e poco luminosa, nel quarto banco della fila a sinistra, che non amava particolarmente la mia materia ma era (ed è) bravo in matematica, che ho portato con la classe in gita a Barcellona. Come si fa a non pensare che poi, cresciuti, vanno per le loro strade; che quelle strade spesso noi non le conosciamo nè le abbiamo mai percorse, che loro adesso sono in servizio comandati dal nostro paese. Come si fa a non sperare di aver lasciato, nel loro cuore, tracce di cui non ci dobbiamo pentire? Che strano mestiere è questo... Eccomi qui coi miei pensieri

lunedì 13 febbraio 2012

SCUOLA ed Fb – La trasparenza reale e il luogo virtuale



A Giovanna, amica di web e non solo, voglio bene, è un’amica che non ti incarta balle, ma dice le cose come le pensa. Mi imbatto, e naturalmente siamo su fB, ma si parla di scuola, in una delle sue tipiche risposte,  secche e pulite, a una domanda barocca e polverosa.
La domanda é “Secondo voi è bene che un docente sia presente su fB ed accetti l’amicizia dai suoi alunni?”.
La risposta di Giovanna : “Se sei trasparente non hai nulla da temere.”
Sorrido, ci voglio riflettere; istintivamente direi che la risposta è spericolata anche se so che Giovanna ha esperienza, praticamente vive in rete, ne conosce e sperimenta ogni fessura, ha centinaia di contatti. Ma non è una insegnante. E mi prendo altro tempo per pensare.
Poco dopo, ancora a spasso per fB visito la bacheca di un’altra cara amica, Lucia, che insegna alle scuole medie ed ha anche gli studenti tra i suoi contatti.
Mi fermo sorpresa da una serie di insoliti messaggi postati da alcuni suoi allievi; ricostruisco e non cito alla lettera il dialogo che nasce.
“Prof, ci scusi per oggi, non avevamo intenzione di fare nulla di male”
“Ne parliamo domani a scuola.”
“Prof, mi dispiace tanto, io non pensavo che succedesse quello che …”
“Ragazzi, sono stanca, adesso studiate, domani chiariamo in classe.”
“Prof, sono… xxx, vorrei parlarle, davvero quello che abbiamo fatto …”
Lei continua a rispondere laconica, capisco che non è la solita Lucia vivace, dolce, piena di ricchezza interiore e pronta a donarsi.
Allora, d’istinto, le scrivo privatamente
Cara Lucia ho letto sulla tua bacheca i messaggi dei tuoi ragazzi; anche se non so cosa abbiano combinato, ma immagino l'abbiano fatta grossa, mi sono ritrovata in mezzo alla scuola e ho sentito tanto caos (il loro) e tanta fermezza e tenerezza intelligente (la tua). Ti scrivo per dirti che è bello vedere come i tuoi ragazzi ti cercano, è bello capire che insegnante sei e come i tuoi ragazzi tengono a te. Quando corrono a scusarsi è perché non possono rinunciare all'idea di perdere una cara e forte stella polare. Ti abbraccio e ti auguro ogni bene; una insegnante preziosa per i ragazzi lo è anche per tutti noi.
Mariaserena

Lucia poco dopo mi risponde:
Grazie Mariaserena,
le tue parole mi hanno fatto versare quelle lacrime che stavano lì in attesa di poter uscire ..
è stata una bravata per fortuna contro cose (una macchina) e non animali o persone!
Stiamo costruendo la fiducia reciproca, ci conosciamo solo da settembre .... e questi ragazzi e gli altri che erano con loro oggi sono i "peggiori" della scuola ....
quel che mi dici è un prezioso incoraggiamento 
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grazie mia cara, un forte abbracci
o
A mia volta rispondo:
 Sono felice di averti scritto, cara Laura, ho seguito un impulso improvviso. Coraggio ce ne vuole tanto in questo lavoro bello e possibile solo se non si resiste alla forza del cuore e della ragione, e tu ne hai tanti. Un altro grande abbraccio per domani.
Questo dialogo si chiude così.
Sì, coraggio ce ne vuole per insegnare e soprattutto per essere insegnanti trasparenti; il coraggio è una virtù della trasparenza, proprio quella di cui aveva parlato Giovanna. Se sei trasparente puoi stare in rete, su fB e dialogare, con la giusta attenzione a non offendere la vita privata e la riservatezza, anche con gli adolescenti.
Quella sera ho immaginato loro, i ragazzi di Lucia, i peggiori della scuola, i Lucignoli come mi piace chiamarli; quelli per cui la scuola è, potrebbe essere, davvero tutto.
Ho captato chiaro il loro sgomento; si saranno chiesti : “Cosa dirà lei ? L’unica che ci aveva dato fiducia! Cosa facciamo? Dobbiamo aspettare domattina e parlarle a scuola” .
Ma  poi no, non ce l’hanno fatta ad aspettare nemmeno poche ore, e l’hanno cercata: nel mondo virtuale del tempo reale.
Mai parole più ambigue di queste mi sono suonate più chiare e trasparenti: un mondo virtuale, e questa volta anche virtuoso, in un tempo reale, e in questo caso anche tempo vero, immediato: necessario ed essenziale.
Né la prof né i suoi ragazzi, perché suoi sono, hanno potuto attendere ancora una notte di angoscia perché hanno prevalso i sentimenti di stima, di affetto, di turbamento. E allora sono partiti e sono stati lanciati segnali di luce e d’affetto.
La rete, un filo che si intreccia e dipana.
Un filo che ci unisce, e può far bene, purché trasparente, anche alla scuola.
LE ANIME SI PARLANO


