chi sono

Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.

martedì 9 marzo 2010

TASTIERE SCROSCIANTI ( e ribelli) di Mariaserena Peterlin

Tastiere scroscianti (opera di Susanna Garavaglia)

Il web è efficace, potente e comunica. E’ un medium, almeno fino ad oggi, libero. Stiamo usandolo sempre meglio. Sempre più spesso le nostre opinioni non coincidono affatto con quelle dei media classici. Questi ultimi, tramite i loro più o meno suggestivi opinionisti che fingono isteriche contrapposizioni urlate, pensano di orientarci; e non si può negare che questo sia spesso accaduto.
Ma ci sono segnali di cambiamento. Forse l’attenzione a questi segnali è poco attenta. Meglio così: faremo in tempo a crescere e molto.
Tastiere scroscianti è un’espressione che mi è nata, spontanea e selvatica, come una malerba; forse per questo ha subito vivacemente attecchito.
Le tastiere scroscianti sono tutte quelle che picchiettano insieme (e non isolate), che scrivono velocemente le loro idee e se le giocano, le spingono e le lanciano e non temono il confronto. Anzi lo cercano e non temono la contrapposizione vivace. Tastiere scroscianti insieme non temono nulla.
Tastiere scroscianti sono ribelli al vecchio sistema: accademico, togato, feudale e autoreferenziale della comunicazione.
Anche per questo hanno subito dato vita anche a un’immagine, opera di Susanna Garavaglia. Tutto è nato su Facebook e là continuerà a diffondersi. I nostri blog sono cassa di risonanza. Ma è il social network, come ci ha fatto notare Elisa Buratti il suo ambiente ideale.
Il web è efficace, potente e comunica. Questa immagine dedicata alle tastiere scroscianti e al Netfuturismo lo dimostra. Ci sono molte altre cose da aggiungere. Ne parleremo,



TASTIERE SCROSCIANTI è un gruppo presente su Facebook

venerdì 12 febbraio 2010

NET FIONDA E SASSI PAROLE di Mariaserena Peterlin

Può capitare che ci si senta dire che è più semplice sognare il futuro che affrontare il presenteIo penso invece che il futuro non si sogna, ma si costruisce nel momento stesso in cui abbiamo il coraggio di non piegarci al quieto vivere, al tanto peggio, al conformismo. Non ipotizzo una avversione astiosa o polemica nei confronti della realtà, ma proprio il contrario. Penso che ognuno possa essere se stesso e fare la sua parte senza adattarsi tacendo o attuando tattiche oblique.
Si sente anche dire anche che non si può andare all’assalto delle ingiustizie con una fionda.
Ma io ho stima dell'efficacia delle fionde e non smetterò mai di considerarne anche la purezza simbolica (sì ho scritto proprio purezza e lo ribadisco).
Ho ben sperimentata la pratica che agisce nel presente e risponde, ad esempio nella scuola, ai ragazzi, avversando il potere ogni volta che lo si vede applicato ottusamente anche con un  linguaggio che ne evidenzia tutto il peso brutale.

Non si vive davvero nel presente della vita senza guardare e pensare al futuro e modificando prospetticamente il presente.
La fionda è questo: la ribellione personale, quella che non attende l’assemblea dei  molti, né l’ammiccamento, né il consenso della cordata, né le garanzie di un negoziato; ma lancia la sua sfida e ci mette testa, cuore e faccia.
Con quella sfida la fionda si batte ed ottiene: lì ed adesso per il domani. 
Nella vita quotidiana possiamo già fare molto di più che lamentarci o adattarci. 
Molto, molto di più. 
Il dissenso è libero, come un sasso virtuale lanciato in una torpida rete e che ne moltiplica le oscillazioni e i segnali. Non è un’arma inutile. Ma forse bisogna imparare ad usarla.
Lancio con la mia fionda il sasso-parola nella rete, la fionda rincula e vibra; l’energia me ne è restituita, e certo non si disperderà.



mercoledì 3 febbraio 2010

SERVE UNA SCUOLA CHE NON CAMBIA? Di Mariaserena Peterlin

Durante un compito in classe di italiano, qualche tempo fa, ho osservato e descritto i miei studenti alle prese con il tema, esercizio indispensabile per loro, visto che avrebbero affrontato il tema d’esame di Stato.
Gli studenti di Mariaserena Peterlin aspettano il tema all'esame di Stato



... "In quinta, ore 9. La luce entra, chiara e trasversale, dalle finestre.
Infissi metallici sovrappongono e specchiano un bagliore freddo, falsamente argentato; cornice stonata verso l’esterno dove c’è il cortile abitato da obliqui e alti pini e abeti diritti fino quasi a toccare le pareti dell’edificio allungandosi verso le finestre.
Fuori l’aria è mossa: azzurra e verde di foglie riflettenti e diverse. […]
Qui, dentro, righe nere si innervano su carte svogliate: sono insofferenti pensieri, intermittenti tensioni che producono odori su maglie e felpe di tessuti sintetici male lavati dalla chimica.
Il testo del tema è una poesia di Vittorio Sereni già assegnato all’esame di stato:
Italiano in Grecia

Prima sera d'Atene, esteso addio
dei convogli che filano ai tuoi lembi
colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
ho lasciato l’estate sulle curve
e mare e deserto è il domani
senza più stagioni.

