chi sono
Sono Maria Serena, ho insegnato letteratura italiana. Oggi scrivo e sono qui per riflettere, dialogare raccontare. I miei interessi sono rivolti alla comune condizione umana, anche quella raccontata dalla letteratura. Vorrei partecipare alla costruzione di un pensiero nuovo e diverso, fondato su radici antiche, che riconosca uguaglianza e giustizia a tutti.
lunedì 18 agosto 2008
LEGALITA', TOLLERANZA E SOLIDARIETA'
TOLLERANZA E SOLIDARIETA' oppure LIBERTA' e GIUSTIZIA?
Vado dipanando fili della mente; mi accade quando cerco di ritrovare una direzione, una linea semplice in un marasma che confonde. Vado dipanandoli e ne cerco l’inizio; come di una matassa aggrovigliata dalla noncuranza, o da un gattaccio sfrenato.
E mi accorgo che nel quadro che osservavo è accaduto che immagini e cornici si siano scambiate e si muovono come se il punto di vista fosse insolitamente fugace.
La mobilità dei riferimenti, il galleggiamento imposto dall’incertezza, la perdita della prospettiva, la sensazione di tessere una dannata tela di Penelope è, però, una sensazione diffusa.
Solo ricominciando a trovare i nostri riferimenti questo quadro sconvolto andrà lentamente a posto. Invece ci siamo privati (o ci hanno privato senza che noi ce ne opponessimo abbastanza) dei nostri punti cardinali e ci dirigiamo ansiosamente verso mete mutevoli senza l’aiuto di nuove coordinate e avendo cancellato la rassicurante ragnatela geometrica dei tradizionali meridiani e paralleli.
Quali? I “soliti”, “quelli del passato” direbbe forse qualcuno ancora convinto che la loro assenza generi libertà, mentre genera solo disorientamento.
I soliti valori dunque: la nostra cultura, la fede, la famiglia; e poi il rispetto, la sensibilità, l’onestà, la franchezza.
Invece ci parlano, e molti si sono lasciati convincere, di “solidarietà” e di “tolleranza”.
Allora chiedo: forse nel rispetto del prossimo non è già implicita la solidarietà?
E quanto alla tolleranza, forse nella millenaria storia nostra cultura non era già contenuto il dialogo, la conoscenza, il confronto?
Io penso che solidarietà e tolleranza siano bandiere rispettabili, ma sussidiarie e secondarie.
La giustizia sociale comprende e assorbe questi concetti: un cittadino libero e dignitoso non chiede solidarietà a livello politico e sociale (semmai a livello interpersonale), ma chiede diritti e doveri per sé e per gli altri.
Un cittadino e una cittadina responsabili e lavoratori non chiedono la tolleranza, anzi la considerano un fantoccio delle vere libertà che costituiscono il bene supremo della persona e della società.
Un cittadino e una cittadina coraggiosi e attivi, come sono stati i nostri padri e madri e come noi sappiamo essere, vuol essere produttivo e partecipante al progetto del bene comune e non chiedere tolleranza. Anzi si sentono offesi dall’essere “tollerati”, e invece chiedono di partecipare attivamente alla vita civile e sociale.
Finché salute glielo consentano. Ecco questo era il filo che cercavo. Ed ora la matassa può essere svolta.
Vado dipanando fili della mente; mi accade quando cerco di ritrovare una direzione, una linea semplice in un marasma che confonde. Vado dipanandoli e ne cerco l’inizio; come di una matassa aggrovigliata dalla noncuranza, o da un gattaccio sfrenato.
E mi accorgo che nel quadro che osservavo è accaduto che immagini e cornici si siano scambiate e si muovono come se il punto di vista fosse insolitamente fugace.
La mobilità dei riferimenti, il galleggiamento imposto dall’incertezza, la perdita della prospettiva, la sensazione di tessere una dannata tela di Penelope è, però, una sensazione diffusa.
Solo ricominciando a trovare i nostri riferimenti questo quadro sconvolto andrà lentamente a posto. Invece ci siamo privati (o ci hanno privato senza che noi ce ne opponessimo abbastanza) dei nostri punti cardinali e ci dirigiamo ansiosamente verso mete mutevoli senza l’aiuto di nuove coordinate e avendo cancellato la rassicurante ragnatela geometrica dei tradizionali meridiani e paralleli.
Quali? I “soliti”, “quelli del passato” direbbe forse qualcuno ancora convinto che la loro assenza generi libertà, mentre genera solo disorientamento.
I soliti valori dunque: la nostra cultura, la fede, la famiglia; e poi il rispetto, la sensibilità, l’onestà, la franchezza.
Invece ci parlano, e molti si sono lasciati convincere, di “solidarietà” e di “tolleranza”.
Allora chiedo: forse nel rispetto del prossimo non è già implicita la solidarietà?
E quanto alla tolleranza, forse nella millenaria storia nostra cultura non era già contenuto il dialogo, la conoscenza, il confronto?
Io penso che solidarietà e tolleranza siano bandiere rispettabili, ma sussidiarie e secondarie.
La giustizia sociale comprende e assorbe questi concetti: un cittadino libero e dignitoso non chiede solidarietà a livello politico e sociale (semmai a livello interpersonale), ma chiede diritti e doveri per sé e per gli altri.
Un cittadino e una cittadina responsabili e lavoratori non chiedono la tolleranza, anzi la considerano un fantoccio delle vere libertà che costituiscono il bene supremo della persona e della società.
Un cittadino e una cittadina coraggiosi e attivi, come sono stati i nostri padri e madri e come noi sappiamo essere, vuol essere produttivo e partecipante al progetto del bene comune e non chiedere tolleranza. Anzi si sentono offesi dall’essere “tollerati”, e invece chiedono di partecipare attivamente alla vita civile e sociale.
Finché salute glielo consentano. Ecco questo era il filo che cercavo. Ed ora la matassa può essere svolta.
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COMUNICAZIONE SU WEB
Rappata telematica con premessa neocomunicazionale... ;)
Mi viene da riflettere sulle difficoltà di comunicazione in ambito telematico. Tutto in tempo reale: ma ognuno ha un tempo reale diverso. Non vi sembra una gemmazione della comunicazione che riproduce in modo identico su un terreno diverso effetti simili alla comunicazione dei tempi delle carrozze postali a cavalli?
Il buon corsiero portava le lettere da un capo all'altro del mondo civilizzato, il buono scrittore non sapeva se il destinatario fosse ancora nel luogo in cui indirizzava, il buon destinatario aspettava altrove le notizie del buono scrittore, ma non sapeva quando le avrebbe ricevute e... e il buon corsiero si accontentava comunque di una rozza coperta per la sua schiena sudata, un secchio d'acqua e uno di biada!
Non mi fregate l'idea. Anche se non è “bella” è protetta dal diritto d'autore il mio nome è mariaserena!
L'Alfieri scriveva i suoi diari durante i viaggi descrivendo la corte di Vienna o la Scandinavia, mentre Marco Polo sulla Cina dettava memorie. Ma i loro contemporanei leggevano in tempi successivi e non immediatamente, unpo' come per i post e i commenti; e noi li leggiamo solo oggi.
E' solo per questo motivo che Marco Polo o Alfieri non cambiano (cambierebbero) opinioni nel confronto delle loro realtà e delle nostre?
Ok. Post criptico,forse confuso...
E te lo dico con un rap
Ti dico
ti dico
mi leggi fratello
ti dico
confermo
ma tu non leggi quello
leggi rileggi
io sono andato altrove
leggi ci pensi
mi chiedi di quel dove
luogo
non luogo
io vado
e tu mi leggi
luogo non luogo
ritorno e non conosci
luogo non luogo
pensi rifletti parli
luogo
non luogo...
mi sa meglio
se parti
yo!
Mi viene da riflettere sulle difficoltà di comunicazione in ambito telematico. Tutto in tempo reale: ma ognuno ha un tempo reale diverso. Non vi sembra una gemmazione della comunicazione che riproduce in modo identico su un terreno diverso effetti simili alla comunicazione dei tempi delle carrozze postali a cavalli?
Il buon corsiero portava le lettere da un capo all'altro del mondo civilizzato, il buono scrittore non sapeva se il destinatario fosse ancora nel luogo in cui indirizzava, il buon destinatario aspettava altrove le notizie del buono scrittore, ma non sapeva quando le avrebbe ricevute e... e il buon corsiero si accontentava comunque di una rozza coperta per la sua schiena sudata, un secchio d'acqua e uno di biada!
Non mi fregate l'idea. Anche se non è “bella” è protetta dal diritto d'autore il mio nome è mariaserena!
L'Alfieri scriveva i suoi diari durante i viaggi descrivendo la corte di Vienna o la Scandinavia, mentre Marco Polo sulla Cina dettava memorie. Ma i loro contemporanei leggevano in tempi successivi e non immediatamente, unpo' come per i post e i commenti; e noi li leggiamo solo oggi.
E' solo per questo motivo che Marco Polo o Alfieri non cambiano (cambierebbero) opinioni nel confronto delle loro realtà e delle nostre?
Ok. Post criptico,forse confuso...
E te lo dico con un rap
Ti dico
ti dico
mi leggi fratello
ti dico
confermo
ma tu non leggi quello
leggi rileggi
io sono andato altrove
leggi ci pensi
mi chiedi di quel dove
luogo
non luogo
io vado
e tu mi leggi
luogo non luogo
ritorno e non conosci
luogo non luogo
pensi rifletti parli
luogo
non luogo...
mi sa meglio
se parti
yo!
OLIMPIADI - INAUGURAZIONE ALLA PECHINESE
L’inaugurazione alla pechinese
Mi ero disposta a seguire l’apertura dei giochi Olimpici con curiosità ed interesse. Avevo ancora presente il ricordo bellissimo delle Olimpiadi invernali di Torino dove lo spettacolo è stato non solo grandioso ed elegante, ma anche pieno di armonia, di invenzioni geniali, di esibizioni di grandi artisti.
L’inaugurazione di Pechino mi sembrata invece angusta e soffocante; posso riassumere la mia impressione con questa frase : ho visto l’annientamento dell’individuo e il trionfo della massificazione anonimizzante.
Mi è parso che gli ideatori avessero realizzato, usando l’elemento umano passivizzato e reso automatico, un programma a metà tra un software di videogioco e uno di computer graphic ma di quelle da commodore 64, per chi se lo ricorda ancora.
Uomini come chiodini piantati in un gioco, e senza nemmeno i colori intonati; uomini come burattini frenetici e isterici, uomini come ricami ossessivi. E bambini impettiti che cantavano come bamboline di gesso in un carillon di latta.
E’ questo che succede quando il tempo della civiltà si spegne in quello della fine della libertà individuale? Mi sono intristita e ho lasciato il televisore a parlare da solo. Quando sono tornata sfilavano atleti multicolori, camminavano ridendo e in un ordine approssimativo, sventolavano bandiere e videocamere. Meno male. La vita continua. Forse è stato davvero un bene assegnare le Olimpiadi a Pechino; forse il contatto con i ragazzi e gli atleti del libero mondo innescherà un prodigio: quello dell’amore contagioso per la libertà. Sperare è umano, inaugurare alla pechinese è robotico.