giovedì 2 febbraio 2012

Scuola e Famiglia: educare, una missione comune?

Non so se dipenda dal fatto che mi imbatto sempre su dialoghi intorno alla scuola, ai bambini, e ai ragazzi ma mi sembra che meno ci si occupa di loro affettivamente e meno tempo si dedica a star loro accanto e più ci si arrampica a classificarli e a cercare schemi in cui situarli.
Non so se scandalizzo qualcuno, ma forse sarebbe preferibile non occuparsi così tanto di dare definizioni o di cercare analisi generali e di tornare invece ad essere semplicemente persone umane che stanno accanto a cuccioli umani e trasmettono la loro esperienza narrando e mettendosi in gioco.
Se sbagliamo da umani facciamo errori umani, se sbagliamo da esperti o presunti tali temo che si facciano errori sperimentali e danni proporzionati alla nostra presunzione: insomma un pericoloso salto nel buio.
Io tornerei al buon senso e penso che dobbiamo restituire a ciascuno il suo proprio ruolo.
Una famiglia attualmente può essere definita come una entità complicata, ma se quella tradizionale, o esaltata da un'agiografia non sempre attendibile, non esiste quasi più il conto non sia presentato ai piccoli.
I ragazzi preferirebbero sempre avere alle spalle una struttura famigliare dove i rapporti sono stabili e definiti; ma siccome spesso non è così gli adulti che si occupano sanno, o devono sapere, di avere comunque la responsabilità di dare vita ad un luogo di affetti, di protezione e di guida che trasmetta sicurezza.
E’ importante che un bambino o un ragazzo sentano attorno a sé questo confine protettivo, percepiscano messaggi chiari, avvertano che il dialogo con l’adulto è trasmissione di valori di riferimento e di esperienze.
Man mano cresceranno quel confine diventerà un muretto da scavalcare, un recinto da varcare; ma porteranno con sé un bagaglio necessario ed essenziale ad orientarsi all’esterno.
Proteggere i figli significa far sentire che abbiamo affetto da dare senza condizioni, parole da dire senza stancarci e una pazienza infinita nell’ascolto, significa essere disposti a rispettare i loro tempi e chiedere che loro siano rispettosi dei nostri. Significa creare un senso di appartenenza che dia al piccolo il coraggio e l’equilibrio per confrontarsi con l’esterno. Se questo accade il bambino probabilmente non aspetterà la prima occasione per cercare un’altra tribù a cui associarsi, ma saprà sempre dove è il suo porto. E se, come giustamente deve avvenire, lascerà il recinto o il porto per inoltrarsi verso le sue esperienze non si lascerà alle spalle risentimento, senso di rivalsa, desiderio di dimenticare e frustrazioni; ma una sapienza su cui costruire il nuovo, ossia il suo futuro.
Parlare di famiglia, oggi, è quasi una sfida. Ma anche i coniugi separati, o i genitori che si trovassero nella condizione di single possono essere famiglia e spesso lo sono quando non cercano di scaricare reciproche responsabilità.
Anche la scuola è una realtà educativa e formativa fondamentale a patto, però, che non svolga ed esaurisca il suo compito con lo svolgimento del programma delle singole materie e tanto  meno se quel programma diventa una misura dei risultati del bambino o del ragazzo e  il programma diventa un letto di Procuste.
La scuola riceve ed accoglie una realtà giovanile su cui deve investire la sua missione; i nostri giovani a scuola si relazionano tra loro. In quel contesto le famiglie smettono (devono smettere!) di svolgere il ruolo-guida prevalente, che era loro prerogativa nell’ambiente casa&affetti, a scuola l’ago della bilancia diventano gli insegnanti.
Quello che succede nell’ambiente scolastico deve essere osservato dai docenti-educatori con cura e a lungo; il benessere dei bambini e dei ragazzi, il fatto che riescano a intrattenere relazioni amichevoli e costruttive è responsabilità degli insegnanti. I genitori devo fare molta attenzione ad intervenire in questo processo in cui i giovanissimi stanno già diventando cittadini che rispondono ad una autorità “altra” rispetto a quella famigliare.
I genitori quando hanno legittime perplessità o valutazioni negative, o frustrazioni, o addirittura incontrano  difficoltà a relazionarsi con la scuola dovrebbero poter usufruire di strumenti che non invadano il campo dei rapporti tra ragazzi o tra ragazzi e scuola; un rischio non raro, ma da evitare, è anche quello che una famiglia esprima giudizi sulle famiglie altrui. Ma questi strumenti esistono?