……………………….

Trascrivono parole solo amate da me, da loro incorniciate, subite, violate, stravolte con impazienza.
Inutili ai più (comunque sordi anche alla primavera).
Li guardo, li vedo, li sento quasi captandoli; vorrebbero non essere qui.
Ma, anche se, non per scrivere di letteratura.

Ore 13,10. Il sole adesso batte sulle vetrate opache rivelando graffiti spenti, strappi di nastro adesivo, ombre secche formate da grumi di polvere stratificati: segni nel tempo.
Indifferente, brutale, la luce batte più forte sulle superfici dei banchi disuguali. Colori acidi, plastiche logore bordate di legno bruciacchiato, intagliato, scheggiato.
Fa caldo e il riflesso è abbagliante.
"Sto scrivendo un capolavoro" ironizza, più o meno persuaso Enrico; le guance accese sotto un mezzo millimetro di barba nera, i capelli crestati e incollati che degradano in basette puntute.
Le posizioni scomposte, oblique; le teste inclinate disposte in curve sghembe ondulate: si stanno impegnando, quasi presi dal lavoro e convinti di sé.
Entrati nel gioco la forma diventa vincolo, tanto che: - ho sbagliato a copiare, ho saltato una colonna, che faccio adesso?-
Un altro sbuffa un po’ roco - Dovrei ricominciare e scendere al bar a ricomprare un foglio, ma non ho più tempo-.
Quando fanno così sono insopportabili, cosa dovrei rispondere? Che sono imbranati (vero), che in tanti anni di scuola non si può non sapere ancora usare un normale sciocco foglio protocollo a righe (ovvio), che se mai nella vita … nel lavoro… che le proprie responsabilità (ancora?)… che chi se ne importa tanto quello che conta non è la forma soltanto ma… (ma non lo sanno già?).
Proseguono disuguali e difformi in tutto, tranne nel fatalismo più inutile - Ormai quel che è fatto è fatto.
Storpiano il senso della paziente costruzione della parola e della frase. "Professoressa qui non capisco, che significa -sono un tuo figlio in fuga che non sa/ nemico se non a propria tristezza- ?"
Rispondo un esasperata, "Adesso ci pensi? Ma se hai soltanto venti minuti per finire…-,
-Ma se non me ne sono accorto prima…-
Finalmente tutti ricopiano, piegati sui fogli.
"Rileggere? e perché? sono stanco e non mi serve"

Vogliono solo finire, e comunque uscire di qui.
Per questo si affrettano impazienti di liberarsi da un incubo: dal compito di letteratura." (*)
Scriveva ieri Antonio Saccoccio parlando della contestazione di un suo studente nel Ning La scuola che funziona fondato da Gianni Marconato:

“Semplicemente per lui la scuola è inutile, perché non si apprende nulla di importante. Con grande lucidità mi ha citato la sua seguente esperienza di vita. Frequenta ragazzi più grandi di lui, ventenni che sono già all'università. Ebbene, nei giorni passati ha "interrogato" 10 di questi amici, tutti ex-studenti del nostro liceo, sulle loro conoscenze filosofiche. Le risposte gli hanno confermato che questa scuola per lui non serve a nulla: 8 su 10 a malapena ricordavano i nomi dei principali filosofi. Ha quindi pensato: "I professori mi valutano su queste informazioni che poi dimenticheremo, a cosa serve quindi studiare queste cose?".

Ma allora che fare? Potrebbe chiedere, perentorio, qualcuno. Fare? Fare subito, pensare di corsa? E’ possibile? Queste situazioni si sono formate e determinate in decenni e non sempre si può agire ribattendo come in una partita di ping-pong.
Nel frattempo, tuttavia, verso il fare ci si può avviare (ri)cominciando a pensare criticamente.

Se è vero che la scuola moderna ha sempre avuto la virtuosa pretesa enciclopedica di accumulare quanto più possibile nelle teste dei nostri studenti è anche vero che quella contemporanea non dovrebbe più esercitare questa pratica.
La sterilità ne è resa più evidente dall'anacronismo; l'accesso alla cultura non è certo agevolato da un accumulo di informazioni (credo che questo concetto sia ampiamente già stato dimostrato) ma dalla capacità di, appunto, organizzare, elaborare, trarre sintesi critiche rispetto alle informazioni medesime. Le informazioni non si ottengono solo dal verbo scolastico, anzi!
E’ evidente che la scuola, anche grazie ai molti stagionati libri di testo, può trovarsi, su questo punto, meno sul tema di altre fonti.
Invece è il flusso e l'aggiornamento multimediale, vasto e continuo, delle informazioni che ha sempre più spesso bisogno di riordino e critica.
La formazione, l'educazione e l'istruzione, e quindi la scuola, possono esercitare questo ruolo.