Mi ero disposta a seguire l’apertura dei giochi Olimpici con curiosità ed interesse. Avevo ancora presente il ricordo bellissimo delle Olimpiadi invernali di Torino dove lo spettacolo è stato non solo grandioso ed elegante, ma anche pieno di armonia, di invenzioni geniali, di esibizioni di grandi artisti.
L’inaugurazione di Pechino mi sembrata invece angusta e soffocante; posso riassumere la mia impressione con questa frase : ho visto l’annientamento dell’individuo e il trionfo della massificazione anonimizzante.
Mi è parso che gli ideatori avessero realizzato, usando l’elemento umano passivizzato e reso automatico, un programma a metà tra un software di videogioco e uno di computer graphic ma di quelle da commodore 64, per chi se lo ricorda ancora.
Uomini come chiodini piantati in un gioco, e senza nemmeno i colori intonati; uomini come burattini frenetici e isterici, uomini come ricami ossessivi. E bambini impettiti che cantavano come bamboline di gesso in un carillon di latta.
E’ questo che succede quando il tempo della civiltà si spegne in quello della fine della libertà individuale? Mi sono intristita e ho lasciato il televisore a parlare da solo. Quando sono tornata sfilavano atleti multicolori, camminavano ridendo e in un ordine approssimativo, sventolavano bandiere e videocamere. Meno male. La vita continua. Forse è stato davvero un bene assegnare le Olimpiadi a Pechino; forse il contatto con i ragazzi e gli atleti del libero mondo innescherà un prodigio: quello dell’amore contagioso per la libertà. Sperare è umano, inaugurare alla pechinese è robotico.
Olimpiadi: Medaglie esentasse?
CAMPIONI, ANCHE IN TIRCHIERIA...
Non è questione di tempi di vacche (grasse o magre), né di tempi di par condicio (calcio-atletica). E’ una questione di feeling, come al solito. E sarebbe interessante capire se gli olimpionici italiani questo feeling lo sentono con i furbi e con i privilegiati o con gli onesti e i lavoratori. Probabilmente da quando si è pensato bene di fare un brutto funerale all’idea socialista sono passati in secondo e terzo piano le parole, lavoro, lavoratore, giustizia sociale uguaglianza e così via. Però anche per una questione di immagine (tanto cara ai nostri giovani baldanzosamente pechinesi) i suddetti atleti di new generation avrebbero potuto, come dire, evitare il mugugno e la pretesa.
Evitare di pietire una ridicola solidarietà sulle tasse ai premi ottenuti, evitare di confrontarsi con altri sportivi, evitare di dedicare a se stessi (Pellegrini) la vittoria, evitare insomma sia l’autocelebrazione sia il vittimismo.
Le tasse si pagano, sportivamente o meno.
L’Italia paga: i ticket anche sulle medicine, le tasse sulle pensioni e gli stipendi, balzelli e imposte su tutto; paga senza fiatare.
E invece loro argentati e dorati, ma con una splendente faccia di bronzo, alzano la voce e fanno polverone?
A regà; datevi una bella regolata. E’ una questione di feeling: l’Italia vi ha amato perché vincete, perché potreste essere d’esempio, perché siete una bella immagine. Ma l’Italia potrebbe fare anche a meno delle vostre prestazioni, mentre non può fare a meno dei milioni di campioni del lavoro e della vita onesta che quotidianamente, come dicono oggi gli eleganti dello stile linguistico libero, si “fanno un mazzo tanto”.
Per cui pascolate sui vostri premi e sui vostri ingaggi di generosi sponsor. E non rompeteci il feeling.
Non è questione di tempi di vacche (grasse o magre), né di tempi di par condicio (calcio-atletica). E’ una questione di feeling, come al solito. E sarebbe interessante capire se gli olimpionici italiani questo feeling lo sentono con i furbi e con i privilegiati o con gli onesti e i lavoratori. Probabilmente da quando si è pensato bene di fare un brutto funerale all’idea socialista sono passati in secondo e terzo piano le parole, lavoro, lavoratore, giustizia sociale uguaglianza e così via. Però anche per una questione di immagine (tanto cara ai nostri giovani baldanzosamente pechinesi) i suddetti atleti di new generation avrebbero potuto, come dire, evitare il mugugno e la pretesa.
Evitare di pietire una ridicola solidarietà sulle tasse ai premi ottenuti, evitare di confrontarsi con altri sportivi, evitare di dedicare a se stessi (Pellegrini) la vittoria, evitare insomma sia l’autocelebrazione sia il vittimismo.
Le tasse si pagano, sportivamente o meno.
L’Italia paga: i ticket anche sulle medicine, le tasse sulle pensioni e gli stipendi, balzelli e imposte su tutto; paga senza fiatare.
E invece loro argentati e dorati, ma con una splendente faccia di bronzo, alzano la voce e fanno polverone?
A regà; datevi una bella regolata. E’ una questione di feeling: l’Italia vi ha amato perché vincete, perché potreste essere d’esempio, perché siete una bella immagine. Ma l’Italia potrebbe fare anche a meno delle vostre prestazioni, mentre non può fare a meno dei milioni di campioni del lavoro e della vita onesta che quotidianamente, come dicono oggi gli eleganti dello stile linguistico libero, si “fanno un mazzo tanto”.
Per cui pascolate sui vostri premi e sui vostri ingaggi di generosi sponsor. E non rompeteci il feeling.
lunedì 9 giugno 2008
A proposito di giovani e adolescenti
UNDER 20 e... NOI...
disegno di NaDa, anni 19
Ma loro, come ci guardano e come ci vedono? La domanda non è schizofrenica, semmai è imbarazzante: probabilmente è preferibile non rispondere se vogliamo presevare le nostre orgogliose sicurezze. E tuttavia sarà meglio non cercare risposte presumendo di entrare nella loro testa. Credo sia preferibile accettare una realtà per me evidente: NON ci vedono come ci vediamo noi. Un'altra razza ha un'altra testa. E sotto i vent'anni si è un'altra razza. Sarebbe dunque certamente più sano per tutti accettare i ruoli e non sovrapporvisi. .
Credo anche, detto così all'ingrosso, che si possa ricavarne un messaggio, o meglio un abbozzo di messaggio.
Un giovane "artista", uno dei ragazzi più buoni e rispettosi tra quelli che ho conosciuto. Una persona corretta che respinge bulli e bullismo. Mi ha inviato questo disegno, insieme ad altri, e credo che nel groviglio di quella coda "metafisica" (che si riflette nel simbolo del punto interrogativo) siano rappresentate, inespresse, molte cose semplici ed alcune complesse.
E' necessario dare a ciascun ragazzo il tempo di dipanare e riordinare se stesso. Questa operazione dovrà farla da solo; ma noi non dobbiamo crearvi intorno un altare idolatrico. Dobbiamo invece dargli il senso del reale e quello del ritmo vitale. Dobbiamo trasmettergli conoscenza e esperienza; ma anche lasciare sempre che abbia una sua vita personale nella quale vivere per conto suo i suoi sogni e i suoi incubi. Gli dobbiamo lasciare spazi di paure personali da elaborare con calma. E aspettare che il suo tempo si sviluppi. Nel frattempo, però, trasciniamolo nella vita quotidiana dandogli spazio e responsabilità. Non cerchiamo di esibirci, pensando di aver capito come ci vede lui. Saremmo immediatamente ridicoli.
Ora vado a cercare NaDa su Msn. Credo che lo troverò là prima o poi...
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Aborto: un conflitto tra persone, o tra una persona e una non persona?
Recentemente (www.pratico.splinder.com) ho detto di essere contraria all'aborto. Ovviamente non mi permetto di giudicare le persone. Ho espresso un'opinione sulla questione.
Mi è stato risposto che questa scelta è spesso dovuta alla necessità di preservare la salute psico-fisica della donna, e che si tratta di scegliere tra una persona e una "non persona". Diverso sarebbe nuocere a un neonato (vedi bambino nigeriano morto in seguito a circoncisione) che è senziente e cosciente ecc.
Su questo specifico aspetto ho riflettuto e dico che:
Un conflitto tra una persona (adulto?) e una non-persona (embrione?) è solo una allucinante ipotesi che non ha nessuna dimostrazione morale e fisica possibile.
Invece ha una sua evidenza all'interno di una dinamica sociale nella quale conta solo la logica del più forte.
Quanto al confronto tra embrione e neonato in termini di, attributi psico-fisici e personalità (senziente, cosciente, pensante, autocoscienza) chi l'afferma dimostra poca o nessuna esperienza in materia non solo della presenza di un embrione nel corpo materno, ma soprattutto della presenza di un neonato in una famiglia o nella vita di una madre.
Ma l'abortire non vuole dire soltanto abolizione di un embrione in quanto tale (e che è una presenza impercettibile), ma significa togliere di mezzo le conseguenze del suo sviluppo e quindi proprio le conseguenze che la presenza di un bambino avrebbe nella vita. Per cui le tesi che apparentemente sostengono le ragioni di una "madre" in realtà le negano un diritto. Quello di essere coscientemente felice della maternità, e quello di non adeguarsi a un modello sociale in cui la maternità è un ostacolo e una fatica.
Questa mi sembra propaganda, nuda e cruda, a favore di un modello sociale e culturale antiumanistico.
Mi è stato risposto che questa scelta è spesso dovuta alla necessità di preservare la salute psico-fisica della donna, e che si tratta di scegliere tra una persona e una "non persona". Diverso sarebbe nuocere a un neonato (vedi bambino nigeriano morto in seguito a circoncisione) che è senziente e cosciente ecc.
Su questo specifico aspetto ho riflettuto e dico che:
Un conflitto tra una persona (adulto?) e una non-persona (embrione?) è solo una allucinante ipotesi che non ha nessuna dimostrazione morale e fisica possibile.
Invece ha una sua evidenza all'interno di una dinamica sociale nella quale conta solo la logica del più forte.
Quanto al confronto tra embrione e neonato in termini di, attributi psico-fisici e personalità (senziente, cosciente, pensante, autocoscienza) chi l'afferma dimostra poca o nessuna esperienza in materia non solo della presenza di un embrione nel corpo materno, ma soprattutto della presenza di un neonato in una famiglia o nella vita di una madre.
Ma l'abortire non vuole dire soltanto abolizione di un embrione in quanto tale (e che è una presenza impercettibile), ma significa togliere di mezzo le conseguenze del suo sviluppo e quindi proprio le conseguenze che la presenza di un bambino avrebbe nella vita. Per cui le tesi che apparentemente sostengono le ragioni di una "madre" in realtà le negano un diritto. Quello di essere coscientemente felice della maternità, e quello di non adeguarsi a un modello sociale in cui la maternità è un ostacolo e una fatica.
Questa mi sembra propaganda, nuda e cruda, a favore di un modello sociale e culturale antiumanistico.
lunedì 2 giugno 2008
MADRI: nonostante gli psicologi
Nessuno può lanciare la prima pietra contro la mamma che ha dimenticato la sua bambina in automobile, con le conseguenze tragiche che sappiamo. Nessuno. Perché la tragedia l’ha colpita e segnata in modo irreversibile e nulla più può essere detto. Solamente l’umana pietas (che va più in là della comune eppur nobile compassione che ci accumuna nella condizione del soffrire insieme) deve ispirarci nel rivolgerle un pensiero.