La scuola, dal canto suo, deve evitare di valutare i ragazzi usando notizie che riguardano le famiglie, la loro cultura e le situazioni di cui venissero a conoscenza; questa prassi nella vecchia scuola era quasi usuale.
Insomma ad ognuno il suo ruolo, ma i ruoli hanno bisogno di comunicare per evitare le triangolazioni, le chiacchiere da cortile scolastico, gli schematismi, le alleanze.
Evitiamo tutto ciò che trasformerebbe inevitabilmente il gruppo in branco e il singolo in capro espiatorio. 

Evitiamo gli arroccamenti sulle sue posizioni da cui poi si alzano steccati.
Uno steccato può anche essere virtuoso: alla condizione che al suo interno si coltivino valori e la trasmissione della convinzione della necessità di operare per il bene comune.
Altrimenti si alzano dannose barriere di diffidenza e bisogna fare molta ma molta attenzione perché un errore educativo può essere fatto anche solo da un gesto, da una frase, da una frustrazione o malumore personale che scarichiamo su un bambino o ragazzino che non può difendersi, ma immagazzina qualcosa di negativo che prima o poi germoglierà e si ritorcerà contro. Contro chi? Non è difficile rispondere: sia contro altri, sia contro chi lo ha provocato, sia contro se stesso.
Forse non sono ottimista, ma questi schemi io li vedo, e  mi sembra ci intristiscano tutti.

mercoledì 25 gennaio 2012

Insegnanti e Genitori : reciproca diffidenza?


insieme?
I genitori hanno fiducia negli insegnanti?
E, mi chiedo: il bravo prof deve avere, tra le sue qualità, quella di avere a cuore il rapporto con i genitori?
Ne parlavo con alcuni insegnanti del network La scuola che funziona.
Questa scelta richiede "coraggio"?
Non è piuttosto una scelta razionale?
Oppure il bravo insegnante ritiene che costruire con i genitori un rapporto di collaborazione sia necessario e migliori, in tempi medi o anche lunghi l'efficacia e la qualità della sua azione professionale?
E' vero, ammettiamolo: quella del ricevimento generale genitori non è, di solito, la miglior giornata dell'Anno Scolastico per i docenti.
 A volte ci si va, inutile nasconderlo, obtorto collo...
Ma è anche vero che molti dei genitori vengono ai colloqui come dal dentista (però gratis, e vorrei pure vedere!).
(Posso dire che non piaceva nemmeno alla mia mamma andare a parlare coi miei prof ? )
Ci sono reali difficoltà, e certamente  alle superiori la situazione è diversa rispetto agli altri gradi di istruzione; ma ipotizzo sia diversa anche per altri motivi: se  tra insegnanti e genitori non si instaura una attività di convinta co-educazione (non so se mi esprimo tecnicamente con parole adatte, ma non sono mai stata una brava tecno-didattica :)) )  fin dai primi anni non è forse più difficile "ricucire" alle superiori?
Stiamo usando questo aggettivo "bravo"  per comodità credo, ma si può sempre trovarne uno diverso o di impatto più soft. A me, lo dico tranquillamente, va bene anche questo.
Quando sono in rete leggo molti blog e, soprattutto in fB, tantissimi interventi di insegnanti o di gruppi di insegnanti. A me non sembra che ci sia tutta questa sensibilità verso il problema; invece il gioco del vittimismo, e non voglio davvero generalizzare perché ci sono anche casi diversi,  va alla grande.
Peccato davvero...

martedì 24 gennaio 2012

Se tuo figlio va fuori tema

Alice era distratta, e forse andava fuori tema!