A patto di smetterla di perdere tempo rimettendoci anche in attenzione e credibilità; e a condizione di non sottovalutare all’insofferenza degli studenti bollandola come negligenza.

La protesta di un ragazzo intelligente verso la pedanteria, mi sembra confermi questa interpretazione.

Una testimonianza che potrebbe essere utile analizzare anche con un campione di studenti più vasto. Perché no?
__________________________

(*) Il brano è tolto dal mio libro "La (mia) classe non è doc" disponibile anche il edizioni ebook  ne La mia vetrina virtuale.

venerdì 29 gennaio 2010

SCUOLA PUBBLICA - PRIMA CHE IL CIGNO CANTI - SOS ISTRUZIONE



Quinta Aut El 1989 Ricci
La discussione sulla pratica dell’insegnamento dell’Italiano L1 ha avuto l’effetto di una cartina di tornasole. Costatiamo di avere un grosso problema che però non ha, ormai è evidente, la connotazione attribuita dai media, né quella che lamentano i genitori o che l’esasperazione motivata degli insegnanti fa esplodere anche concitatamente.
E’ emersa un’ipotesi diversa e ben più inquietante: esiste una strategia. La mette in luce un appassionato intervento di Gianni Marconato che riferisce e commenta una discussione aperta nel Ning La scuola che funziona sulla didattica dell'Italiano con un brillante intervento di Antonio Saccoccio e sul progetto di una scuola per il futuro a cui stiamo lavorando.

Aggiungo dunque qualche considerazione su un’ipotesi di reazione.
·      La realtà comunicativa attuale è cambiata così velocemente che è difficile per tutti i non giovani relazionarsi al cambiamento
·      La crisi culturale è anche crisi politica e politica dovrebbe essere la soluzione, ma la gestione di questa crisi è in una fase delicatissima esposta ad abbordaggi e interessi non dichiarati e non lascia prevedere, allo stato attuale, svolte intelligenti ed illuminate.
·      Chi descrive come disastrosa la situazione fa riferimento a un genere di vecchie competenze passatiste e comunque anacronistiche, ma soprattutto fornisce subdoli e apparentemente inoppugnabili  strumenti contro la classe insegnante che viene pesantemente svalutata. (cui prodest?)
·      La classe insegnante subisce e mostra oggettivamente logoramenti di vario genere ed origine, ha punti di debolezza vistosi, non reagisce e quando lo fa si aggrappa al passato peggiorando la situazione.
·      Le famiglie ( questo è un punto dolentissimo) che leggono e ascoltano gli allarmanti bollettini sul fronte della disfatta linguistica, o di altre discipline, sentono minacciato seriamente il futuro dei loro figli. Sintomatica è la frase che tutti abbiamo recentemente letto : “che futuro possono avere questi giovani che non sanno l’ortografia?”. Inoltre sono sbandierate anche altre diagnosi: la povertà lessicale e sintattica dimostrano disagio mentale, ignoranza, incapacità di relazione, esclusione dal mondo produttivo. È ovvio che tutto ciò generi panico e rabbia nei genitori che subito puntano il dito contro la scuola pubblica. È ovvio dunque che il dialogo GENITORI-SCUOLA sia sabotato pesantemente e ormai quasi impossibile!
·      Quale altro termine di paragone, quale modello di scuola, più rassicurante e efficace hanno infatti in mente i genitori? Naturalmente quello della stessa scuola che hanno frequentato loro. Stimando dunque che i genitori abbiano un’età adulta compresa tra i 30 e i 55 anni circa dobbiamo risalire all’incirca alla scuola del periodo tra gli anni 60 e gli anni 80. A questo punto le famiglie chiedono un ritorno ad un modello didattico-formativo del passato che, così come ha educato e formato loro presumono possa tornare utile ed efficace anche ai figli.
·      L’alternativa insinuata, allora, è una “privata” anche perché è la stessa ministro che sottolinea in ogni occasione possibile che occorre elevare la qualità  della scuola pubblica (sottintendendo che è insufficiente) non fa mancare lodi alla privata
·      E infatti cosa propone la politica Miur&Gelmini attualmente per dare il colpo di grazia alla Scuola Pubblica?
a)  Un oscuro e generico ritorno al passato (dal grembiule in su)
b)   prove di verifica della validità dell’insegnamento nella scuola pubblica, ma basate su competenze omologate, uniformi, validate da Organismi esterni alla scuola e conformate a un modello culturale obsoleto.
 Ed ecco dunque le forze in campo.
Da un lato una scuola potata, tagliata, svilita e, permettetemi il termine, sputtanata da media e opinionisti.
Dall’altro lato una task force (MEDIA+MIUR+PRIVATI) sostenuta da una parte di opinione pubblica fortemente orientata e suggestionata dal potere politico-mediatico e che ormai apertamente chiede la testa della scuola pubblica.