Invece sgomentano le diagnosi e le opinioni degli psicologi che non si sono fatti mancare l’occasione per esprimere pareri e consulenze ed hanno sentenziato: “si tratta della sindrome della mamma acrobata: la madre acrobata coordina dal proprio posto di lavoro i passaggi del proprio cucciolo tra persone e istituzioni che la sostituiscono. E’ la paurosa metafora della nostra vita metropolitana: accadrà ancora.”
Ebbene questo non possiamo condividerlo. In questo modo si formula una diagnosi preoccupante e che potrebbe diventare una categoria in cui incasellare ben altri fatti, egoismi e sofferenze che ricadono comunque sui nostri bambini, e non solo su madri in vario modo e misura sofferenti.
Non credo sia giusto dare una definizione e una diagnosi senza indicare le cause più generali e complete di un possibile malessere di queste dimensioni e gravità.
Come possiamo sostenere che una comune condizione di vita, per quanto frenetica, assillante ed alienante conduca a simili tragedie? Se accettiamo che l’esistenza della donna contemporanea possa condurre alla sindrome della madre acrobata dovremmo affrettarci a ricostruire il nostro mondo, a smantellare tutta la realtà sociale e il ruolo delle donne nel mondo del lavoro.
Se quello che è successo è causato dal tipo di vita di relazioni e lavoro al quale si conformano oggi le donne, allora c’è molto da rifare urgentemente.
Se invece ci sono situazioni eccezionali, estreme, forse patologiche e personali (sulle quali non sarebbe giusto né pensabile qui indagare) allora si eviti di lanciare una definizione al di fuori dell’ambito strettamente medico o professionale.
Perché potrebbe accadere che i prossimi quindici – trenta giorni di talk-show televisivi (mattutini-pomeridiani-serali) vengano inondati di psicologi presenzialisti, ma non solo: soprattutto di presunte mamme-acrobata (opportunamente sfocate in video) che declameranno il loro malessere contagiandosi e impanicandosi con un effetto domino. Ci potrebbero essere interviste, confessioni, scene isteriche in diretta; e a casa ricatti e accuse e vittimismi reciproci: “Sono una mamma acrobata!”, “Ti sbagli, sono io, il padre, l’acrobata!”. E ci potrebbero essere piccoli bambini che si terrorizzano.
Con tutto il necessario rispetto dovuto a chi esercita una professione delicata, credo che la psicologia non sia una materia che si possa mandare allo sbaraglio per affidarla a opinioni o analisi, nonché diagnosi fai-da-te; e si sbaglia a volere uno psicologo dovunque, come il prezzemolo in ogni minestra.
Per controbilanciare l’effetto di queste preoccupazioni ho pensato a ben altre eroine senza sindromi.
Ho pensato, dunque, alle mamme che difendono e proteggono da sempre (ora come in passato) i loro bambini durante le guerre e le carestie, a quelle che affrontano ed hanno affrontato sciagure naturali ed epidemie o malattie e miserie personali. A quelle che sono riuscite a inventare la sopravvivenza giorno per giorno.
Ho pensato anche a un personaggio che ho sempre amato: alla protagonista del romanzo “La Storia” di Elsa Morante (forse il più straordinario libro sulla seconda Guerra Mondiale) in cui una poverissima maestra ebrea, né bella né giovane, viene violentata da un soldato tedesco ubriaco e concepisce, fa nascere e cresce tra mille paure e tenerezze il piccolo Useppe : un gracile ed epilettico figlio da nascondere e nutrire nella Roma affamata e travolta dalla guerra. E arriva fino in fondo alla sua storia senza dimenticarlo nemmeno un attimo.
Mi sono chiesta se …
Invece sgomentano le diagnosi e le opinioni degli psicologi che non si sono fatti mancare l’occasione per esprimere pareri e consulenze ed hanno sentenziato: “si tratta della sindrome della mamma acrobata: la madre acrobata coordina dal proprio posto di lavoro i passaggi del proprio cucciolo tra persone e istituzioni che la sostituiscono. E’ la paurosa metafora della nostra vita metropolitana: accadrà ancora.”
Ebbene questo non possiamo condividerlo. In questo modo si formula una diagnosi preoccupante e che potrebbe diventare una categoria in cui incasellare ben altri fatti, egoismi e sofferenze che ricadono comunque sui nostri bambini, e non solo su madri in vario modo e misura sofferenti.
Non credo sia giusto dare una definizione e una diagnosi senza indicare le cause più generali e complete di un possibile malessere di queste dimensioni e gravità.
Come possiamo sostenere che una comune condizione di vita, per quanto frenetica, assillante ed alienante conduca a simili tragedie? Se accettiamo che l’esistenza della donna contemporanea possa condurre alla sindrome della madre acrobata dovremmo affrettarci a ricostruire il nostro mondo, a smantellare tutta la realtà sociale e il ruolo delle donne nel mondo del lavoro.
Se quello che è successo è causato dal tipo di vita di relazioni e lavoro al quale si conformano oggi le donne, allora c’è molto da rifare urgentemente.
Se invece ci sono situazioni eccezionali, estreme, forse patologiche e personali (sulle quali non sarebbe giusto né pensabile qui indagare) allora si eviti di lanciare una definizione al di fuori dell’ambito strettamente medico o professionale.
Perché potrebbe accadere che i prossimi quindici – trenta giorni di talk-show televisivi (mattutini-pomeridiani-serali) vengano inondati di psicologi presenzialisti, ma non solo: soprattutto di presunte mamme-acrobata (opportunamente sfocate in video) che declameranno il loro malessere contagiandosi e impanicandosi con un effetto domino. Ci potrebbero essere interviste, confessioni, scene isteriche in diretta; e a casa ricatti e accuse e vittimismi reciproci: “Sono una mamma acrobata!”, “Ti sbagli, sono io, il padre, l’acrobata!”. E ci potrebbero essere piccoli bambini che si terrorizzano.
Con tutto il necessario rispetto dovuto a chi esercita una professione delicata, credo che la psicologia non sia una materia che si possa mandare allo sbaraglio per affidarla a opinioni o analisi, nonché diagnosi fai-da-te; e si sbaglia a volere uno psicologo dovunque, come il prezzemolo in ogni minestra.
Per controbilanciare l’effetto di queste preoccupazioni ho pensato a ben altre eroine senza sindromi.
Ho pensato, dunque, alle mamme che difendono e proteggono da sempre (ora come in passato) i loro bambini durante le guerre e le carestie, a quelle che affrontano ed hanno affrontato sciagure naturali ed epidemie o malattie e miserie personali. A quelle che sono riuscite a inventare la sopravvivenza giorno per giorno.
Ho pensato anche a un personaggio che ho sempre amato: alla protagonista del romanzo “La Storia” di Elsa Morante (forse il più straordinario libro sulla seconda Guerra Mondiale) in cui una poverissima maestra ebrea, né bella né giovane, viene violentata da un soldato tedesco ubriaco e concepisce, fa nascere e cresce tra mille paure e tenerezze il piccolo Useppe : un gracile ed epilettico figlio da nascondere e nutrire nella Roma affamata e travolta dalla guerra. E arriva fino in fondo alla sua storia senza dimenticarlo nemmeno un attimo.
Mi sono chiesta se …
martedì 27 maggio 2008
mercoledì 14 maggio 2008
le TRAPPOLE MEDIATICHE non aiutano DENISE PIPITONE E LA SUA MAMMA
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A margine di quanto accaduto a “Chi l’ha visto” il 12 maggio dobbiamo riflettere: quanto vediamo in tv porta a deduzioni sconcertanti.
Dei fatti ho già riferito ieri, 13 maggio, nel post “In difesa dei bambini”. Non riapro la questione della modalità e della sostanza comunicativa tenute dal presidente dell’Opera Nomadi Massimo Converso nei confronti di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone.
Sposto invece l’attenzione sulla sostanza della trasmissione televisiva e, segnatamente sul ruolo della giornalista-conduttrice Federica Sciarelli.
Ricostruisco schematicamente:
Si parla del tentato rapimento, a Napoli, di una neonata da parte di una rom. In studio c’è Massimo Converso, Presidente dell’Opera Nomadi, e in collegamento video c’è Piera Marzi mamma di Denise Pipitone accompagnata dal suo legale.
Converso è coerente con il suo ruolo e difende i rom dall’accusa di essere responsabile di rapimenti di bambini.
Sciarelli invita al confronto con Piera Maggi che da quattro anni cerca la piccola Denise di cui si hanno tracce (possibili, ma non certe) in un video girato a Milano da una guardia giurata, che ha filmato una donna rom intenta all’accattonaggio con una bambina (o bambino?) somigliante a Denise.
Piera Maggi non accusa di rapimento nessuno, ma rivolge un appello a Converso: “Perché i rom non hanno mai risposto alle nostre richieste di collaborazione nella ricerca di Denise?”
Converso risponde che è inutile, che quei rom forse non erano rom, che comunque i rom non rapiscono.
Piera replica accoratamente facendo presente quello che, in sostanza, il video mostra.
Sciarelli aggiunge :”Anche se sapessero o avessero notizie se Piera Maggi continua ad usare questo tono non si farebbero vivi per paura” (?)
Converso minaccia Piera e il suo legale di querela dicendo che si considera ingiustamente accusato di omertà.
Piera Maggi, con il suo avvocato, spiega la sua posizione: “La bimba del video potrebbe essere Denise, perché non aiutarla a verificare?”
Sciarelli chiude l’argomento.
A questo punto è necessario chiedersi alcune cose.
La prima: L’argomento e la ragion d’essere della trasmissione “chi l’ha visto” è la ricerca di persone scomparse; perché, dunque, invitare Massimo Converso se si dà per certo che i nomadi non hanno relazioni con i rapimenti e le sparizioni di bambini?
La seconda: Sciarelli ha affermato che il tono della mamma di Denise e del suo avvocato potrebbe scoraggiare eventuali testimoni. Crede dunque nella probabilità che i testimoni ci siano? Allora perché non ha rivolto lei stessa un appello in quella direzione?
La terza: Se invece ha ragione Converso e non c'è attinenza tra l’appello della mamma di Denise e il fatto di Napoli (e potrebbe essere così) allora perché Sciarelli ha convocato in trasmissione Piera Maggi e l’ha invitata al confronto con Converso?
La mia tesi è, per chiarezza e a scanso di equivoci, che è ingiusto accusare un intero popolo di rapimenti senza prove, ma che sono proprio questi, e anche peggiori, gli effetti che si ottengono se si accostano incongruamente fatti e persone, come ha fatto la giornalista-presentatrice tv Federica Sciarelli.
La Sciarelli invece di svolgere un servizio pubblico e fare chiarezza, ha mescolato dolore e delitti con assoluta disinvoltura. Ha esposto la sofferenza di Piera Maggi alle minacce di una immeritata querela.