Al mio post di ieri Pensar non nuoce? di pancia e d’altre maniere ho ricevuto, sulla mia pagina di fB  molti commenti ben più interessanti di quello che pensavo di aver scritto io. Avevo infatti scritto le mie riflessioni di getto e senza presunzione filosofica o psicologica;   e, se proprio devo darmi una definizione, direi che mi sento una specie di artigiana dell’opinione libera. Mi sono infatti molto sorpresa sia delle corrispondenze sia delle citazioni colte che ho ricevuto a commento. Davvero non speravo, non immaginavo!
Così oggi, dopo aver letto i suggerimenti degli amici, mi viene da distinguere tra pensare ed essere intelligenti; o meglio tra essere persone che ritengono di avere un pensiero da esprimere e persone intelligenti. Le differenze, e continuo a ricamare opinioni da libera artigiana, sono molte, ma qui mi preme mettere in luce che gli intelligenti a volte riescono a tacere, gli altri non sempre.
Non sono qui a difendere gli intelligenti che non si esprimono, che non rischiano, che non dicono la loro; anzi. A volte questa sorta di rassegnazione ha generato, e genera, maggiore velleità negli altri e non lievi danni. Però nei presuntuosi arroganti, nei semplificatori di professione, in quelli che “pensano di pancia” (verso i quali ho un filo di diffidenza grosso come un cordone di canapa) non troviamo la dote del “bel tacere”.
Sui diversi tipi di intelligenza si parla molto, a me sembra di leggervi delle affinità con le attitudini, i talenti personali. Personalmente mi piace la definizione etimologica di intelligente: chi sa leggere tra le righe, ossia (sempre artigianalmente opinionando) chi allena un fine spirito critico. Questa definizione mi è stata ricordata da Simona Martini.
Credo fermamente, e su questo mi gioco volentieri tutta la mia eventuale credibilità di persona ed insegnante di lungo corso, che se la scuola incentivasse, allenasse, promuovesse, in tutti i bambini e ragazzi l’ “accendere il cervello” per imparare a leggere anche fra le righe darebbe un contributo prezioso e li renderebbe più autonomi e attrezzati per il loro futuro.
Aggiungo andando fuori del seminato… il “LORO” futuro se lo costruiranno se non continuiamo a programmarglielo a modo nostro.
E concludo con un sommesso suggerimento a tutti: se un figlio tornasse a casa con un voto basso sul compito scritto d’italiano e la motivazione dell’insegnante fosse che “è andato fuori tema” … rassicuriamo il ragazzo (la ragazza). Il fuori tema potrebbe essere una prova di intelligenza: ha letto oltre le righe. Evviva. Ma per amor di pace a volte è meglio non mostrare di esser troppo intelligenti, e come suggerisce la mia amica Elettra Tafuro, (una grande insegnante a tante stelle) : pensare senza darlo a vedere….

martedì 17 gennaio 2012

IN ME C'E' L'ALUNNA CHE SONO STATA

In me c’è l’alunna che sono stata. E posso raccontare dei miei insegnanti, di come erano, del perché ho imparato e del cosa ho imparato. Posso farlo perché ne ho piena consapevolezza e riconosco ciò che mi ha fatto bene e ciò che mi ha fatto male. Questo posso raccontare e soltanto questo. E del mio essere insegnante posso raccontare del come mi sono sentita appagata o del come mi sono sentita fragile, del come mi sono sentita protagonista, vincente o gregaria… Ma di quello che imparano i ragazzi e di come lo imparano proprio non lo posso dire…solo io...Posso attribuire un voto, una valutazione, questo è vero…ma cosa è in fin dei conti un voto? Una fotografia che rappresenta la realtà nel momento in cui è stata scattata, nulla di più…quasi inutile se consideri che ciò che vedi e che senti devi viverlo ogni secondo della tua vita e che ogni minuto non è uguale all’altro… No, io non posso dire nulla dell’apprendimento dei miei ragazzi, sono loro che devono dire… perché la realtà può essere solo inventata … insieme… minuto dopo minuto…e di questa realtà io ne posseggo una parte e perché questa parte abbia senso devo ricongiungerla al tutto… e in questo tutto ci siamo tutti… Solo allora ciò che dico avrà senso...