Che fare?
1.  Svelare questa trama perversa è la prima cosa.
2.  Delineare e dare evidenza al lavoro della SCUOLA CHE FUNZIONA e delle nostre proposte, delle nuove idee che dimostrano come sappiamo entrare in sintonia con i nuovi tempi e i nuovi bisogni del mondo giovanile.
3.  Rendere chiaro che una riforma che non viene dal mondo della scuola sarà una inevitabilmente contro la scuola e contro gli insegnanti e quindi contro i cittadini. In altre parole sarà anche una riforma contro il diritto allo studio e contro la democrazia e la libertà.
4.  Parlare, dialogare, diffondere il messaggio alle famiglie.
Possiamo e dobbiamo ancora tentare questa strada. Genitori e studenti devono e possono comprendere e valutare le conseguenze di questa manovra che è contro la scuola, ma soprattutto è contro i cittadini e il futuro dei giovani cittadini. E’ una manovra che crerebbe nuove caste e nuove esclusioni sociali, che svaluterebbe per decenni la nostra cultura. La collaborazione è vitale.
5.  Occorre dunque ribaltare la logica scellerata che ci viene imposta e mettere in chiaro i termini della questione. Proviamoci.

venerdì 18 dicembre 2009

I MIEI LIBRI (anche in edizione ebook)



VISITA LA MIA VETRINA VIRTUALE

LA SCUOLA CHE FUNZIONA - IL NETWORK DI GIANNI MARCONATO


La scuola, quella che non funziona e quella che funziona


E' ora di smetterla con le chiacchere.
E' ora anche di dimostrare coi fatti che c'è già la scuola di qualità.
Si tratta di metterla in luce, di renderla più visibile in modo sistematico, di farne un contagio virtuoso.
Esiste anche la scuola non buona e che non funziona.
Ma noi vogliamo parlare, e fare, la scuola che funziona.
Cominciando da quella che già esiste.
Da quella che esisteva già prima delle tecnologie, delle lavagne multimediali e dei piccì.
Esisteva prima, esiste ancora e continuerà ad esistere: le tecnologie aiutano e sono preziose, ma prima ed insieme ci vogliono la testa, la professionalità, la dedizione, la passione, la competenza e il cuore di noi insegnanti.

Da qui nasce il progetto, il grande nerwork di Gianni Marconato e i suoi collaboratori.

PROPRIO DA QUI clikka !



C'è anche un invito a partecipare. Coraggio. Parliamone e dimostriamo che la scuola siamo davvero noi, e non solo le vetrine sui bei propositi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Professione Insegnante & COMUNICAZIONE

Proprio in queste ore la politica è stata richiamata ad abbassare i toni, ma non lo fa. Da quando il chiasso e la gazzarra fanno più audience della comunicazione riflessiva e pacatamente argomentata siamo tutti chiamati a fare il ruolo della plebe arringata dal tribuno di turno. Ma non è detto che anche noi dobbiamo accettare di essere solo comparse in azione telecomandata.
Il modo della scuola potrebbe invece uscire dalle Sale insegnanti e dai Consigli di Classe con un proprio modello di comunicazione rinnovato ed efficace. Non ci mancano gli strumenti né le competenze per farlo e potremmo, anche in tempi medio-brevi, verificarne l’efficacia.
Alcuni argomenti della scuola sono d’interesse non soltanto didattico, ma anche sociale ed, indirettamente, politico intendendo per politico ciò che si può essere attinente alle relazioni tra cittadini e con lo stato.
Mi riferisco ad esempio all’argomento: “analfabetismo di ritorno" attualissimo ed oggetto di sondaggi, di interventi e di commenti mediatici e non.
Argomento che sfiora, anche se molto lateralmente, l'attuale convegno della Dante Alighieri sul ruolo della lingua italiana in età risorgimentale e su quale ho postato una mia Nota su fB, anche per vedere cosa dice la ggente" e i risultati sono stati interessanti. La nota si intitola Polemiche (preistoriche) sull'analfabetismo di ritorno .
Non ho invitato a leggerla (taggando) nessuno, tranne Gianni Marconato confidando nel suo ruolo di osservatore.
Su fB la situazione comunicativa è interessante perchè possono intervenire tutti, anche genitori, studiosi ed esperti non presenti altrove, sui blog o sui forum, ma anche colleghi-amici, studenti e così via. La discussione si è subito avviata ed il tono è stato sempre corretto: vivace e riflessivo, i contenuti ricchi di contributi.