E’ proprio in questo modo che si crea il polverone mediatico in cui tutto è relativizzato, in cui si confondono le idee, si suscitano rancori e si offre in pasto al pubblico, che sgranocchia pop-corn ed emozioni, patatine e lacrime umane con la stessa avidità, anche l’angoscia e i sentimenti di una mamma colpita nel più crudele dei modi.Un giusto prezzo per aumentare gli ascolti?
Dei fatti ho già riferito ieri, 13 maggio, nel post “In difesa dei bambini”. Non riapro la questione della modalità e della sostanza comunicativa tenute dal presidente dell’Opera Nomadi Massimo Converso nei confronti di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone.
Sposto invece l’attenzione sulla sostanza della trasmissione televisiva e, segnatamente sul ruolo della giornalista-conduttrice Federica Sciarelli.
Ricostruisco schematicamente:
Si parla del tentato rapimento, a Napoli, di una neonata da parte di una rom. In studio c’è Massimo Converso, Presidente dell’Opera Nomadi, e in collegamento video c’è Piera Marzi mamma di Denise Pipitone accompagnata dal suo legale.
Converso è coerente con il suo ruolo e difende i rom dall’accusa di essere responsabile di rapimenti di bambini.
Sciarelli invita al confronto con Piera Maggi che da quattro anni cerca la piccola Denise di cui si hanno tracce (possibili, ma non certe) in un video girato a Milano da una guardia giurata, che ha filmato una donna rom intenta all’accattonaggio con una bambina (o bambino?) somigliante a Denise.
Piera Maggi non accusa di rapimento nessuno, ma rivolge un appello a Converso: “Perché i rom non hanno mai risposto alle nostre richieste di collaborazione nella ricerca di Denise?”
Converso risponde che è inutile, che quei rom forse non erano rom, che comunque i rom non rapiscono.
Piera replica accoratamente facendo presente quello che, in sostanza, il video mostra.
Sciarelli aggiunge :”Anche se sapessero o avessero notizie se Piera Maggi continua ad usare questo tono non si farebbero vivi per paura” (?)
Converso minaccia Piera e il suo legale di querela dicendo che si considera ingiustamente accusato di omertà.
Piera Maggi, con il suo avvocato, spiega la sua posizione: “La bimba del video potrebbe essere Denise, perché non aiutarla a verificare?”
Sciarelli chiude l’argomento.
A questo punto è necessario chiedersi alcune cose.
La prima: L’argomento e la ragion d’essere della trasmissione “chi l’ha visto” è la ricerca di persone scomparse; perché, dunque, invitare Massimo Converso se si dà per certo che i nomadi non hanno relazioni con i rapimenti e le sparizioni di bambini?
La seconda: Sciarelli ha affermato che il tono della mamma di Denise e del suo avvocato potrebbe scoraggiare eventuali testimoni. Crede dunque nella probabilità che i testimoni ci siano? Allora perché non ha rivolto lei stessa un appello in quella direzione?
La terza: Se invece ha ragione Converso e non c'è attinenza tra l’appello della mamma di Denise e il fatto di Napoli (e potrebbe essere così) allora perché Sciarelli ha convocato in trasmissione Piera Maggi e l’ha invitata al confronto con Converso?
La mia tesi è, per chiarezza e a scanso di equivoci, che è ingiusto accusare un intero popolo di rapimenti senza prove, ma che sono proprio questi, e anche peggiori, gli effetti che si ottengono se si accostano incongruamente fatti e persone, come ha fatto la giornalista-presentatrice tv Federica Sciarelli.
La Sciarelli invece di svolgere un servizio pubblico e fare chiarezza, ha mescolato dolore e delitti con assoluta disinvoltura. Ha esposto la sofferenza di Piera Maggi alle minacce di una immeritata querela.
E’ proprio in questo modo che si crea il polverone mediatico in cui tutto è relativizzato, in cui si confondono le idee, si suscitano rancori e si offre in pasto al pubblico, che sgranocchia pop-corn ed emozioni, patatine e lacrime umane con la stessa avidità, anche l’angoscia e i sentimenti di una mamma colpita nel più crudele dei modi.Un giusto prezzo per aumentare gli ascolti?
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S O S ALLARME PER I BAMBINI: difendiamoli sempre!
Il tentato rapimendo di una neonata a Napoli riaccende il caso della scomparsa di DENISE PIPITONE
A quanto pare siamo un popolo di mitomani suggestionabili, e di questa sindrome sono vittime soprattutto le mamme di bambini rapiti, o di cui si è tentato il rapimento. Non ci sono parole per commentare le affermazioni espresse ieri sera, a Chi l'ha visto, dal presidente dell’opera Nomadi, Massimo Converso, che ha sostenuto questa tesi incredibile. Dunque a Napoli c’è un covo di odio razziale e non è vero che una rom abbia tentato di rapire una neonata, ma un gruppo di belve scatenate ha tentato il linciaggio di un’innocente. Dunque i rom non delinquono, ma si trincerano dietro una presunzione di innocenza. La rom in questione, che era già nota alla polizia, già arrestata e fuggita dalla comunità a cui era stata affidata, per furto, il 26 aprile, è stata ora condotta al Centro di prima accoglienza di Poggioreale, e il suo fermo è stato oggi confermato. Forse la polizia scambia lucciole per lanterne? E quale interesse avrebbe una mamma a simulare un rapimento?
Ma tutto questo non è importante per l’Opera Nomadi, che vive di finanziamenti statali, ed è mantenuta con le tasse del popolo italiano.
Ma il momento più assurdo della serata è stato l’attacco dello stesso Converso contro la mamma di Denise Pipitone, che insisteva a chiedere la collaborazione dei rom per rompere il muro di silenzio sulla scomparsa della sua bambina. Nessuno dei presenti, nemmeno l’algida Federica Sciarelli, ha avuto un moto di solidarietà nei confronti di Piera Maggio, la mamma di Denise(clicca qui il sito : www.cerchiamodenise.it/) Si è badato solo a mantenere una sorta di equidistanza, un’inopportuna e inutile par condicio.
Chi ha seguito la trasmissione non ha potuto non chiedersi: perché? Se è vero che i rom non rapiscono i bambini allora perché vengono sorpresi con neonati e bambini, non loro, in braccio mentre li strappano dal seggiolone, dalla carrozzina, dalle loro case? E se è vero che i rom non possono fare nulla per ritrovare Denise perché negare l’evidenza, e cioè che una creatura molto simile a Denise è stata filmata (e da una guardia giurata insospettita) in compagnia di rom? Se è vero che non sono implicati e se non possono nulla è forse un buon motivo per negare attenzione e solidarietà a una mamma che cerca sua figlia? L’Opera nomadi si rende responsabile di un atteggiamento di indifferenza. Almeno questo sarà ammesso.
In realtà noi non siamo un popolo di mitomani e di mamme suggestionabili.
Siamo persone che vogliono e devono costruire intorno ai bambini una barriera di legalità, di leggi, di protezione.
I bambini sono una priorità su tutto, anche, piaccia o non piaccia, sui rom e i loro protettori d’ufficio i quali dovrebbero, semmai, denunciare i casi sotto gli occhi di tutti: bambini mendicanti, bambini sfruttati ai semafori, bambini cui si insegna a rubare (o sono massacrati di botte).
E’ quasi una bambina anche la giovane rumena quindicenne stuprata e selvaggiamente picchiata, proprio oggi, da sette suoi connazionali che l’avviavano alla prostituzione.
Quindici anni: tempo di scuola e di risate per lei.
Sei mesi: tempo di latte e di ninne-nanne d’amore per la piccolina di Napoli.
QUATTRO ANNI di dolore per la scomparsa di DENISE.
Per ora non c’è altro da dire.
Ma tutto questo non è importante per l’Opera Nomadi, che vive di finanziamenti statali, ed è mantenuta con le tasse del popolo italiano.
Ma il momento più assurdo della serata è stato l’attacco dello stesso Converso contro la mamma di Denise Pipitone, che insisteva a chiedere la collaborazione dei rom per rompere il muro di silenzio sulla scomparsa della sua bambina. Nessuno dei presenti, nemmeno l’algida Federica Sciarelli, ha avuto un moto di solidarietà nei confronti di Piera Maggio, la mamma di Denise(clicca qui il sito : www.cerchiamodenise.it/) Si è badato solo a mantenere una sorta di equidistanza, un’inopportuna e inutile par condicio.
Chi ha seguito la trasmissione non ha potuto non chiedersi: perché? Se è vero che i rom non rapiscono i bambini allora perché vengono sorpresi con neonati e bambini, non loro, in braccio mentre li strappano dal seggiolone, dalla carrozzina, dalle loro case? E se è vero che i rom non possono fare nulla per ritrovare Denise perché negare l’evidenza, e cioè che una creatura molto simile a Denise è stata filmata (e da una guardia giurata insospettita) in compagnia di rom? Se è vero che non sono implicati e se non possono nulla è forse un buon motivo per negare attenzione e solidarietà a una mamma che cerca sua figlia? L’Opera nomadi si rende responsabile di un atteggiamento di indifferenza. Almeno questo sarà ammesso.
In realtà noi non siamo un popolo di mitomani e di mamme suggestionabili.
Siamo persone che vogliono e devono costruire intorno ai bambini una barriera di legalità, di leggi, di protezione.
I bambini sono una priorità su tutto, anche, piaccia o non piaccia, sui rom e i loro protettori d’ufficio i quali dovrebbero, semmai, denunciare i casi sotto gli occhi di tutti: bambini mendicanti, bambini sfruttati ai semafori, bambini cui si insegna a rubare (o sono massacrati di botte).
E’ quasi una bambina anche la giovane rumena quindicenne stuprata e selvaggiamente picchiata, proprio oggi, da sette suoi connazionali che l’avviavano alla prostituzione.
Quindici anni: tempo di scuola e di risate per lei.
Sei mesi: tempo di latte e di ninne-nanne d’amore per la piccolina di Napoli.
QUATTRO ANNI di dolore per la scomparsa di DENISE.
Per ora non c’è altro da dire.
PROTEGGIAMO I BAMBINI

Proteggiamo i bambini
Un articolo di Maria Serena Peterlin
per Edunet BLOG
Una lettera scarlatta virtuale. Un marchio infamante colpisca chiunque insidia l’infanzia
L’avvincente romanzo di Nathaniel Hawthorne, poi tradotto in un film di discreto successo, è una denuncia dell’intolleranza, poiché la “A” scarlatta marchiava l’adultera e, se a volte poteva diventava una tragica infamia, rappresentava sempre una punizione disumana (l’adulterio, reato demodé, si risolve altrimenti).
Però, a volte e per reazione indignata, viene il desiderio di immaginare un modo di rendere immediatamente riconoscibili gli individui che si macchiano di infamie e reati violenti quali la pedofilia, l’abuso, il rapimento contro i bambini o addirittura i neonati.
Il fatto più recente accaduto a Napoli ieri sera. Ed è proprio uno di quelli che suscita orrore e sdegno .
La cronaca, e non la nostra ancestrale paura di ciò che perseguita da sempre l’immaginazione di genitori e di famiglie, registra un fatto realmente accaduto a Napoli, Via Principe di Napoli, a Ponticelli. Una rom si è introdotta in un appartamento e ha rapito una neonata dal suo seggiolone. Fortunatamente la mamma è riuscita a raggiungerla in tempo ed ha ripreso la sua bambina.