In me c’è l’alunna che sono stata e ci sono gli insegnanti che la sorte mi ha assegnato. In me c’è un po’ di loro e della realtà che insieme abbiamo inconsapevolmente costruito.

In me c’è anche la mia insegnante di matematica del liceo. La chiamavamo Fermina (una parte del mio nickname) perché era stata allieva di Enrico Fermi e conosceva bene l’esperienza dei ragazzi di via Panisperna. Che avesse molti anni lo sapevamo tutti. Conoscevamo l’arrancare delle sue gambe nei corridoi, la sua severità, i suoi capelli bianchi da casalinga un po’ trasandata. La osservavamo mentre con cautela cercava di abbordare prima la pedana e poi la sedia, era anziana, anziana davvero. La temevamo ma la amavamo al contempo, quasi a volerla proteggere… Fermina era una tosta ma sapeva fermarsi al momento giusto… Era anziana, anziana davvero, e per questo si stancava. E non lo nascondeva. E quando era stanca incominciava a tossire. Quello era il segnale che tutti aspettavamo. Si fermava e cominciava a raccontare. E noi volevamo ascoltare le sue storie, quelle dell’università, quelle di una studentessa, figlia di contadini del profondo Sud, che aveva scelto Roma per intraprendere la sua carriera universitaria. E lei ci raccontava degli esperimenti dei ragazzi di via Panisperna e di come aveva mentito al padre su un esame che non era riuscita a superare. La fisica era lì, sotto i nostri occhi, anzi, nelle nostre orecchie, e degli atomi coglievamo il suono… e delle spiegazioni del libro di fisica non sapevamo che farcene… e lei lo sapeva…

Era anziana, anziana davvero e non lo negava nemmeno a se stessa e, dichiarando ad alta voce quello che riteneva il suo limite, ci invitava ad essere le sue mani. Nessuno si rifiutò mai di andare alla lavagna. E le dimostrazioni geometriche nascevano dalle nostre mani, le mani che sapeva sapientemente guidare a tracciare bisettrici e angoli…E fu così anche per l’algebra, per le equazioni e le disequazioni. Ed eravamo noi a portare alla luce le cose, a farle nascere. E queste cose erano più che mai nostre. Così aveva deciso Fermina, così ognuno di noi diventò protagonista.

E Fermina non ci faceva uscire se non per gravi motivi ma stare in classe con lei era un’emozione infinita. Da comparse a protagonisti. Una sfida continua. E la sfida ci piaceva.

Io non ero brava in matematica, o così avevano fatto credere a me e ai miei genitori. Poi la sorte mi assegnò Fermina. A mia madre disse che non avevo basi ma ero una che sapeva ragionare e tanto le bastava…il resto lo avrei potuto fare io e io soltanto… Il resto sono qui a raccontarlo. E aggiunse che un quattro o un sei non significavano nulla. Quello che contava era non quanto sapevo ma ciò che avrei potuto sapere. E che solo io potevo sapere dove, come e quando arrivare. A lei toccava dar tempo e fiducia. Sapeva che mi stava dando tutto, mi stava dando se stessa. Amai la matematica ma prima amai Fermina.