Sono consapevole che si tratta solo di un piccolo esperimento personale, ma sono ormai molti mesi che verifico situazioni analoghe a questa anche su argomenti diversi; mi sembra dunque di poter dire che quando ci poniamo in modo aperto e franco ma anche disponibile all’ascolto, senza deflettere dalle nostre ragioni ma essendo pronti a comprendere quelle degli altri, allora otteniamo risultati utili e, perché no? rasserenanti.
Essere insegnante è un po’ come scegliere uno stato irreversibile, lo si è (sovente) per sempre: questo ha conseguenze positive: siamo attenti, aggiornati, curiosi e forniti di solide basi culturali; ma siamo anche (parlo per me…) portati a fare un po’ sempre lezione. Questo non aiuta e anzi allontana chi tenta di seguirci o interagire.
Per fortuna non siamo politici, non abbiamo sul collo il fiato del consenso da ottenere anche, come dicevo sopra, cavalcando l’eccitazione popolar-mediatica. Dunque possiamo essere un modello importante.
Mi spiace sempre quando affermiamo qualcosa e poniamo come prova “l’ha detto anche il giornale X o Y”. Mi spiace perché, facendo così, abdichiamo al ruolo (socialmente modesto, ma culturalmente essenziale) di Magister.
Come insegnanti dovremmo riprendercelo.
Perché no?

domenica 6 dicembre 2009

NON SOLO MAESTRE-STREGHE! DICIAMO BASTA ALLA VIOLENZA SUI BAMBINI!

Discutiamo delle due tizie che picchiavano i bambini a Pistoia, discutiamone pure, ma non facciamone un caso eclatante ed isolato, perchè così non è. Le responsabilità sono interamente loro, ma non solamente loro; e contro i bambini non c'è solo un episodio a Pistoia.
Ci sono violenze millenarie e quotidiane.
C'è l'abitudine, purtroppo, a mitizzare l'infanzia facendone un'icona che ci abbellisce.
Non siamo ancora consapevoli che la maternità, la paternità, l'insegnamento, la cura dei minori, il dedicarsi ai bambini NON E' solo una nostra scelta, vocazione, missiome, lavoro.
Tutti siamo stati bambini: la NATURA ci impone di allevare i piccoli e ce lo impone dandoci una mente, dei sentimenti, dandoci connotati umani. Ma noi dobbiamo coltivarli. Ed abbiamo il dovere di spezzare la catena della violenza.
Ormai lo sappiamo: chi (esclusi gravi casi di malattia psichiatrica) è violento fino a picchiare gravemente persone inermi, indifese, innocenti, neonate o infanti quasi sempre ha subito la violenza a sua volta.
Ma questo non giustifica il violento, nè chi lo difendesse, nè una società e in stato in cui non si provvede adeguatamente.
Considerato che la violenza delle due (solo due persone?) megere di Pistoia era rivolta verso minori affidati alla loro tutela e anche contro bambini di un anno credo che i precedenti vadano storicamente cercati tra i sadici, i pedofili, i violentatori, le SS e categorie simili oppure tra persone malate di gravi distrubi psichiatrici.
Ma non dobbiamo o possiamo dimenticare che abbiamo avuto numerosi esempi, sciagurati e clamorosi, addirittura tra madri o padri.
Da anni sostengo una mia battaglia, che ovviamente non ha mezzi se non quello della parola quella dei DIRITTI DEL CITTADINO BAMBINO.
Parto dalla convinzione in un principio fondamentale: i bambini sono cittadini con diritti, questi diritti devono essere tutelati dallo Stato. Lo Stato sa e DEVE occuparsene; deve prevedere, in base a tanti delitti, testimonianze, fatti reali accaduti ecc che CHE non TUTTI i bambini sono al sicuro. E' una realtà che chiascuno di noi già conosce.
Ci sono anche nelle famiglie i casi di violenza e pedofilia reiterati!
Certo, sono casi drammatici e non frequenti: ma ci sono. I BAMBINI NON APPARTENGONO a nessuno, i bambini hanno una loro vita e lori diritti da proteggere perchè sono troppo inermi ed innocenti per difendersi da soli.
Le famiglie, le mamme vanno sostenute con ogni mezzo; ma qualora dimostrassero gravi carenze allora i diritti dei minori e dei neonati (parliamo anche di questo!) devono essere garantiti.
Sennò perchè manteniamo uno Stato?
Solo per pagare, pagare, pagare?

martedì 24 novembre 2009

Alla panza non si comanda: sulla PAUSA PRANZO è polemica



Interessa a qualcuno se/che il lavoratore mangia?
Evidentemente sì; e non solo.
Vogliono sapere se, come, quando e per quanto. Magari anche con chi o se da solo.
Un'indagine da confessione generale.
Ma il ridicolo esplode sulle motivazioni: "se si perde tempo alla... buvette, si lavora meno".
Alla buvette? Riusciamo ad immaginare altre tre o quattro fast-food altrettando esclusivi?
Roba da scapotarsi dal ridere. Riso... amaro però.
Insomma il parlamento più assenteista del pianeta è colto da scrupoli sottili, ma dispeptici; e il paese, muto percosso attonito, invece di rispondere a sberleffi si interroga.