Sono fatti che non possiamo accettare, sono evidenze che smentiscono la politica, buonistica, della giustizia all’insegna del “cittadini arrangiatevi”. Sia detto chiaramente:non possiamo e non intediamo CHIEDERE di marchiare, con una lettera scarlatta la fronte di pedofili, rapitori, violentatori di bambini. Però è necessario creare intorno al nostri bambini una barriera protettiva che scoraggi al massimo l’intenzione criminosa. Se accade che anche i famiglia ci siano abusi si intervenga, perché è possibile farlo.
Ma non possiamo accettare che si continui a generalizzare e a calunniare le famiglie per proteggere i veri delinquenti. Facciamo presto.
L’avvincente romanzo di Nathaniel Hawthorne, poi tradotto in un film di discreto successo, è una denuncia dell’intolleranza, poiché la “A” scarlatta marchiava l’adultera e, se a volte poteva diventava una tragica infamia, rappresentava sempre una punizione disumana (l’adulterio, reato demodé, si risolve altrimenti).
Però, a volte e per reazione indignata, viene il desiderio di immaginare un modo di rendere immediatamente riconoscibili gli individui che si macchiano di infamie e reati violenti quali la pedofilia, l’abuso, il rapimento contro i bambini o addirittura i neonati.
Il fatto più recente accaduto a Napoli ieri sera. Ed è proprio uno di quelli che suscita orrore e sdegno .
La cronaca, e non la nostra ancestrale paura di ciò che perseguita da sempre l’immaginazione di genitori e di famiglie, registra un fatto realmente accaduto a Napoli, Via Principe di Napoli, a Ponticelli. Una rom si è introdotta in un appartamento e ha rapito una neonata dal suo seggiolone. Fortunatamente la mamma è riuscita a raggiungerla in tempo ed ha ripreso la sua bambina.
Sono fatti che non possiamo accettare, sono evidenze che smentiscono la politica, buonistica, della giustizia all’insegna del “cittadini arrangiatevi”. Sia detto chiaramente:non possiamo e non intediamo CHIEDERE di marchiare, con una lettera scarlatta la fronte di pedofili, rapitori, violentatori di bambini. Però è necessario creare intorno al nostri bambini una barriera protettiva che scoraggi al massimo l’intenzione criminosa. Se accade che anche i famiglia ci siano abusi si intervenga, perché è possibile farlo.
Ma non possiamo accettare che si continui a generalizzare e a calunniare le famiglie per proteggere i veri delinquenti. Facciamo presto.
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giovedì 1 maggio 2008
I MAGGIO - FESTA DEL LAVORO
I MAGGIO 2008 : TUTTI IN PIAZZA -
MA IL PROBLEMA DEL LAVORO NON E' AL 1° POSTO
Ci sono tanti modi per avvilire una festa importante come quella del I Maggio.
E uno è certamente quella del concerto sulla Piazza S. Giovanni a Roma.
Il cosiddetto concertone.
Niente contro la musica.
E’ che, temo, non mancheranno neanche questa volta i predicatori dilettanti, i cantanti profetici, i presentatori affabulanti, i vip finto-straccione che spanderanno parole finto-democratiche e poi se ne torneranno al loro solito lusso da sfigati di successo (pippa tu che pippo anch’io).
Per tutto il tempo qualche presentatore tv di cui non voglio nemmeno sapere il nome strillerà, urlerà andrà in euforia assegnando a piene mani complimenti e esclamazioni sperticati del genere: “Grande”, “Eccezionale!”, “Straordinaria emozione” e, peggio di tutti, “Da brivido lungo la schiena”. (anche perché dove altro dovrebbero correre i brividi? Sui denti? Sul polpaccio? Sul capello artificiale, sul seno al silicone o sullo zigomo rifatto?)
Insomma il I Maggio è una festa troppo importante e che dovrebbe rivendicare e ricordare il lavoro e il lavoratore per essere trasformata nell’ennesimo evento taroccato per tale.
Invece San Giovanni sarà nuovamente devastata da schifezze e rifiuti, da fumo e pasticche, da tanta pessima musica e da altrettanta stupidità.
Non consola pensare che anche questa passerà.
Perché non passerà senza far danno e senza dare, ai giovani, il cattivo esempio di avvizzite rockstar che si vestono da pischelli, da opinioniste e opinionisti repellenti e da comici di risulta (giuro non so chi ci va, ma tanto non cambia) in cerca di visibilità.
Speriamo che questa presunta festa decada presto.
Sarebbe assai meglio che i sindacati smettessero di fare giochi di ruolo virtuale e tornassero sui temi vitali per i lavoratori veri e si mettessero, anche loro, a faticare.
Senza pop star, senza sponsor, senza ammiccamenti, senza poltrone di potere. Solo in difesa dei del lavoro che sia restituito alla sua dignità, al suo valore intrinseco per la costruzione del futuro della nostra società e delle nostre famiglie.
Per ricominciare a chiamare lavoro solo quello che davvero merita questo nome.
Evviva il I Maggio del Lavoro. "POSSIBILMENTE CON UN FIORE..." (B.C.)
Evviva il I Maggio del Lavoro. "POSSIBILMENTE CON UN FIORE..." (B.C.)
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mercoledì 23 aprile 2008
Questa insostenibile PERCEZIONE DI VIOLENZA A ROMA
http://notecellulari.splinder.com IL BLOG DI Maria Serena PETERLIN su giovani, scuola, problematiche educative e del lavoro
Le opinioniste e gli opinionisti di tendenza evoluta e democratica e i loro confidenti o amiche ed amici in politica, nonché gli amministratori e mass-mediologi politicamente corretti non hanno le nostre stesse allarmate percezioni.
Quindi non avvertono che Roma è cambiata. Non percepiscono le frotte di rom, romeni e simili che ovviamente non lavorano, invadono autobus e metropolitane senza biglietto, si appropriano di incroci e semafori, sostano fuori dei supermercati cercando di ottenere la gestione del tuo carrello della spesa e, ubriacandosi tra un carrello e l’altro, espletano le loro funzioni corporali dove capita. Opinioniste ed opinionisti di tendenza evoluta e democratica con i loro confidenti o amici in politica, non percepiscono dunque nemmeno l’asfissiante puzza di orina che ristagna nei luoghi suddetti, non vedono squarciate le gomme dell’auto dalle bottiglie lasciate in terra (mica pretenderete che un ubriaco vada a smaltire i rifiuti nell’apposito cassonetto…) e non devono subire le insolenze dei lavavetri che, se non paghi, ti lanciano la bottiglia con tutta l’acqua contro la macchina e sotto il naso dei vigili urbani. (A proposito, Daniela Serafini, 51 anni e suocera di Francesco er pupone Tottigol, forse stanca di babysitterare i nipotini, è stata l’anno scorso assunta nei vigili; fa un figurone in divisa. Mi rivolgerò a lei la prossima volta.)
Ma queste sono solo fastidiose strane percezioni di chi, oltretutto colpevole di abitare le diffuse periferie romane, prende l’autobus o la metropolitana per motivi di studio o lavoro o è costretto ad usare l’auto. Invece le sventate e imprudenti lavoratrici su turni notturni, o quelle che escono di casa per fatti loro anche in pieno giorno, dovrebbero smettere di provocare quelle brave persone ed usare un più adeguato taxi, come fa chi frequenta le redazione dei quotidiani o i seminari in Ateneo o si adatta a partecipazioni e comparsate in tv e consulenze in Campidoglio; in questo modo eviterebbe di infastidire i nuovi padroni di Roma. C’è solo un piccolo problema: i tassinari romani non si avventurano ovunque e rifiutano le corse dirette alle zone che considerano a rischio. Perché anche loro hanno strane percezioni e ne hanno abbastanza di violenze e rapine.
Chi, al contrario, abita nell’ex prestigioso centro storico ha la percezione di non poter dormire nottetempo e fino all’alba, però in compenso è allietato da risse e cori multietnici (teppisti italiani inclusi), da stereo a tutto volume sotto le finestre, da gente che si attacca ai campanelli e citofona bestemmie e parolacce, da gruppi di percussionisti fai da te eccetera, da prostituzione e spaccio con tossici in azione ecc; anche loro i nuovi padroni di Roma e questa volta la percezione è by night. Ma al mattino ci lasciano generose donazioni in cocci e deiezioni, cartacce e resti di cibo vomitato.
Quanto sei bella Roma…
Inoltre, a Roma, c’è la delinquenza percepita chez soi; ossia quella che ti strangola in casa per rapina.
Per non farsi mancar nulla c’è anche un aumento degli investimenti dei pedoni sulle strade, percezione on the road. E le vittime non hanno colore o nazione; muoiono e stop.
«Qui siamo dimenticati da Dio e dagli uomini, lo scriva, lo scriva» dice una signora che abita in zona La Storta a un giornalista di Repubblica.
I giornalisti scrivono e stanno sulla notizia: ma poi perché “dimenticano”?
E cosa ha fatto Veltroni in questi lunghi anni? E cosa fece a sua volta, prima di lui Rutelli?
Hanno spalancato le porte della città alla percezione della violenza.
Che non scherza, nemmeno allo stadio: percezione sportiva.
Nemmeno negli pseudo-murales in realtà vandalismi allo stato brado e che nulla hanno a che fare con la graffiti art: percezione spray
Anche perchè i delinquenti (di qualsiasi origine) vandalizzano e insozzano, molestano e violentano, rubano e rapinano, accoltellano e uccidono davvero.
Sappiamo tutti che queste cose accadono (in misura comunque minore) anche altrove; ma attenzione la differenza sta tutta in questo particolare.
Altrove ACCADONO a Roma invece si PERCEPISCONO.
-->
Le opinioniste e gli opinionisti di tendenza evoluta e democratica e i loro confidenti o amiche ed amici in politica, nonché gli amministratori e mass-mediologi politicamente corretti non hanno le nostre stesse allarmate percezioni.
Quindi non avvertono che Roma è cambiata. Non percepiscono le frotte di rom, romeni e simili che ovviamente non lavorano, invadono autobus e metropolitane senza biglietto, si appropriano di incroci e semafori, sostano fuori dei supermercati cercando di ottenere la gestione del tuo carrello della spesa e, ubriacandosi tra un carrello e l’altro, espletano le loro funzioni corporali dove capita. Opinioniste ed opinionisti di tendenza evoluta e democratica con i loro confidenti o amici in politica, non percepiscono dunque nemmeno l’asfissiante puzza di orina che ristagna nei luoghi suddetti, non vedono squarciate le gomme dell’auto dalle bottiglie lasciate in terra (mica pretenderete che un ubriaco vada a smaltire i rifiuti nell’apposito cassonetto…) e non devono subire le insolenze dei lavavetri che, se non paghi, ti lanciano la bottiglia con tutta l’acqua contro la macchina e sotto il naso dei vigili urbani. (A proposito, Daniela Serafini, 51 anni e suocera di Francesco er pupone Tottigol, forse stanca di babysitterare i nipotini, è stata l’anno scorso assunta nei vigili; fa un figurone in divisa. Mi rivolgerò a lei la prossima volta.)