Fermina Daza

venerdì 13 gennaio 2012

Narrare è bello

clicca per ingrandire
I Blog hanno almeno il merito di aver dato impulso alla scrittura. Sarebbe interessante e probabilmente utile che le persone che scrivono diventassero sempre di più. Scrivere è comunicare senza perdere le nostre parole.
Da narratrice artigiana ma appassionata, ostinata e ormai di lungo corso direi che chi si accinge a narrare può incontrare alcuni particolari momenti di difficoltà e provo ad elencarne qualcuno per vedere se sia possibile razionalizzare:
A) non c’è solo un modo di narrare ragion per cui (e qui contraddico impunemente, spero, tanto strutturalismo) immaginare schemi, strutture, modelli a cui adeguarsi a volte non solo non facilita, ma impedisce la narrazione
B)  per narrare è importante prima ascoltarsi (se non ci ascoltiamo noi come possiamo immaginare l’ascolto di altri?)
C) per narrare è bello (uso volutamente questo aggettivo) immaginare un interlocutore; in questo caso possiamo sia scegliere un interlocutore da “convincere”, o con cui “condividere” perché già sappiamo di essere in sintonia, da”sorprendere”, da far “sorridere” o commuovere; e potremmo dirne tante altre.
D) se qualcuno esita a narrare ha certamente i suoi buoni motivi; uno di questi è la scuola che ci ha condizionato mettendo troppi paletti quando abbiamo iniziato a comporre i primi pensieri, temi ecc
D.1) motivo di più per contestare il nostro passato condizionato!  Se ci accorgiamo che questo è un motivo di scontentezza allora ribelliamoci perchè scrivere è bello, lasciamo da parte tutto ciò che ci pesa: (fossero pure ortografia, sintassi nonchè tutte le cose che possiamo sistemare dopo).
D.2) Partiamo leggeri e senza altro bagaglio delle parole.
E) Non esiste una scrittura che nasca perfetta; Beppe Fenoglio, un enorme narratore, diceva che “la sua pagina più spensierata” usciva da lunghi rifacimenti (non ho sotto mano la citazione completa e vado a memoria, semmai integrerò appena possibile). Lui stesso disse che scrivere era come torturare il cervello con gli spilli. E qualcun altro (Pirandello) parla di “stanza della tortura”. Dunque perchè preoccuparsi mangiucchiando la matita… ops la tastiera?
F) Gli attuali narratori di successo sono super-assistiti e tutorati da editor professionisti; io, che spudoratamente mi considero una narratrice :) )) certo non sono una da successo editoriale in libreria, infatti mi autopubblico e me ne infischio: scrivo perciò a modo mio, ma divertendomi pazzamente. E concludo citando-parafrasando Jannacci
- Scrivo anch’io? -
- sì tu sì! -
- Ma perché !? -
- Perchè sì! -

giovedì 12 gennaio 2012

COME SI CAMBIA PER RICOMINCIARE


Tornare indietro un anno un giorno per vedere se per caso c'eri…

Storie del vecchio e nuovo secolo. Storie di mondi diversi. Storie di cambiamento. Il mio.

Storia del vecchio secolo

Si tolse il cappello e lo tenne umilmente tra le mani per tutta la durata del colloquio. E con le dita nodose mi mostrò come avrei potuto picchiare suo figlio. Era un vecchio contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva. Perché il contadino è il padre e la terra è la madre, e se nasci contadino alla terra devi tornare. Ma fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, perché la scuola è come il parroco, il sindaco, la levatrice, il maresciallo dei carabinieri, il medico.

Così disse il padre dalle dita nodose. Mi strinse la mano e sparì per sempre. Da quel momento il figlio non era più affar suo. E non tornò mai a reclamare per un brutto voto o per qualche vera o presunta ingiustizia patita dal sangue del suo sangue. Perché fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, e la scuola è importante come il parroco, il sindaco, la levatrice, il maresciallo dei carabinieri, il medico. E non tornò mai a reclamare nemmeno per una bocciatura, perché una malannata può capitare, perché bisogna avere pazienza con i terreni sterili, perché il buon contadino sa attendere, perché il buon contadino conosce gli imprevisti del mestiere.

Era un contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva per ingoiarlo. E solo quando fu il momento il buon contadino venne a reclamare ciò che era suo e della sua terra. E il figlio sparì per sempre tra le zolle.

È giusto così. Questo disse il patriarca mentre si toglieva il cappello. A chi appartenevano i ragazzi quando erano nella scuola? Ai genitori? Agli insegnanti? Alla scuola stessa? Il vecchio patriarca “sapeva le cose della terra” e non “le cose alte” e solo le cose della terra poteva e voleva insegnare a suo figlio. Alla scuola toccava prendersi cura delle cose alte, di quelle che ti consentono di mettere una firma, di leggere un contratto, di fare una dichiarazione, di capire un imbroglio, le cose alte su cui non puoi lavorare con la zappa.

Era così che la vedeva il patriarca che conosceva meglio di me, insegnante di ventiquattro anni, il mondo. Ed era uno che aveva rispetto per i maestri e per la scuola, per i contadini e per i campi. A ciascuno il suo, mi disse, chè a piantar cicorie tu non saresti capace, né a dire quando si raccolgono i finocchi.

Queste le parole del patriarca contadino che, guardando i libri, mi raccontava che a casa sua di tempo per leggere non ce n’era.


Storia del nuovo secolo

Il bidello mi corre incontro. Ha il baffo trafelato e l’occhio compassionevole di chi annuncia l’ennesimo cahier de doléance.