Scusi, lei mangia? e immagino qualche risposta di panza:
Noooo... faccio fitness.
No, non c'ho i soldi, mangio una volta sola al giorno, caffelatte.
No! io mi porto uova e farina e mi arrangio con due tagliatelle fatte sul posto.

Rotondi è vecchia volpe diccì ci delizia con questa prelibatezza montecitoriana alternativa.
Ma noi ingrati, noi ottusamente concreti rimaniamo fissi ai problemi seri.
Che caratteraccio abbiamo noi italiani!

E se arriviamo alla frutta? Sarà un BITTER FRUIT


mercoledì 18 novembre 2009

La scuola? argomento decotto: ora impazza il decoder


Una vita nella scuola




La scuola è stata, negli anni, bombardata da varie incompetenze, alcune delle quali interne perfino alla classe docente (non neghiamolo) e molte altre esterne. Difficile, non impossibile, riconoscere quali abbiano fatto danni più gravi. Da un po' di tempo dubito che se tutti gli insegnanti avessero consapevolezza professionale, coraggio e determinazione uniti a crescita culturale sarebbero trattati così. Per anni ho visto assemblee (sindacali e non) di docenti sparute nei numeri dei presenti quanto frustrate nella possibilità di incidere. Ho assistito a collegi docenti pilotati da presunti presidi-manager che invece di essere dirigenti-leader erano solo burocrati acriticamente sottomessi alle circolari e alle normative. Ho partecipato a collegi docenti in cui battagliere minoranze propositive davano voce ad analisi sulle problematiche didattico-pedagogiche, ma erano appena sopportate da una maggioranze benaltriste ossequienti e acritiche. Ho visto insegnanti e consigli di classe capaci di andare solo alla ricerca del tempo perduto o dell'insufficienza in condotta o, ancora, dell'automatismo: tot-insufficienze = bocciatura-senza-discutere. Dunque responsabilità ce ne sono. Ma c'è anche una scuola bella e qualificata che lavora seriamente, la scuola che funziona , una scuola che deve essere ascoltata da interlocutori politici e dal mondo della cultura. Esistono anche straordinari insegnanti: entusiasti, appassionati, creativi, capaci di inventare e progettare ogni giorno ipotesi di lavoro e soluzioni a breve e medio termine: ma perché non sono ascoltati? Certo a questa scuola non presta attenzione, almeno per ora, l'ineffabile attuale ministro, ma nanche altri che hanno abitato nel palazzone di Vle Trastevere. Gelmini infatti dice che "le proteste sono rientrate, non ci sono tagli e tutto è tranquillo". I giornali (tranne pochissimi) piluccano qualche notizia su disagi o proteste perchè i cortei invadono le strade. Le TV, addirittura, mediamente trasmettono, appunto, il solito ben-altro! L'analgico è morto: w il digitale! Questa è/sarebbe la notizia delle notizie, fondamentale, di attualità. Invece la Scuola e l'Università sono in piazza anche oggi, i precari sono ancora più precari e disoccupati, i docenti abilitati sono come pietrificati in graduatorie mummificate.I genitori, d’altro canto, sanno (o dovrebbero sapere) che ai loro figli mancano ancora docenti, che si sono moltiplicati gli alunni e dimezzate le cattedre sommando ore a ore.I diritti sono diventati carta da macero e potremmo continuare. Delle manifestazioni di protesta si parla solo negli avvisi sul traffico. Cosa dobbiamo concludere? Che la crisi economica è anche crisi culturale e che, come al solito, le notizie vengono date e amplificate fino a farle diventare iperboli a cui nessuno crede più. La tecnica è consolidata: si è parlato per un po’ di scuola? Ora basta, passiamo alla prossima notizia fondamentale: come si programma il decoder?

Cinismo e viltà? Benvenuto nel paese di Don Abbondio!