Ma queste sono solo fastidiose strane percezioni di chi, oltretutto colpevole di abitare le diffuse periferie romane, prende l’autobus o la metropolitana per motivi di studio o lavoro o è costretto ad usare l’auto. Invece le sventate e imprudenti lavoratrici su turni notturni, o quelle che escono di casa per fatti loro anche in pieno giorno, dovrebbero smettere di provocare quelle brave persone ed usare un più adeguato taxi, come fa chi frequenta le redazione dei quotidiani o i seminari in Ateneo o si adatta a partecipazioni e comparsate in tv e consulenze in Campidoglio; in questo modo eviterebbe di infastidire i nuovi padroni di Roma. C’è solo un piccolo problema: i tassinari romani non si avventurano ovunque e rifiutano le corse dirette alle zone che considerano a rischio. Perché anche loro hanno strane percezioni e ne hanno abbastanza di violenze e rapine.
Chi, al contrario, abita nell’ex prestigioso centro storico ha la percezione di non poter dormire nottetempo e fino all’alba, però in compenso è allietato da risse e cori multietnici (teppisti italiani inclusi), da stereo a tutto volume sotto le finestre, da gente che si attacca ai campanelli e citofona bestemmie e parolacce, da gruppi di percussionisti fai da te eccetera, da prostituzione e spaccio con tossici in azione ecc; anche loro i nuovi padroni di Roma e questa volta la percezione è by night. Ma al mattino ci lasciano generose donazioni in cocci e deiezioni, cartacce e resti di cibo vomitato.
Quanto sei bella Roma…
Inoltre, a Roma, c’è la delinquenza percepita chez soi; ossia quella che ti strangola in casa per rapina.
Per non farsi mancar nulla c’è anche un aumento degli investimenti dei pedoni sulle strade, percezione on the road. E le vittime non hanno colore o nazione; muoiono e stop.
«Qui siamo dimenticati da Dio e dagli uomini, lo scriva, lo scriva» dice una signora che abita in zona La Storta a un giornalista di Repubblica.
I giornalisti scrivono e stanno sulla notizia: ma poi perché “dimenticano”?
E cosa ha fatto Veltroni in questi lunghi anni? E cosa fece a sua volta, prima di lui Rutelli?
Hanno spalancato le porte della città alla percezione della violenza.
Che non scherza, nemmeno allo stadio: percezione sportiva.
Nemmeno negli pseudo-murales in realtà vandalismi allo stato brado e che nulla hanno a che fare con la graffiti art: percezione spray
Anche perchè i delinquenti (di qualsiasi origine) vandalizzano e insozzano, molestano e violentano, rubano e rapinano, accoltellano e uccidono davvero.
Sappiamo tutti che queste cose accadono (in misura comunque minore) anche altrove; ma attenzione la differenza sta tutta in questo particolare.
Altrove ACCADONO a Roma invece si PERCEPISCONO.
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lunedì 3 marzo 2008
LE CONFESSIONI DELLA PROFI
Quella volta che ... HO TIRATO I'ANTOLOGIA IN TESTA all'ALUNNO...
Quasi vent’anni fa… era il 1989
Non dico che sia stato un gesto didattico di grande stile. Ma per giudicare, se qualcuno proprio ci tenesse a farlo, bisognerebbe conoscere bene il clima che si crea qualche volta in classe. E sarebbe anche utile entrare dentro alle situazioni personali, agli stati d’animo, alle aspettative di una insegnante.
Insomma una come me (e come io ero allora) che insegna letteratura perché la ama, è una che ci crede, come si dice adesso in un gergo jolly, ed agisce di conseguenza.
Una che ci crede e che va in classe decisa a scardinare la presunta ignoranza e a spargere sapore di letteratura e sapore di poesia, ma non sempre trova ventisei o ventotto occhi-orecchi spalancati con annesso cervello connesso.
A volte è tutto il contrario; e proprio quella classe del 1989, di giovani manzi da carne e non da vibrazione estetica, aveva intenzione di pascolare tutt’altro. Però io dignitosa e fedele alla consegna quella mattina volevo spiegare la mia lezione. E non solo.
Ero anche convinta che di fronte alla grandezza dell’arte anche le belve s’incantassero (se l’ha fatto Orfeo, pensavo convinta, perché io no? Già perché? Beata incoscienza e beato anche Orfeo).
Ero inoltre determinatissima a leggere e commentare il testo. Foscolo. Uno di quelli su cui vorresti sentire un palpitare all’unisono cuori e anime, in cui vorresti che quel “Né più mai toccherò le sacre sponde” fosse assorbito come linfa vitale: nettare a cui abbeverarsi avidamente. (Ragazzi qui la correlativa “né” è usata in senso evocativo, vedete? Il poeta sottintende che non solo ha perduto fortuna, affetti, amici e patria, ma che non potrà nemmeno più ritornare in patria dopo la sua morte: “Né più mai toccherò…” capite?)
Invece niente, o press’a poco niente. Classe maschile al 90 per cento. Una decina di facce atteggiate a conveniente accondiscendenza, ma distanti anni luce, altre cinque o sei abbastanza interessate, altrettante con aria compita ma la testa altrove (pressorè dopo c’è Prosperini: compito di matematica…), in fondo agli ultimi banchi i soliti zaini uso trincea e barricata dietro alle quali succede qualsiasi trasgressione concepibile in ambito scolastico, e poi l’andirivieni al bagno (posso uscire professoressa? scusate ma per voi l’ora di lettere è diuretica? No è che gli altri non ci mandano! Ah, grazie della fiducia allora ).
Comunque la lezione si avvia, e dopo un po’ molti stanno con la testa sulla immortale Antologia Pazzaglia dello Zanichelli editore; e non solo le ragazze (brave porelle, e carine e intelligenti) prendono appunti; ma qualcuno segue davvero, e chiede spiegazioni, e interrogato interloquisce: insomma la lezione salpa quasi felice e veleggia verso Itaca-Zante tra passato e presente, tra illusione e poesia. Tanto che, perfino Andrea, all’ultimo banco dietro la barricata apre un tenue spiraglio e il solito insofferente è quasi rassegnato. Insomma in qualche modo mi seguono tutti più o meno; tutti, tranne quello al terzo banco della fila centrale il perfido Massimo S.
Lui continua a distrarsi, a parlottare, a sgomitare il compagno. Lui mi sfida o meglio non mi si fila per niente
E’ un ragazzo con gli occhiali, i capelli corti color carotene, alto e robusto, ma sempre raggomitolato per cercare di non farsi notare.
Uno organizzato: decide lui quando studiare, infatti amministra (o così vorrebbe) la scuola e l’impegno scolastico, ha l’agenda delle verifiche e si presenta volontario quando ritiene sia il caso per poi pretendere di avere assolto il suo compito.
E’ un tipo che mi fa innervosire perché secondo me lui considera la scuola come lo sportello delle poste: vado, scrivo il telegramma, pago e ritiro la ricevuta. E la ricevuta è la sufficienza anche in Italiano, materia che lui sopporta appena. La cosa che mi fa ringhiare dentro, ma cerco di dominarmi. Quindi lo richiamo, lo sgrido, lo invito a seguire. E lui risponde: “sì sì, seguo”, “Massimo ma come segui se parli?”, “Questa l’ho fatta in terza media, la so a memoria” risponde con impudenza.
Petulante e insopportabile: come può pensare che un testo fatto “in terza media” possa esser stato analizzato e spiegato come si deve fare al triennio delle superiori. (E silenziosamente mi domando : perché? Perché con tanta letteratura disponibile, alle medie si debbono fare gli autori del programma che poi sarà della maturità… a quale scopo?).
Tuttavia proseguo la spiegazione, approfondisco, chiarisco i risvolti storici, i collegamenti classici. Insomma una spiegazione fatta coscienziosamente (Massimo S. se ne infischia e continua; per non far vedere che ride tiene la testa china). Vado aventi: definizione di sonetto e tipi di sonetto; le rime, le assonanze del testo. Il mondo classico nel Foscolo, il richiamo ai temi ortisiani e a quelli dei Sepolcri…
Massimo non cambia atteggiamento, mi sbircia e finge di mettersi serio ma continua, batto la mano sulla cattedra per richiamarlo all’attenzione, annuisce con degnazione, ma prosegue, e io alzo la voce per sottolineare i concetti. Niente. Quasi un duello. A un certo punto vedo che non finge nemmeno più e si distrae completamente. Ho l’antologia in mano; un bel volumone di peso discreto. Il testo lo conosco a memoria ovviamente (e comunque non mi serve per spiegare, ma per indicare le pagine ai ragazzi).
Quindi continuo la spiegazione … “Tu non altro che il canto avrai del figlio … o materna mia terra …”
Vedo che l’ho completamente perso e non resisto per cui d’impulso lancio il libro in volo planare verso Massimo. I compagni dei banchi davanti a lui hanno visto la mossa e si spostano svelti e il libro atterra sul malcapitato colpendolo tra naso e fronte.
Ne segue una scena epica: la classe si rotola dalle risate, qualcuno allibisce, Massimo si alza feroce (per un attimo penso mi voglia picchiare…)
Poi borbotta oscure minacce (genitori, denunce, ritorsioni).
Oggi mi chiedo come mi sia venuto in mente di fare una cosa simile e come ho fatto lanciarmi così sconsideratamente nella sfida. Non è un gesto che avrei potuto giustificare né è stato un atto razionale, misurato e pensato.
A distanza di vent’anni però confesso che mi rivedo con soddisfazione e non solo stupore. Perché so che il gesto, inconsueto e censurabile certamente, era però in piena coerenza con me stessa: con la determinazione a cogliere sempre la loro attenzione, di stravolgere il loro convenzionalismo, di dimostrare che ci vuole anche coraggio, sfida e prepotenza quando si ha in mente di ottenere qualcosa di importante. E per me trasmettere un insegnamento era importante. Era importante far arrivare nella loro testa la letteratura e una poesia: magari non con il libro allegato.
Ma quel che è fatto è fatto.
Quasi vent’anni fa… era il 1989
Non dico che sia stato un gesto didattico di grande stile. Ma per giudicare, se qualcuno proprio ci tenesse a farlo, bisognerebbe conoscere bene il clima che si crea qualche volta in classe. E sarebbe anche utile entrare dentro alle situazioni personali, agli stati d’animo, alle aspettative di una insegnante.
Insomma una come me (e come io ero allora) che insegna letteratura perché la ama, è una che ci crede, come si dice adesso in un gergo jolly, ed agisce di conseguenza.
Una che ci crede e che va in classe decisa a scardinare la presunta ignoranza e a spargere sapore di letteratura e sapore di poesia, ma non sempre trova ventisei o ventotto occhi-orecchi spalancati con annesso cervello connesso.
A volte è tutto il contrario; e proprio quella classe del 1989, di giovani manzi da carne e non da vibrazione estetica, aveva intenzione di pascolare tutt’altro. Però io dignitosa e fedele alla consegna quella mattina volevo spiegare la mia lezione. E non solo.