Prof, c’è la mamma di F.T. che vuole parlare urgentemente con lei! Con fare protettivo mi propone un eventuale depistamento. Le dico che non può riceverla? Sarei tentata di soddisfare il suo istinto paterno ma la mamma di F.T. non può attendere. Arrivo subito, gli rispondo. E così il baffo trafelato perde improvvisamente di tono e il sopracciglio lo segue a ruota inabissandosi sulla palpebra.

Si allontana un po’ più curvo del solito, ormai rassegnato ad assistere ad un’altra storia da tribunale in cui l’accusatore è anche giudice. E il giudizio spesso si tiene in pubblica piazza, davanti agli occhi di tutti, perché in televisione si fa così. Un processo che diventa spettacolo.

Ma io so che non farò processi e non ne riceverò. E mentre saluto la mamma da lontano, penso che la scuola è fatta di alunni, di docenti e di genitori trasparenti gli uni agli altri. Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una buona torta ma ciò che si tira dal forno è spesso e volentieri solo una grossa bolla d’aria, un sufflè destinato a perdere di tono come il baffetto del paterno bidello.

Stringersi la mano è stringere un patto, un patto di alleanza.

Io e la mamma di F.T. organizziamo un incontro rivolto a tutti i genitori della seconda. Un incontro informale, di quelli che non prevedono il finanziamento pon o pof, un incontro libero per decidere insieme il curricolo formativo e le modalità di partecipazione di ciascun genitore alle attività di classe. Un percorso comune e condiviso davvero.

Un incontro libero dettato non dalle logiche del pon e del pof ma dal bisogno di conservare la cultura continuando a creare culture. E i genitori sono culture. E le culture hanno difficoltà a trovare spazi che permettano una partecipazione attiva. È per questo che le culture vanno ospitate ed aiutate a costituire una rete che possa dare un grande contributo al cambiamento. E tu stessa devi essere cultura.

E nessun dirigente scolastico si opporrà all’idea di conservare la cultura creando le culture, soprattutto se la cosa si fa gratuitamente. E non la si fa gratuitamente perché si è fessi. La gratuità è il “prezzo” che si paga volentieri per poter essere liberi di provare a cambiare.

E il cambiamento inizia proprio lì dove operiamo. Nel concreto.

Fermina Daza

martedì 10 gennaio 2012

A volte ritorno

Narrare costa. Specie se si narra emozionandosi, senza paludarsi di vesti ufficiali, mettendosi in gioco e accettando che gli altri ci vedano diversamente da come vorremmo.
I primi che non sempre ci vedono come siamo sono proprio i nostri figli se siamo genitori, i nostri ragazzi se siamo insegnanti, i nostri giovani se siamo adulti. E non è un piccolo particolare.
Per anni ci è stato detto che anche l'insegnante è un professionista, che deve usare tecniche di insegnamento, che deve razionalizzare i suoi strumenti, e potremmo lungamente elencare altri ragionevoli e buoni motivi per cui il nostro dovrebbe essere un lavoro come tanti, eppure molti di noi sanno di non aver scelto questa professione dopo una lunga e lucida analisi del mercato del lavoro.
E allora a me è sembrato, leggendo il post di Gianni Marconato, che una risposta su com'è il "bravo prof", si debba cercare  anche frugando a ritroso come dire... spudoratamente.
E con queste parole, tanto per esser coerente, ho cercato di spiegare il senso del mio post precedente, andando a ritroso.
E’ giusto cercare di guardare avanti, di vedere lontano, di prepararsi al futuro. Ma volte si deve esser disposti camminare all’indietro, la vita vera è fatta anche di ritorni, ed io, spesso, ritorno.
Questa volta sono ritornata in un luogo ancora famigliare, sono rientrata nel ning Lascuola che funziona con uno scopo che considero utile: raccontare. 

Narrare è possibile. E qualcuno deve pur farlo.


NEFERTITI DELL'UPIM


La chimica non mi piaceva. Anzi, per farla breve, non mi piaceva l’insegnante di chimica.Dopo la laurea in lettere, un po’ per gioco e un po’ per sfida, mi iscrissi alla facoltà di medicina. E finalmente riuscii a sentire il suono delle formule..Bellissimo…

Dal mio diario di studentessa.

2 maggio

Non mi faccio illusioni, i voti parlano chiaro… il problema c’è ed è la chimica…, o meglio, l’insegnante di chimica.

Nefertiti ha due occhi piccoli che si ostina a marcare di nero, un trucco fatto a memoria con la matita dell’upim. Le sbavature, sempre quelle, sempre nello stesso posto.