"Il coraggio", diceva don Abbondio al Cardinale che gli rimproverava la sua vigliaccheria, "uno non se lo può dare". Ma allora è giusto esigerlo dagli altri? Per favore basta con le prediche mediatiche e i moralismi da quattro soldi. Non è giusto nè opportuno provocare oltre i cittadini di questo paese già abbastanza provati dalla crisi, dai problemi del lavoro e della vita quotidiana nonchè dalle ardite eccentricità di una classe politica che ci stupisce ed appare sempre più bisognosa di energiche badanti come mai prima si era visto.Se puo accadere, come è accaduto, un ragazzo viene massacrato di botte mentre è custodito dalla GIUSTIZIA, che un giovane venga aggredito e riempito di botte davanti a Stazione Termini, luogo in cui dovrebbero esserci presidi delle FORZE dell'ORDINE come in qualunque stazione ferroviaria, se una ragazzina quattordicenne può essere violentata da coetanei che vengono classificati dagli INQUIRENTI come ragazzi di FAMIGLIE NORMALI... allora non ci venire a fare la morale parlando di indifferenza del cittadino comune.
Il cittadino mantiene un apparato statale complesso e costoso che non sta a me descrivere; ma di cui ricordiamo almeno il potere esecutivo e il potere giudiziario nonchè una classe politica. Dunque il cittadino ha già dato.
Dunque il cittadino che rispetta la legge, lavora e mantiene rapporti di amicizia, affetto e solidarietà con i suoi simili ha già fatto il suo dovere.
Il problema non è la persona che si trova ad assistere a un atto di violenza; il problema è che c'è violenza e violazione della legge e che questa non è adeguatamente prevenuta e fronteggiata. Anche in ambito educativo, certamente, ma soprattutto nelle sedi del potere.
Altrimenti ha ragione Piero Sansonetti quando dice che bisogna vuotare le prigioni.Se quotidianamente ci troviamo a subire atti di violenza allora vuol dire che i colpevoli stanno fuori, o che fuori ce ne sono tanti non adeguatamente fronteggiati.Ripeto: PER FAVORE BASTA CON LE PREDICHE e i moralismi da quattro soldi, basta con la promessa/minaccia di elezioni : lorsignori vadano a lavorare per il paese!

domenica 8 novembre 2009

a piedi sul pontile

SUL CROCIFISSO A SCUOLA



Ho lungamente insegnato in una scuola nelle cui aule il Crocifisso non c’era. Non ho mai domandato perché, né ho mai fatto richiesta perché vi fosse messo. Tra l’altro dubito che l’affissione sia mai stata obbligatoria in senso stretto. So che la mia scuola vantava, in senso intellettuale, una posizione strettamente laica e largamente illuminata. Era, in quegli anni, una bella scuola.

A volte ho sognato, invece, una situazione logistica simile a quella delle scuole non italiane in cui ogni professore ha la sua aula e sono i ragazzi a spostarsi. In Italia non sarebbe possibile: il piano orario degli istituti è obbligatorio e rigidamente fissato, le aule sarebbero insufficienti e ci sarebbero classi intere scalpitanti che sciamano ad ogni cambio di lezione invadendo quei corridoi che si vorrebbero quieti ed esteriormente ordinati. Naturalmente la cosa non mi turberebbe più di tanto, ma so benissimo che non è così per tutti.

Ho desiderato un’aula tutta per me perché, presuntuosamente, mi avrebbe assomigliato e avrei voluto dare ai miei ragazzi non solo il mio lavoro, ma anche l’impressione di quanto diverso sia uno spazio dedicato allo studio letterario da un altro, pur straordinario, qualsiasi.

Certo l'aula tutta per me sarebbe stato anche utile. Avrei potuto evitare di arrivare a scuola carica di libri e pacchi di compiti, di quotidiani e giornali, ci avrei messo un impianto hi-fi (anche a mie spese, lo avrei acquistato all’usato) e uno schermo televisivo, dvd e cd; avrei riempito le pareti di stampe e poster, avrei messo oggetti pensati per comunicare coi libri: una lampada da tavolo, penne, matite, fogli per appunti, memo, avrei conservato i biglietti delle tante visite guidate alle mostre, alle visite di studio, i nostri appunti e progetti. Insomma avrei messo tanto di tutto ciò che un letterato appassionato e un po' caotico accumula intorno a sé.

Ma non so se, nell'aula, avrei messo il crocifisso.

Ieri ho sentito in tv due politici di idee opposte che rispondevano sulla questione (io trovo le domande dei giornalisti spesso violente, e le risposte adeguate).

La domanda era: “A lei disturba il Crocifisso?”

La risposta del primo, dichiaratosi praticante, è stata: “A me no! Anzi io ne ho messo uno grande nel mio studio, proprio davanti alla mia scrivania, così nei momenti difficili ci guardiamo negli occhi!”.

Ho pensato: “Lo guardi negli occhi? Sono affari tuoi! Quale politico può essere così adamantino e puro da poter guardar da pari a pari un Crocifisso che, pur se solo un simbolo materiale, sgomenta il potente con la forza anche solo evocata della vittima che non si sottrae, che affronta la morte per amore di tutti?”

Il secondo mi è sembrato più a disagio (si era poco prima dichiarato credente valdese), e poi ha risposto laconico :”Non più di tanto”

Ho pensato: “Non vorrei educare nessuno a rispondere così!”

C’è chi dice che la bestemmia sia anch’essa un atto di colui che cerca Dio; io cerco di capire chi bestemmia, ma non capisco l’esibizione nel nome di Dio nè l’indifferenza pilatesca.

Per cui confermo: non c’era il Crocifisso nella mia scuola, non l’ho chiesto, e probabilmente non lo avrei chiesto nemmeno in quell’aula tutta dei miei desideri.