Ero anche convinta che di fronte alla grandezza dell’arte anche le belve s’incantassero (se l’ha fatto Orfeo, pensavo convinta, perché io no? Già perché? Beata incoscienza e beato anche Orfeo).
Ero inoltre determinatissima a leggere e commentare il testo. Foscolo. Uno di quelli su cui vorresti sentire un palpitare all’unisono cuori e anime, in cui vorresti che quel “Né più mai toccherò le sacre sponde” fosse assorbito come linfa vitale: nettare a cui abbeverarsi avidamente. (Ragazzi qui la correlativa “né” è usata in senso evocativo, vedete? Il poeta sottintende che non solo ha perduto fortuna, affetti, amici e patria, ma che non potrà nemmeno più ritornare in patria dopo la sua morte: “Né più mai toccherò…” capite?)
Invece niente, o press’a poco niente. Classe maschile al 90 per cento. Una decina di facce atteggiate a conveniente accondiscendenza, ma distanti anni luce, altre cinque o sei abbastanza interessate, altrettante con aria compita ma la testa altrove (pressorè dopo c’è Prosperini: compito di matematica…), in fondo agli ultimi banchi i soliti zaini uso trincea e barricata dietro alle quali succede qualsiasi trasgressione concepibile in ambito scolastico, e poi l’andirivieni al bagno (posso uscire professoressa? scusate ma per voi l’ora di lettere è diuretica? No è che gli altri non ci mandano! Ah, grazie della fiducia allora ).
Comunque la lezione si avvia, e dopo un po’ molti stanno con la testa sulla immortale Antologia Pazzaglia dello Zanichelli editore; e non solo le ragazze (brave porelle, e carine e intelligenti) prendono appunti; ma qualcuno segue davvero, e chiede spiegazioni, e interrogato interloquisce: insomma la lezione salpa quasi felice e veleggia verso Itaca-Zante tra passato e presente, tra illusione e poesia. Tanto che, perfino Andrea, all’ultimo banco dietro la barricata apre un tenue spiraglio e il solito insofferente è quasi rassegnato. Insomma in qualche modo mi seguono tutti più o meno; tutti, tranne quello al terzo banco della fila centrale il perfido Massimo S.
Lui continua a distrarsi, a parlottare, a sgomitare il compagno. Lui mi sfida o meglio non mi si fila per niente
E’ un ragazzo con gli occhiali, i capelli corti color carotene, alto e robusto, ma sempre raggomitolato per cercare di non farsi notare.
Uno organizzato: decide lui quando studiare, infatti amministra (o così vorrebbe) la scuola e l’impegno scolastico, ha l’agenda delle verifiche e si presenta volontario quando ritiene sia il caso per poi pretendere di avere assolto il suo compito.
E’ un tipo che mi fa innervosire perché secondo me lui considera la scuola come lo sportello delle poste: vado, scrivo il telegramma, pago e ritiro la ricevuta. E la ricevuta è la sufficienza anche in Italiano, materia che lui sopporta appena. La cosa che mi fa ringhiare dentro, ma cerco di dominarmi. Quindi lo richiamo, lo sgrido, lo invito a seguire. E lui risponde: “sì sì, seguo”, “Massimo ma come segui se parli?”, “Questa l’ho fatta in terza media, la so a memoria” risponde con impudenza.
Petulante e insopportabile: come può pensare che un testo fatto “in terza media” possa esser stato analizzato e spiegato come si deve fare al triennio delle superiori. (E silenziosamente mi domando : perché? Perché con tanta letteratura disponibile, alle medie si debbono fare gli autori del programma che poi sarà della maturità… a quale scopo?).
Tuttavia proseguo la spiegazione, approfondisco, chiarisco i risvolti storici, i collegamenti classici. Insomma una spiegazione fatta coscienziosamente (Massimo S. se ne infischia e continua; per non far vedere che ride tiene la testa china). Vado aventi: definizione di sonetto e tipi di sonetto; le rime, le assonanze del testo. Il mondo classico nel Foscolo, il richiamo ai temi ortisiani e a quelli dei Sepolcri…
Massimo non cambia atteggiamento, mi sbircia e finge di mettersi serio ma continua, batto la mano sulla cattedra per richiamarlo all’attenzione, annuisce con degnazione, ma prosegue, e io alzo la voce per sottolineare i concetti. Niente. Quasi un duello. A un certo punto vedo che non finge nemmeno più e si distrae completamente. Ho l’antologia in mano; un bel volumone di peso discreto. Il testo lo conosco a memoria ovviamente (e comunque non mi serve per spiegare, ma per indicare le pagine ai ragazzi).
Quindi continuo la spiegazione … “Tu non altro che il canto avrai del figlio … o materna mia terra …”
Vedo che l’ho completamente perso e non resisto per cui d’impulso lancio il libro in volo planare verso Massimo. I compagni dei banchi davanti a lui hanno visto la mossa e si spostano svelti e il libro atterra sul malcapitato colpendolo tra naso e fronte.
Ne segue una scena epica: la classe si rotola dalle risate, qualcuno allibisce, Massimo si alza feroce (per un attimo penso mi voglia picchiare…)
Poi borbotta oscure minacce (genitori, denunce, ritorsioni).
Oggi mi chiedo come mi sia venuto in mente di fare una cosa simile e come ho fatto lanciarmi così sconsideratamente nella sfida. Non è un gesto che avrei potuto giustificare né è stato un atto razionale, misurato e pensato.
A distanza di vent’anni però confesso che mi rivedo con soddisfazione e non solo stupore. Perché so che il gesto, inconsueto e censurabile certamente, era però in piena coerenza con me stessa: con la determinazione a cogliere sempre la loro attenzione, di stravolgere il loro convenzionalismo, di dimostrare che ci vuole anche coraggio, sfida e prepotenza quando si ha in mente di ottenere qualcosa di importante. E per me trasmettere un insegnamento era importante. Era importante far arrivare nella loro testa la letteratura e una poesia: magari non con il libro allegato.
Ma quel che è fatto è fatto.
domenica 2 marzo 2008
CICCIO E TORE : due bambini sbadati
Dunque l’Italia respira rassicurata: nessuna violenza.
I due fratellini di Gravina hanno avuto un incidente; e di quelli ne capitano tanti: una di quelle fatalità che stavolta è toccato a loro.
I bambini moderni vivono nel miglior paese, nella migliore società e nelle migliore condizioni possibile; infatti tutti si occupano con zelo amoroso di loro; certamente chi disobbedisce corre i suoi rischi.
A 12 anni non si disobbedisce. A 12 anni si è soldatini perfetti.
E quindi se Ciccio e Tore sono finiti nel pozzo e vi sono morti è colpa loro?
E’ possibile. Disobbedienti, ribelli, capaci di sporcarsi i calzoni in una giornata, sempre in giro a giocare, con in tasca palloncini e pennarelli, incapaci di dialogare, di spiegarsi, di adeguarsi alle esigenze di una doppia famiglia che sta affrontando la separazione, la lotta per l’affidamento, lo scontro sulle reciproche accuse.
(E che accuse. Le cronache dei giorni della scomparsa parlavano chiaro.)
Basta con i mostri in prima pagina, il popolo si rassicuri e i bambini non temano: purché, una buona volta, imparino la lezione.
La consegna è : Zitti, fermi, seduti davanti alla tv, coi compiti sempre fatti e i calzoni puliti. Aiutare in casa, dormire presto, lavarsi le orecchie col sapone. E se i genitori hanno i loro problemi cerchino di collaborare e non rompano le scatole.
Altrimenti… attenti a dove mettono i piedi, c'è il pozzo.
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mercoledì 27 febbraio 2008
Quei bambini in fondo ad un pozzo - Diritti negati all'infanzia
Poche righe per mantenere vivo il discorso sui bambini, sulla loro condizione, sui diritti negati all'infanzia.
Oggi i soliti programmi televisivi di svago opinionistico intrattenevano (non essendo ancora arrivata la fondamentale notizia dell’esclusione di nota cantante dall’imprescindibile San Remo baudiano) gli spettatori sul ritrovamento dei corpi di Fratellini Pappalardi.
Criminologhi e giornalisti (compreso Luca Giurato...), giuristi allo sbaraglio e pie donne di buone maniere si contrapponevano: il padre è colpevole e innocente? Eh si, Eh già, Eh no...
Le notizie recenti riferiscono che il genitore Pappalardi, alla notizia, abbia detto: “Se c’è un Dio scopriranno la verità! Ora è chiaro che sono innocente!”
Che Dio lo perdoni. Non solo per il bestemmione che gli è sfuggito, ma soprattutto perché i bambini erano a lui affidati e a lui si deve comunque chieder conto del perchè non li ha protetti, custoditi e curati abbastanza da prevenirne la morte. Perchè i bambini non si possono perdere di vista, non si minacciano, non si lasciano abbandonati.
Ma questa pur minima consuetudine di un affetto paterno non è stata concessa a Francesco e Salvatore.
Questo è lo scandalo odioso di cui nemmeno si parla.
Questo dimostra che i diritti fondamentali dei bambini sono in attesa di qualcuno che si occupi di farli rispettare ed attuare: perché la nostra tetra e sterile società è così indaffarata da aver ben altri pensieri.
Francesco e Salvatore Pappalardi di 13 e 11 anni sono stati ritrovati.
Morti e innocenti.
In fondo a un pozzo forse di fame, di freddo, di ferite.
Forse sono morti laggiù dopo 24 o 48 ore di agonia.
Forse invece gettati lì dopo la morte.
Disgrazia o omicidio non sono comunque senza colpevoli.
Oggi i soliti programmi televisivi di svago opinionistico intrattenevano (non essendo ancora arrivata la fondamentale notizia dell’esclusione di nota cantante dall’imprescindibile San Remo baudiano) gli spettatori sul ritrovamento dei corpi di Fratellini Pappalardi.
Criminologhi e giornalisti (compreso Luca Giurato...), giuristi allo sbaraglio e pie donne di buone maniere si contrapponevano: il padre è colpevole e innocente? Eh si, Eh già, Eh no...
Le notizie recenti riferiscono che il genitore Pappalardi, alla notizia, abbia detto: “Se c’è un Dio scopriranno la verità! Ora è chiaro che sono innocente!”
Che Dio lo perdoni. Non solo per il bestemmione che gli è sfuggito, ma soprattutto perché i bambini erano a lui affidati e a lui si deve comunque chieder conto del perchè non li ha protetti, custoditi e curati abbastanza da prevenirne la morte. Perchè i bambini non si possono perdere di vista, non si minacciano, non si lasciano abbandonati.
Ma questa pur minima consuetudine di un affetto paterno non è stata concessa a Francesco e Salvatore.
Questo è lo scandalo odioso di cui nemmeno si parla.
Questo dimostra che i diritti fondamentali dei bambini sono in attesa di qualcuno che si occupi di farli rispettare ed attuare: perché la nostra tetra e sterile società è così indaffarata da aver ben altri pensieri.
Francesco e Salvatore Pappalardi di 13 e 11 anni sono stati ritrovati.
Morti e innocenti.
In fondo a un pozzo forse di fame, di freddo, di ferite.