I pigmenti di colore le si siano insinuati indelebilmente nelle pieghe delle rughe, tanto indelebilmente da scenderle fino al cuore, nero anche lui. Della regina egizia non ha né lo sguardo fiero né il portamento principesco, solo il bistro a fare da cornice alla sua inutile esistenza.

Sì, un’esistenza passata a sgranare rosari di acidi e di basi, a congiungersi con carbonato di calcio e con i gruppi ossidrilici. E la lavagna a far da ruffiana, mentre Nefertiti, volgendoci le spalle, traccia segni per me arcani. Non c’è senso in quello che io ascolto perché non ha senso quello che lei dice. Però, a pensarci bene, un senso ce l’ha. E’ il senso di morte che provo mentre copio formule su formule.

Questa non è la vita che vive, è la vita che muore...

Penso a Cagliostro, a Calandrino e alla pietra dell’elitropia, penso alla vita che scorre nella pietra carsica, alle nuvole … perché le nuvole non sono solo quelle elettroniche… Il lavaggio del cervello è una tortura a cui puoi sottrarti solo se ti inventi un altro mondo in cui stare in santa pace. Il mio si chiama alchimia… la grande madre…

Nefertiti si definisce un’ insegnante aggiornata. È l’unica ad usare il laboratorio di scienze. Va molto fiera di questa cosa. Ha fatto arrivare dagli Stati uniti dei libroni bilingue sulla cui traduzione italiana abbiamo più di un legittimo dubbio. Ci sta tormentando con gli acidi e le basi. Sono il suo pallino. Peccato che non siano il mio. Io mi sto chiedendo se la chimica la conosca davvero o se non si tratti di una qualche demoniaca possessione.

Sempre più spesso rifletto su una cosa: è l’insegnante a possedere la materia o è la materia a possedere l’insegnante? Neferiti è posseduta dalla chimica. Spiega in stato di trance. La chimica le dà la vita togliendola a noi.

Accidenti a lei e al suo bistro nero che si confonde con l’ardesia.

La pervade un piacere immenso mentre fa lezione solo per se stessa. Noi siamo dietro di lei a far da spettatori… La classe è un pretesto, la scuola è un pretesto. A lei servono solo degli spettatori pazienti e muti…

Anche Barbaetutto il secchione è in difficoltà. Anche lui arranca, come tutti noi. A salvarsi solo i memorizzatori, ma in classe ce ne sono pochi.

A Ulianova di greco e latino, bolscevica e lapidaria, non piace il bistro... Ubi maior minor cessat… Chi mai sarà il maior e chi mai sarà il minor? La risposta l’avremo sui quadri.

Oggi, comunque, mi ha beccata e quando mi ha contestato di essere lenta e meccanica, le ho risposto che ritenevo di avere il diritto di essere lenta e meccanica, visto che stavo imparando, visto che non avevo la laurea in chimica, visto che ero in un liceo classico, visto che mi sfuggiva il senso del fare chimica, visto che non avrei mai insegnato chimica, visto che l’ipoclorito di sodio non suonava come il πάντα ῥεῖ…insomma, ci ho messo del mio, ma anche lei ci ha messo del suo...

Nefertiti, dal cuore nero come il bistro da upim che spalma a memoria intorno agli occhi, mi ha risposto che la scuola poteva fare anche a meno di me... Se mi avesse spiegato il suono della varichina forse non sarei qui a scrivere… Beh, almeno una cosa la devo riconoscere: ha parlato chiaro, questo è certo... E tanta chiarezza meritava una risposta altrettanto chiara.

Mentre deponevo il gesso sulla cattedra, le ho chiesto che suono avevano le ustioni... lei lo doveva conoscere bene quel suono, visto che aveva cosparso di acido acetico il viso di una compagna svenuta.

Proposta di sospensione, la mia, annotata sul registro di classe.

Se io non sono una buona alunna (possibilissimo), lei non è una brava insegnante (certissimo).

Ubi maior, minor cessat. Chi è il minor? Non c’è bisogno di aspettare i quadri.

Quella piccola piccola è lei. Peccato, insieme avremmo potuto essere grandi...

20 giugno

Sono stata promossa. Siamo stati tutti promossi. Ubi maior, minor cessat... Ma la cosa non mi consola... continuo ad odiare la chimica...ed il bistro.

A proposito, che formula avrà il colore nero?

Fermina Daza