Il perché è difficile da dire: ho lavorato con i ragazzi cercando di far crescere in loro il rispetto per la conoscenza e far maturare il giudizio critico. Ho lavorato cercando di insegnare che si studia per crescere e capire, non solo per avere un voto. Insomma Pedagogia e Didattica sono definizioni più che sufficienti per definire quello che ho fatto insieme a tantissimi colleghi. Non mi sarei sentita all’altezza della predicazione della fede che, mi avventuro a dire, avrei voluto testimoniare senza enfasi, e non so se ci sia riuscita.

Credo che Cristo abbia insegnato cose ben più importanti di queste mie particelle di scuola, e credo che ci abbia chiesto di testimoniarlo e non di esibirlo come la maglia o la bandiera.

Tuttavia sono contrariata e offesa non solo e non tanto dalla sentenza di Strasburgo, che vorrebbe imporre, quanto dal fatto che i ricorrenti hanno addotto a motivo l’educazione dei loro figli e, con coerenza rapace, hanno chiesto ed ottenuto 5000 euro. Sto parlando di cose serie per cui non involgarisco di più questo discorso.

Torno e concludo sulla scuola. Qualunque argomento pro o contro dovrebbe essere esposto con ragionevole rispetto.

Probabilmente ancora una volta il Crocifisso sarà esibito o schernito.

Molto molto sommessamente vorrei dire, e spero di non offendere la sensibilità di nessuno, che invece il Crocifisso è solo il segno, ma un segno davanti al quale, forse anche se non si crede, si prega, o si dovrebbe pregare, per gli altri.

Sul Crocifisso nelle scuole




Durante la trasmissione Domenica in un teologo ha sostenuto che il crocefisso non è un simbolo culturale ma religioso, fortemente religioso.
Finalmente.

sabato 20 giugno 2009

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PEDOPORNOGRAFIA MALEDETTA

Diteci i nomi di questi
QUATTORDICI ARRESTATI
e dei

DUECENTOCINQUATATRE
indagati per pedofilia
e pedopornografia

in QUARANTA città italiane

su OTTOCENTO computer

E QUARANTAMILA
supporti informatici.

Diteci chi sono e
non diteci solo
queste cifre di inferno.
Non li toccheremo.
Nemmeno con un dito.


Vogliamo i nomi perché è un diritto
di informazione
che vale
soprattutto per reati infami
di violenza contro l’infanzia.

Diteci i loro nomi
li bruceremo con lettere di fuoco.
Diteci i nomi
di chi non ha prevenuto
e di chi copre questi orrori
con la condiscendenza
di una falsa ipocrita pietà.

Diteci i nomi degli investigatori
angeli custodi delle nostre creature massacrate.
Dio li benedica per sempre.

La trista/e sceneggiata mediatico-politica

Questo non è un gioco. Non è nemmeno una cosa seria né meritevole dell’attenzione di persone e cittadini che vivono una quotidianità fatta di interessi e cultura, lavoro, fatica, problemi e amore. Persone e cittadini che hanno in mente un progetto di vita in un mondo vivibile e migliorabile. Persone e cittadini comuni che si dedicano agli altri, crescono figli, si assistono mutuamente per un bene comune e si ricordano di amare il prossimo.
Sembriamo alieni o alienati? Ma probabilmente siamo ancora tanti: poco chiassosi e visibili e soprattutto poco o nulla interessanti per chi fa notizia e assolutamente indifferenti ai padroni del nostro mondo: i media, la finanza e i politici.
Per molti di più di quelli che si immagina la vita non è gioco né festa o festino, ma impegno e (quando si può) sorriso, lavoro e affetti, interessi e immaginazione, investimento sul futuro personale e dei propri figli, crescita e solidarietà nel rispetto delle leggi chi ci siamo dati e (quando si vuole) degli insegnamenti della fede religiosa. Ebbene per quelli come noi questo scenario mediatico-politico non è interessante anche se ne siamo frastornati. E non è nemmeno vero che perdiamo fiducia nella democrazia o nelle persone: vorremmo cortesemente che non ci mettessero in bocca quello che nemmeno pensiamo. Non perdiamo fiducia, non ci piacete voi, è diverso.
Semplicemente consideriamo che stia andando in scena un enorme carosello su un palcoscenico gravemente diseducativo e che rema contro di noi e i nostri talenti e qualità. Una sceneggiata che fragorosamente distrae dal progettare il futuro. Sono giochi diversi e lontani che si svolgono su scacchiere scintillanti e maleodoranti.
Questo non è un gioco, e soprattutto non è un modello a cui possiamo educare le giovani generazioni. Il futuro non può iniziare se manca la generazione che educa i giovani. Sarà meglio dedicarsi dunque ai nostri figli e visto che nessuno, tranne il papa Ratzinger, ci dà aiuto né buoni esempi, chiederei di lasciarci lavorare in pace.
Signori dei media e della politica, visto che vivete con le nostre tasse e i finanziamenti pubblici e vi manteniamo senza fare economia vi vorrei avvisare che lo spettatore ha cambiato canale, spento la luce e, casomai, chiuso la porta. Fate un po’ voi.