Forse sono morti laggiù dopo 24 o 48 ore di agonia.
Forse invece gettati lì dopo la morte.
Disgrazia o omicidio non sono comunque senza colpevoli.
martedì 19 febbraio 2008
ESISTONO DAVVERO ANCHE I "GENITORI MANNARI"?
Esistono davvero anche i “Genitori mannari?”
“Teheran, 18 feb. - (Adnkronos/Aki) - Sospetta che la figlia, di 14 anni, abbia una relazione con un uomo e, per salvare il suo onore, decide di ucciderla, a colpi di pietra. E' successo in una località deserta in periferia di Zahedan…”
Agrigento, pedofilo resta in carcere "E' stato un raptus, l'ho violentata"L'uomo, secondo quanto emerso dalle indagini, si era presentato in caserma per la firma insieme alla sua piccola vittima. Poi ha consumato la violenza. E' stata la madre della bimba a denunciare l'accaduto ai carabinieri dopo che la bambina tra le lacrime le aveva raccontato tutto. Gli esami medici hanno confermato le lesioni sulla bimba. (Repubblica.it)
Forse non sarebbe necessario citare i particolari di queste orrende notizie già state rese note e amplificate.
E tuttavia mi hanno colpito, appunto, due dettagli.
Nella prima notizia: è proprio il padre a massacrare la figlia lapidandola.
Nella seconda: è proprio la mamma affida una bambina di 4 anni a un uomo, noto pedofilo. Perché?
E come se non bastasse, stando alla seconda notizia, (cito nuovamente perché è incredibile) : l’uomo (pedofilo già processato e condannato) si era presentato in caserma per la firma insieme alla sua piccola vittima.
Aggiungo, ma chiunque legga avrà già capito, una sola considerazione : un pedofilo pregiudicato e con obbligo di firma va in caserma con una bambina e… nessuno alza nemmeno un sopracciglio?
Spero che la notizia sia smentita, altrimenti non abbiamo speranza né per noi, né per le nostre creature.
Il problema pedofilia c’è, ed è un cancro sociale dei più mostruosi, ma di cui si parla pensando che riguardi sempre situazioni lontane. Non è così.
Ma la cosa peggiore è il problema di fondo: stando così le cose i bambini sono cittadini senza diritti.
Ossia non sono tutelati nella realtà effettuale quotidiana e non sono garantiti.
Sono persone, ma dipendono dagli adulti. E le famiglie non sempre sanno o vogliono proteggerli.
Questo è il discorso di fondo: le famiglie sono tutte affidabili, credibili, affettuose, protettive e responsabili? E’ evidente che no.
Le autorità e gli addetti alla sicurezza sono scrupolosi, attenti e severamente vigili come è necessario particolarmente quando si tratta di minori? Evidentemente non abbastanza o non sempre.
Insomma è inutile fare campagne e denunce se non si riesamina a fondo il problema. L’ho già scritto, ma ripeto brevemente: se un insegnante avesse affidato una sua alunna (dai 3 mesi ai 18 anni) a un qualsiasi persona non autorizzata, avrebbe passato guai seri anche se non si fossero verificati danni o violenze, e se invece l’incidente o la violenza fossero accaduti sarebbe finita sotto processo penale.
Invece accade che le violenze, sessuali e non, nascano e si perpetrino nelle famiglie.
Questo significa che si deve vigilare di più e che i bambini vanno tutelati anche al di là della famiglia e anche affiancando le famiglie.
Perché tra un padre che lapida una bambina di 14 anni e una famiglia che affida (spero solo per ignoranza) una bimba di quattro anni ad un adulto pregiudicato pedofilo non c’è vera differenza morale.
Me auguro sinceramente che sia falsa la notizia della presenza in caserma del pedofilo con la piccola innocente violentata. Altrimenti uno Stato che si esprime in tal modo, nella negligenza di addetti disattenti, deve provvedere rapidamente a risolvere i suoi problemi
“Teheran, 18 feb. - (Adnkronos/Aki) - Sospetta che la figlia, di 14 anni, abbia una relazione con un uomo e, per salvare il suo onore, decide di ucciderla, a colpi di pietra. E' successo in una località deserta in periferia di Zahedan…”
Agrigento, pedofilo resta in carcere "E' stato un raptus, l'ho violentata"L'uomo, secondo quanto emerso dalle indagini, si era presentato in caserma per la firma insieme alla sua piccola vittima. Poi ha consumato la violenza. E' stata la madre della bimba a denunciare l'accaduto ai carabinieri dopo che la bambina tra le lacrime le aveva raccontato tutto. Gli esami medici hanno confermato le lesioni sulla bimba. (Repubblica.it)
Forse non sarebbe necessario citare i particolari di queste orrende notizie già state rese note e amplificate.
E tuttavia mi hanno colpito, appunto, due dettagli.
Nella prima notizia: è proprio il padre a massacrare la figlia lapidandola.
Nella seconda: è proprio la mamma affida una bambina di 4 anni a un uomo, noto pedofilo. Perché?
E come se non bastasse, stando alla seconda notizia, (cito nuovamente perché è incredibile) : l’uomo (pedofilo già processato e condannato) si era presentato in caserma per la firma insieme alla sua piccola vittima.
Aggiungo, ma chiunque legga avrà già capito, una sola considerazione : un pedofilo pregiudicato e con obbligo di firma va in caserma con una bambina e… nessuno alza nemmeno un sopracciglio?
Spero che la notizia sia smentita, altrimenti non abbiamo speranza né per noi, né per le nostre creature.
Il problema pedofilia c’è, ed è un cancro sociale dei più mostruosi, ma di cui si parla pensando che riguardi sempre situazioni lontane. Non è così.
Ma la cosa peggiore è il problema di fondo: stando così le cose i bambini sono cittadini senza diritti.
Ossia non sono tutelati nella realtà effettuale quotidiana e non sono garantiti.
Sono persone, ma dipendono dagli adulti. E le famiglie non sempre sanno o vogliono proteggerli.
Questo è il discorso di fondo: le famiglie sono tutte affidabili, credibili, affettuose, protettive e responsabili? E’ evidente che no.
Le autorità e gli addetti alla sicurezza sono scrupolosi, attenti e severamente vigili come è necessario particolarmente quando si tratta di minori? Evidentemente non abbastanza o non sempre.
Insomma è inutile fare campagne e denunce se non si riesamina a fondo il problema. L’ho già scritto, ma ripeto brevemente: se un insegnante avesse affidato una sua alunna (dai 3 mesi ai 18 anni) a un qualsiasi persona non autorizzata, avrebbe passato guai seri anche se non si fossero verificati danni o violenze, e se invece l’incidente o la violenza fossero accaduti sarebbe finita sotto processo penale.
Invece accade che le violenze, sessuali e non, nascano e si perpetrino nelle famiglie.
Questo significa che si deve vigilare di più e che i bambini vanno tutelati anche al di là della famiglia e anche affiancando le famiglie.
Perché tra un padre che lapida una bambina di 14 anni e una famiglia che affida (spero solo per ignoranza) una bimba di quattro anni ad un adulto pregiudicato pedofilo non c’è vera differenza morale.
Me auguro sinceramente che sia falsa la notizia della presenza in caserma del pedofilo con la piccola innocente violentata. Altrimenti uno Stato che si esprime in tal modo, nella negligenza di addetti disattenti, deve provvedere rapidamente a risolvere i suoi problemi
giovedì 14 febbraio 2008
pedopornografia e pedofilia: fermiamoli
PEDOFILIA E PEDOPORNOGRAFIA : vecchie sciagure del nostro tempo
Mariaserena news - L'opinione personale
Poco fa i telegiornali hanno dato la notizia che un docente universitario è stato fermato al’aeroporto, di ritorno dalla Thailandia, e sorpreso in possesso di materiale pedopornografico con immagini in cui egli stesso era protagonista di abusi verso fanciulli.
Siano vere o presunte le accuse e dimostrata (o meno) la colpa credo che si dovrebbe riflettere sulla specificità del protagonista per stabilire, per il futuro un principio.
Un docente che insegni in scuole di qualunque ordine e grado e che venga riconosciuto colpevole dei reati di abuso sessuale verso bambini e minori, o che sia trovato in possesso di materiale pedo-pornografico deve essere rimosso dal suo ufficio.
Deve pagare la sua pena secondo legge e poi non deve più ritornare né a scuola né all’università.
Lo stesso principio dovrebbe valere per medici, infermieri, personale ausiliario e qualsiasi lavoratore possa trovarsi nelle condizioni di interagire con bambini o giovani.
Affermo che lo stesso principio deve valere anche per docenti universitari che spesso hanno grande influenza sull’orientamento del pensiero e delle opinioni degli studenti: a meno che non si torni a sostenere (come mi accadde di ascoltare ad un convegno al CNR) che pedagogia e pedofilia sono affini, anzi disse esattamente : "La pedofilia è un aspetto della pedagogia".
Ricordo bene il nome del relatore che fece quella sciagurata osservazione, ma non lo rendo noto solo perché, disgraziatamente, non ho altre prove oltre alla mia testimonianza. Ricordo benissimo le sue parole di cui fui l’unica a scandalizzarmi: era l’anno 1984: evidentemente quel seme malvagio, che esiste da troppo tempo, ha prosperato e si è diffuso indisturbato.
Ma adesso basta. Cerchiamo di fermarlo.
Mariaserena news - L'opinione personale
Poco fa i telegiornali hanno dato la notizia che un docente universitario è stato fermato al’aeroporto, di ritorno dalla Thailandia, e sorpreso in possesso di materiale pedopornografico con immagini in cui egli stesso era protagonista di abusi verso fanciulli.
Siano vere o presunte le accuse e dimostrata (o meno) la colpa credo che si dovrebbe riflettere sulla specificità del protagonista per stabilire, per il futuro un principio.
Un docente che insegni in scuole di qualunque ordine e grado e che venga riconosciuto colpevole dei reati di abuso sessuale verso bambini e minori, o che sia trovato in possesso di materiale pedo-pornografico deve essere rimosso dal suo ufficio.
Deve pagare la sua pena secondo legge e poi non deve più ritornare né a scuola né all’università.
Lo stesso principio dovrebbe valere per medici, infermieri, personale ausiliario e qualsiasi lavoratore possa trovarsi nelle condizioni di interagire con bambini o giovani.
Affermo che lo stesso principio deve valere anche per docenti universitari che spesso hanno grande influenza sull’orientamento del pensiero e delle opinioni degli studenti: a meno che non si torni a sostenere (come mi accadde di ascoltare ad un convegno al CNR) che pedagogia e pedofilia sono affini, anzi disse esattamente : "La pedofilia è un aspetto della pedagogia".
Ricordo bene il nome del relatore che fece quella sciagurata osservazione, ma non lo rendo noto solo perché, disgraziatamente, non ho altre prove oltre alla mia testimonianza. Ricordo benissimo le sue parole di cui fui l’unica a scandalizzarmi: era l’anno 1984: evidentemente quel seme malvagio, che esiste da troppo tempo, ha prosperato e si è diffuso indisturbato.
Ma adesso basta. Cerchiamo di fermarlo.
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